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Il legame tra luogo di partenza e luogo di destinazione nell’emigrazione italiana

Antonio Cortese

Premessa

Le fonti statistiche ufficiali concernenti l’emigrazione italiana consentono di collegare le regioni italiane dalle quali hanno tratto origine i flussi in uscita ai principali paesi di destinazione. Si deve far riferimento all’Annuario Statistico dell’Emigrazione, pubblicato dal Commissariato Generale dell’Emigrazione[1], per gli anni dal 1876 al 1925 e, per gli anni successivi, agli Annuari dell’Istat organismo creato nel 1926 (si parte dai volumi “Statistica delle migrazioni da e per l’estero” per gli anni dal 1926 al 1938 per arrivare all’”Annuario di Statistiche Demografiche” per gli anni dal 1959 al 1976). Gli anni dal 1876 al 1976 individuano l’arco di tempo solitamente considerato negli studi sull’emigrazione italiana. Flussi migratori verso l’estero vi sono naturalmente stati anche negli anni dal 1861 al 1875 ma si ritiene che i dati scaturiti dalle indagini allora effettuate non siano pienamente affidabili. Va poi tenuto presente che nel corso degli anni Settanta dello scorso secolo l’Italia ha conosciuto un’inversione di tendenza nei movimenti migratori: da paese di emigranti è diventato gradatamente area di immigrazioni adeguando, anche sotto questo profilo, la propria situazione a quella dei paesi maggiormente sviluppati. Già in precedenza comunque si era realizzata una grande svolta quando, dopo gli anni del boom economico dal 1958 al 1963, erano state le migrazioni interne che, con un sensibilissimo travaso di popolazione lungo la direttrice Sud-Nord, avevano cominciato a soppiantare quelle verso altri paesi. Per tornare alle fonti, più ridotte sono le possibilità di analisi se ci si vuole spingere al livello provinciale.

Per un giudizio sul legame che si è spesso creato tra un comune italiano di partenza e una precisa località del paese estero di destinazione (mi riferisco all’effetto delle cosiddette “catene migratorie”; con questo termine si intende qualsiasi movimento generato da scambi di notizie e contatti personali che porta familiari, parenti o amici a raggiungere un individuo già emigrato in precedenza e a usufruire del suo aiuto e della sua assistenza), ci si deve rifare a studi specifici. Il mio proposito è quello di evidenziare una serie di casi per i quali mi è stato possibile ricostruire questi specifici percorsi migratori.

 

Tav. 1 Espatri dalle regioni nelle tre fasi dell’emigrazione italiana (a)

 

Regioni

Prima fase

Seconda fase

Terza fase

Totale

Piemonte e Valle d’Aosta

 

1.540.164

 

533.085

 

141.669

 

2.214.918

Lombardia

1.342.759

492.579

475.799

2.316.137

Liguria

223.156

116.099

81.876

421.131

Trentino-Alto A.

-

119.245

102.989

222.234

Veneto

1.822.793

392.157

856.844

3.071.794

Friuli V. G.

1.407.793

378.631

386.685

2.173.109

Emilia-Romagna

690.175

188.955

283.224

1.162.354

Toscana

763.156

258.906

172.633

1.194.695

Umbria

164.540

43.341

60.728

268.609

Marche

390.157

114.378

172.693

677.228

Lazio

205.055

78.556

293.352

576.963

Abruzzo

595.556

157.342

464.505

1.217.403

Molise

308.035

62.620

248.344

618.999

Campania

1.475.979

319.496

936.561

2.732.036

Puglia

382.897

155.632

856.503

1.395.032

Basilicata

385.693

67.203

242.456

695.352

Calabria

879.031

281.480

752.372

1.912.883

Sicilia

1.352.962

449.093

785.056

2.587.111

Sardegna

97.759

35.666

109.430

242.855

Totale

14.027.660

4.294.464

7.423.719

25.700.843

 

Fonte: CGE e Istat

  1. Per alcuni degli anni tra il 1928 e il 1963 c’è un esiguo numero di casi per i quali non è stato possibile individuare la regione dalla quale provenivano gli emigranti.

 

Per una migliore comprensione di quanto esporrò, reputo utile ricordare che per le nostre migrazioni verso l’estero si è soliti individuare tre fasi[2]. La prima giunge sino alla prima guerra mondiale e talvolta la si suddivide in due periodi: il primo arriva sino alla fine dell’Ottocento ed è caratterizzato da una discreta consistenza dei flussi ma soprattutto da una loro tendenza decisamente crescente (circa 5 milioni di espatri ripartiti in maniera pressoché uguale fra le due correnti, continentale e transoceanica; due emigranti su tre provengono dalle regioni settentrionali), il secondo è quello della “grande emigrazione” (quasi 10 milioni di espatri con la corrente transoceanica che registra un eccezionale sviluppo grazie al preponderante contributo delle regioni del Mezzogiorno). La forte abbondanza dell’offerta di lavoro (l’avvio del processo di industrializzazione all’inizio del Novecento non ha prodotto grossi effetti) e le politiche liberali adottate per molti decenni dai governi post-unitari, spiegano l’andamento del movimento migratorio in questa prima fase.  Ad emigrare sono soprattutto contadini in buona parte analfabeti.

Nell’intervallo tra le due guerre si registra un contenimento dei flussi in uscita: c’è la chiusura decisa da alcuni dei tradizionali paesi ospitanti e l’avversione manifestata nei confronti dell’emigrazione dal regime fascista.

Dal 1946 sino alla metà degli anni Settanta- siamo nella terza fase – il flusso in uscita torna a rafforzarsi (7,5 milioni di espatri). Nei primi anni del secondo dopoguerra, in un paese logorato dalle vicende belliche, si deve fronteggiare una situazione di “disoccupazione di massa” aggravata dal graduale rientro di più di un milione di prigionieri di guerra. I governi repubblicani si impegnano, per il tramite di numerosi accordi con altri paesi, per il rilancio dei flussi emigratori. Le migrazioni verso i paesi europei economicamente più favoriti sono quelle che svolgono un ruolo preminente; il peso dell’Europa che già nel decennio 1951-60 supera il 60 per cento del totale degli espatriati, nel decennio successivo si attesta sopra l’80 per cento. Molti emigranti partono in particolare dalle aree rurali e densamente abitate del Meridione.

Sul contributo delle diverse regioni fanno luce i dati riportati nella Tav. 1. Si tratta di valori assoluti che vanno evidentemente confrontati con quelli relativi alla popolazione residente nelle singole regioni e che riflettono le differenti situazioni dal punto di vista delle condizioni socio-economiche[3]. Mi preme in ogni caso ribadire che, anche se nel presentare i casi sui quali concentro la mia attenzione, riserverò inizialmente brevissimi cenni sui flussi migratori originati dalle singole regioni, il mio obiettivo è esclusivamente quello di ragionare sulle esperienze maturate dai nostri migranti che partendo da un determinato comune hanno poi creato delle “comunità” in città o località di altri paesi, per evidenziare i meccanismi che hanno talvolta regolato l’espatrio di tanti nostri connazionali.

 

L’analisi a livello regionale

Piemonte e Valle d'Aosta

Lombardia

Liguria

Trentino - Alto Adige

Veneto

Friuli - Venezia Giulia

Emilia - Romagna

Toscana

Umbria

Marche

Lazio

Abruzzo

Molise

Campania

Puglia

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Conclusioni

 

 

Piemonte e Valle d’Aosta

Come evidenziano i dati esposti nella Tav. 1, è soprattutto nella prima fase dell’emigrazione italiana che gli espatri dal Piemonte hanno avuto un ruolo assai importante. Tra il 1876 e il 1915 quasi il 40 per cento dei flussi in uscita dall’Italia e diretti in Francia, sono stati generati da questa regione. Negli anni fra la crisi agraria e la prima guerra mondiale le partenze verso la Provenza interessarono in particolare l’area delle Alpi Cozie. “Per le Alpi Cuneesi le alternative all’emigrazione erano di fatto nulle. L’eccedenza di popolazione ed i condizionamenti dell’agricoltura montana implicavano di necessità la discesa in valle di una parte degli abitanti per l’integrazione del reddito familiare. L’assenza di occasioni di lavoro nella subalpe italiana portò i montanari cuneesi a scendere dal versante francese”[4]. È perciò in questo ambito che mi riprometto di individuare situazioni meritevoli di essere riferite.

Esemplare è il caso di due comuni montani proprio della provincia di Cuneo: Roccabruna, dal quale è provenuto il gruppo più numeroso degli italiani trasferitisi a Grasse, “centro mondiale delle essenze”, nel dipartimento delle Alpi marittime, e Peveragno da dove sono partite le filatrici insediatesi a Tran-en-Provence nel dipartimento di Var, nella filanda Garnier[5]. Tra il censimento italiano del 1881 e quello del 1911 si registra in entrambi i comuni un netto calo della popolazione residente nonostante l’ampio saldo positivo del movimento naturale. Curiosa è stata inoltre l’esperienza di un quartiere di Nizza nel quale per la forte presenza di domestiche originarie di Limone Piemonte, si parlava il dialetto della cittadina piemontese[6].

Per quanto riguarda la piccola Valle d’Aosta, riservo brevi cenni all’emigrazione delle ragazze che furono impiegate nelle latterie e vaccherie di Annecy ed a quelle che lavorarono nelle fabbriche di orologi di Besançon[7]. Particolare fu l’esodo di numerosi giovani che, favoriti dal bilinguismo, si trasferirono nella regione parigina e fecero capo ad un caffè-albergo della capitale francese gestito da valdostani, che divenne luogo di incontro e smistamento dei nuovi arrivati. Una ristretta élite di questi immigrati riuscì ad accaparrarsi un’attività molto particolare: quella di vetturino per conto delle due società che controllavano il traffico urbano delle vetture di piazza a cavalli. I loro figli furono i primi a diventare autisti di taxi. Nacque una rete migratoria che alimentò la professione e si organizzò fin dalla zona di partenza: nei primi anni del Novecento in Valle d’Aosta esistevano dei centri dove i giovani si riunivano per studiare la topografia di Parigi[8].    

 

Lombardia

La Lombardia è la più popolosa delle regioni italiane. Per restare agli anni presi in esame, è sufficiente ricordare che la popolazione residente censita nel 1871 risultava pari al 12, 5 per cento di quella nazionale e che questa percentuale è salita con la rilevazione censuaria del 1971, al 15,8 per cento. Il contributo della regione ai flussi in uscita dal nostro paese è stato però inferiore al suo peso demografico. A favorire l’esodo è stato in particolare lo spopolamento delle campagne e della fascia alpina. È stata in particolare individuata una vasta area migratoria che dalle vallate biellesi si estende, attraverso la Valsesia, alle vallate che circondano i laghi lombardi comprendendo anche l’area del ticinese[9].

È importante sottolineare il ruolo determinante del mestiere nella scelta delle destinazioni, delle catene migratorie e delle reti sociali costruite a loro volta dal mestiere. Nel caso della Lombardia, “l’adozione della prospettiva della catena migratoria professionale, coniugata con quella di una ricerca condotta anche sui luoghi di arrivo dell’esodo, ha prodotto i suoi risultati più significativi nei confronti di due categorie: quella degli operai tessili che nel comasco crearono attraverso l’emigrazione  la propria posizione di lavoratori specializzati, e quella degli edili del varesotto che approfittarono della rivoluzione dei trasporti per inserirsi in un mercato del lavoro intercontinentale”[10]. Esemplare il caso dell’ampia presenza di lavoratori provenienti dal comune di Cuggiono, in provincia di Milano, nella little Italy che si formò a Saint Louis nel Missouri. “La loro partenza negli anni Novanta dell’Ottocento si colloca all’interno di un contesto di generalizzato ricorso al lavoro temporaneo all’estero da parte di squadre di uomini che avevano lavorato alle dipendenze di un impresario edile del paese”[11].

La realizzazione dei valichi alpini ha fornito sbocchi lavorativi importanti per l’emigrazione originata dalle regioni settentrionali e in misura ampia proprio dalla Lombardia. Sempre in ambito ferroviario si può ricordare la vicenda dell’ing. Giuseppe Telfener che si propose l’obiettivo di unire per ferrovia le città di Brownsville e Richmond, in Texas. Per la realizzazione dell’opera ingaggiò centinaia di operai italiani, in gran numero lombardi. Si può ancora ricordare il caso degli esperti mastri del comune di Marchirolo, in provincia di Varese, che lavorarono in Indocina per la costruzione della famosa linea del Tonchino[12]. Va da sé che anche negli ultimi due casi citati, sono uscito dall’ambito dell’obiettivo principale che mi ero proposto, quello di individuare un preciso collegamento tra località di partenza e meta di destinazione nella quale i nostri emigranti hanno talvolta deciso di fissare la loro dimora abituale. A dimostrazione dell’ampio ventaglio di destinazioni che ha caratterizzato l’emigrazione lombarda, si può citare il caso degli operai bergamaschi che lavorarono nelle miniere d’oro del Western Australia: ad indirizzarli dall’altra parte del mondo furono le ditte inglesi e belghe che nel 1874 avevano acquisito le miniere di zinco della Val Seriana e che erano nel contempo proprietarie delle miniere australiane. Sempre in Australia si è trasferito un folto gruppo di coltivatori valtellinesi che nel Queensland da semplici tagliatori di canna da zucchero sono riusciti a diventare proprietari di vaste piantagioni[13].

 

Liguria

Probabilmente è la regione con la più alta propensione migratoria grazie alla vicinanza con la Francia e al ruolo marittimo di Genova. A metà dell’Ottocento le maggiori comunità di immigrati italiani nelle Americhe sono liguri e una complessa rete commerciale e marittima le lega alla città natale[14]. Grazie a questa base il porto di Genova diventa la porta per l’emigrazione dall’Italia unitaria. La città si arricchisce e solo i liguri del Levante proseguono a varcare gli oceani. Dalla fine dell’Ottocento Genova è uno dei vertici del triangolo industriale e attrae forza lavoro[15]. Nel secondo dopoguerra le partenze dalla Liguria rappresentano solo l’1,1 per cento di quelle nazionali.

Riservo solo un breve cenno al Caminito, “stradina”, celebre e pittoresco angolo del quartiere italiano della Boca, alla foce del Riachuelo, nella città di Buenos Aires, dove si fermarono i primi immigrati genovesi. “Fra le cause che indussero numerosi liguri a spingersi prima dell’inizio dell’emigrazione transoceanica di massa nell’America meridionale, un posto di rilievo ebbe la loro abilità nel campo della navigazione, grazie alla quale riuscirono ad assumere il controllo del traffico degli estuari e dei fiumi del bacino del Rio della Plata e, per un certo periodo, anche delle rotte commerciali col Brasile, l’America settentrionale e le Antille”[16].

Sono stati sempre liguri i primi italiani che si sono insediati a Waterbury, quarta città dello stato del Connecticut per popolazione posta al centro di un distretto industriale, la Naugatuck Valley. Nativi di Moconesi, in provincia di Genova, essi si sono distinti nella coltivazione, distribuzione e vendita al dettaglio di frutta[17].

Mi interessa infine soffermarmi su Altare, piccolo paese della provincia di Savona, immerso nei boschi che circondano il Colle di Cadibona, punto di demarcazione tra Alpi e Appennini. La cittadina è nota, non solo in Italia, per essere sede di una delle più antiche tradizioni del vetro soffiato lavorato a mano. Alla base dei suoi flussi migratori verso il Sudamerica vi è la coincidenza tra i periodi delle grandi migrazioni e i periodi di crisi nella storia del vetro di Altare, che ha creato i presupposti per lo sviluppo di una catena migratoria professionale in tre fasi storiche.

Nella prima metà dell’Ottocento due consistenti gruppi di vetrai altaresi (il primo formato da 24 giovani, il secondo da 48 vetrai al quale si sono aggiunti successivamente altri maestri) sono salpati dal porto di Genova per raggiungere rispettivamente Lima e Rio de Janeiro dove hanno realizzato le prime vetrerie.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento altre vetrerie sono state fondate in Argentina (Buenos Aires e Rosario), in Brasile (ancora Rio de Janeiro) e in Uruguay (Montevideo).

Nel secondo dopoguerra, anche per il timore che la lavorazione a mano potesse progressivamente spegnersi in Italia a favore della produzione meccanica, si è registrato un forte incremento delle partenze dei vetrai, poi seguiti dalle famiglie, verso l’Argentina: la “Cristaleria San Carlos” fondata dagli altaresi a San Carlos Centro, a 110 Km. da San Jorge nella provincia di Santa Fe, ha rilevato la “Cristaleria Liguria”, altra vetreria altarese e rappresenta oggi l’unica realtà argentina di lavorazione artigianale del cristallo. Dal 2009 San Carlos Centro è gemellata con Altare[18].

 

 

Trentino – Alto Adige

Tenuto conto dei limiti che hanno riguardato, sino al 1925, la produzione dei dati statistici a cura del Commissariato Generale dell’Emigrazione, prendo in considerazione solo i flussi migratori generati dalla provincia di Trento. L’esodo, pur se contenuto sotto il profilo quantitativo in ragione del limitato peso demografico dell’area, ha riguardato un ampio ventaglio di destinazioni. Da una parte c’è stata la partecipazione degli emigranti trentini alla realizzazione di grandi opere in Europa (trafori e ferrovie), Asia, Africa (Suez) e Americhe (ferrovie e poi il canale di Panama)[19]. Occorrerebbe in proposito richiamare il ruolo determinante del mestiere nella scelta delle catene migratorie, già evocato. Dall’altra c’è stata la ricerca della terra: in Brasile, Argentina, Messico, Stati Uniti e Australia. Inizialmente, comunque, i flussi migratori hanno riguardato il Tirolo, il Vorarlberg e due stati vicini, la Svizzera e la Germania[20].

Riservo attenzione a due specifiche esperienze. A seguito del Congresso di Berlino, dopo il 1878, prese forma un’emigrazione molto particolare diretta verso la Bosnia-Erzegovina. “Dopo che l’impero asburgico aveva assunto l’amministrazione dell’area balcanica furono intraprese alcune forme di colonizzazione con il tentativo di tenere sotto controllo la pressione musulmana”[21]. Vennero organizzati treni speciali per il trasporto delle famiglie trentine. Nell’area di Mahovhlijani si realizzò un vero e proprio villaggio trentino con migranti provenienti dal comune di Aldeno. Famiglie partite dai comuni di Roncegno, Borgo Valsugana e Ospedaletto si sono insediate nella zona di Banja Luca. Altre originarie del comune di Nave San Rocco hanno raggiunto Konjie in Erzegovina.

Mi sposto dall’altra parte del mondo: la comunità trentino-australiana conta oggi circa 6 mila unità. A creare la prima piccola comunità è stato uno sparuto gruppo di uomini del comune di Prezzo che, dopo la scoperta dell’oro, giunsero nel 1848 nello stato di Victoria. In questo stesso stato, negli ultimi anni del XIX secolo, i trentini hanno fondato un insediamento denominato “Nuova Trento” che ha avuto un’esistenza effimera. Negli anni Venti del successivo secolo si è invece formato a Myrtleford (Victoria) un più compatto nucleo di immigrati trentini provenienti dal comune di Vallarsa (è oggi attivo un gruppo folcloristico le cui esibizioni sono molto richieste in tutto il Victoria)[22]. È comunque negli anni Cinquanta e Sessanta del secondo dopoguerra che si registra il più intenso flusso migratorio dal Trentino. Dopo la firma, nel 1951, dell’accordo italo-australiano sull’emigrazione assistita, molti trentini hanno infatti beneficiato di passaggi per l’appunto “assistiti”.

 

Veneto

Nell’emigrazione veneta un ruolo centrale spetta ai flussi generati dalla provincia di Belluno. Negli anni tra il 1876 e il 1915 sono ad esempio partiti per l’estero 589.872 bellunesi. Questa cifra è pari al 32,4 per cento di quanti nel Veneto sono emigrati nello stesso arco di tempo. I comuni bellunesi sono tutti “montani” e ciò consente di collegare tale dinamica ai fattori che hanno determinato nel nostro paese un forte spopolamento montano. Tra il 1876 e il 1900 il Veneto invia in Germania 299.739 emigranti su un totale italiano di 353.896. Con riferimento alla seconda fase, a livello regionale c’è sicuramente traccia del contenimento dei flussi in uscita: gli espatriati passano infatti da 1.822.793 a 392.157 unità. Trail 1959 e il 1976 si contano in Veneto 344.908 espatriati che portano la regione a sfiorare il 10 per cento degli espatri nazionali. La provincia di Belluno continua ad essere il serbatoio dal quale trae principalmente alimento il flusso migratorio in uscita dal Veneto. La graduatoria delle destinazioni nel secondo dopoguerra è guidata da Svizzera e Germania. È comunque opportuno precisare che la diaspora veneta è stata una delle più significative[23].

Mi soffermo su tre vicende migratorie piuttosto singolari. Comincio dall’abitato di Ploštine, paese situato in Slavonia (oggi in Croazia) ad un centinaio di chilometri a sud di Zagabria. È del 26 dicembre 1876 una lettera in croato, con allegato un depliant in lingua italiana, con la quale i latifondisti J. Reiser e F. Stein proposero ufficialmente agli italiani provenienti dalla montagna veneta e friulana di acquistare i lotti in cui erano state frazionate le loro proprietà. “La consueta e consolidata emigrazione bellunese in quegli anni subì un drammatico incremento. Condizioni atmosferiche particolarmente sfavorevoli avevano compromesso la già precaria economia di sussistenza della zona e reso così necessario, per sopravvivere, emigrare altrove, più di prima”[24]. Furono sette i villaggi fondati dagli immigrati italiani in Slavonia all’inizio del 1880. A Khuenovo Selo (l’antico nome di “Plostina”) si insediarono 45 famiglie (se ne aggiunsero in seguito altre di compaesani e parenti) provenienti dai comuni di Longarone, Soverzene e Ponte delle Alpi, in provincia di Belluno. All’inizio le difficoltà non mancarono ma i nostri emigranti si rimboccarono le maniche. Oltre all’agricoltura e all’allevamento, si dedicarono alla produzione di carbone e anche di mattoni, unico materiale con il quale si potevano realizzare case e stalle. Nel 1904 fu completata la costruzione della chiesa che fu dedicata a Sant’Antonio da Padova.

Alcuni anni fa il comune di Segusino in provincia di Treviso ha pubblicato un libro[25] per ricordare il gemellaggio celebrato nel 1982 con la cittadina di Chipilo, nello Stato di Puebla in Messico, che ospita una comunità di discendenti di coloni veneti (di Segusino per l’appunto) emigrati verso la fine del XIX secolo che rappresenterebbero circa l’80 per cento dell’attuale popolazione di circa 4 mila abitanti. È in ogni caso ad altra fonte che si deve far riferimento per ricostruire le tappe di questo processo migratorio[26]. Con una legge del 31 maggio 1875 il Congresso dell’Unione degli Stati messicani aveva accettato la proposta del Ministerio del Fomento, Colonización, Industria y Comercio per una nuova normativa in materia di immigrazione. Si trattava di una legislazione più puntualmente attenta alle esigenze concrete della colonizzazione che approntava una serie di garanzie teoriche perché gli insediamenti si potessero compiere in aree confacenti quanto a salubrità. A dispetto di quanto previsto da tali norme, le difficoltà che si affrontarono sul piano operativo furono notevoli. All’appello aderirono, fra le altre, numerose famiglie di Segusino che nel giugno 1882 arrivarono a Chipilo, nel distretto di Cholula. I  migranti veneti giunti nel porto di Veracruz furono inizialmente accolti dalla colonia “Porfirio Diaz” di Barreto, nello stato di Morelos, che fu per loro una triste esperienza.

Vengo, da ultimo, al caso dei 1000-1500 italiani che alla fine dell’Ottocento lavorarono nelle cave della pietra meulière a Grigny, comune del dipartimento dell’Essonne in Francia. La maggior parte di essi provenivano dai comuni di Posina, Schio e Arsiero in provincia di Vicenza. Gli uomini arrivarono soli, e appena si ambientarono, fecero venire dal paese moglie e figli[27].

 

Friuli - Venezia Giulia

Come le aree montane del Veneto, questa composita regione, e in particolare il Friuli, ha avuto una storia segnata fortemente dall’emigrazione motivata dall’esuberanza di braccia lavorative in una terra tutt’altro che prodiga di risorse economiche (la sua caratteristica più salente, almeno in una prima fase, è stata la temporaneità o meglio la stagionalità dei suoi flussi). Anche il Friuli seguì il medesimo percorso che nell’Ottocento portò verso una sempre maggiore mobilità e al balzo oltreoceano. Inizialmente ci si diresse verso il Brasile. Successive mete furono Argentina, Uruguay e Messico. Si partì comunque alla ricerca di un lavoro anche verso la Germania, l’Austria, la Francia, i Balcani e la Russia. Il parossismo di questo flusso interrotto dal primo conflitto mondiale riprese subito dopo per poi essere parzialmente sostituito dal popolamento dell’agro pontino e dall’invio di lavoratori nella Germania hitleriana, contrattato dal regime fascista. Le partenze oceaniche furono rilanciate nel secondo dopoguerra quando alle mete tradizionali in declino si aggiunsero Canada, Venezuela e Australia. In quest’ultima fase alle consuete migrazioni friulane si aggiunsero quelle giuliane, ingrossate dalla diaspora dalmata e istriana[28].

Venendo al tema oggetto di approfondimento, inizio richiamando una vicenda migratoria che riguarda la seconda fase (gli anni dell’intervallo tra le due guerre), quando, come ho già precisato, c’è stato un contenimento del flusso migratorio.

In realtà “l’emigrazione friulana in questa fase rappresenta un fenomeno complesso che prese corpo sotto l’influsso di diversi fattori. Ancora una volta fu anzitutto la miseria a spingere i friulani verso la strada dell’emigrazione, miseria in questo caso legata al venir meno del mercato classico del lavoro. Ad alimentare l’esodo contribuirono però altre ragioni quali l’oppressione, il malessere, il clima di sospetto e di persecuzione creati dal fascismo”[29]. In altre parole “il punto di partenza è lo scenario di morte e di desolazione che la grande guerra ha lasciato dietro di sé nella regione. Infrastrutture distrutte, industrie devastate, popolazioni che attendono 130.000 profughi vale a dire i friulani che erano fuggiti al di là del Piave dopo Caporetto”[30].

È in questo clima che è maturata l’esperienza di Tavagnacco. Da questo comune che nel decennio 1921-1931 perderà a causa dell’emigrazione più di mille abitanti su un totale di circa 8 mila, è partito un nucleo di comunisti che hanno deciso di stabilirsi a Montrouge periferia meridionale di Parigi dove hanno ottenuto solidarietà dai francesi per la loro partecipazione alla lotta contro il fascismo.

Ben prima in ogni caso, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, scalpellini friulani specializzati nella lavorazione della pietra, impiegati da tempo nella costruzione di ponti e massicciate in diverse regioni dell’impero zarista, sono stati ingaggiati per la costruzione di un tratto della Transiberiana. Al termine dei lavori un piccolo gruppo dei circa 300 friulani di Clauzetto, oggi in provincia di Pordenone, scelse di stabilirsi definitivamente ad Irkutsk, città che con il loro lavoro avevano contribuito a rendere meno isolata e più ricca[31].

Il Friuli, in special modo sul versante occidentale, ha avuto una marcata incidenza femminile nei flussi migratori complessivi. Donne emigranti hanno lavorato nelle fornaci, in lavori di costruzione (soprattutto come portatrici di malta), nelle faccende domestiche, come balie (quelle del comune di Fontanafredda, in provincia di Pordenone, nei primi anni del Novecento, raggiunsero numerose il Cairo ed Alessandria d’Egitto per lavorare presso famiglie benestanti europee dell’allora cosmopolita città africana), fantesche, operaie tessili o girovaghe. Singolare l’esperienza delle donne di Pantianacco, frazione del comune di Mereto di Tomba in provincia di Udine, che hanno varcato l’oceano per impiegarsi come infermiere negli ospedali di Buenos Aires[32].

Per quanto riguarda l’emigrazione giuliana, mi preme in particolare precisare che tra le due guerre c’è stato un notevole flusso migratorio dall’area di Monfalcone verso l’Argentina, “costituito soprattutto dagli operai dell’industria navale che, spinti dalla difficile situazione economica e dal clima politico del regime del tempo in Italia, trovarono largo impiego nei cantieri di La Plata per la realizzazione della flotta argentina”[33]. Un’altra importante ondata migratoria è stata quella che nel secondo dopoguerra ha portato circa un terzo dei 250-350 mila profughi istriani, fiumani e dalmati ad emigrare oltreoceano. Una quota importante ha raggiunto l’Australia con l’assistenza dell’International Refugee Organization. “Il maggior numero di esuli giuliani si è stabilito nello stato del Victoria, seguito poi dal New South Wales e dal Western Australia. Numerose famiglie fiumane hanno deciso di mettere su casa nei sobborghi che fanno parte della zona metropolitana di Melbourne, un numero discreto di famiglie si è stabilito a Geelong e solo un numero più esiguo è andato a vivere negli altri centri rurali del Victoria”[34].

 

Emilia – Romagna

Delle tre diverse realtà che compongono la regione (Appennino tosco-emiliano, Pianura Padana, Riviera Romagnola), è la prima ad avere avuto una tradizione migratoria di lunga data che la apparenta alla Liguria. Nell’Ottocento è stato lo spopolamento montano a nutrire i primi flussi transoceanici e nell’Otto-Novecento quelli verso Francia, Svizzera e Belgio. Dopo l’Unità, Pianura Padana e Riviera Romagnola hanno compiuto un salto qualitativo e quantitativo quando i grandi lavori peninsulari ed europei per le infrastrutture, hanno attratto chi non possedeva terra. Inoltre da fine Ottocento i romagnoli si abituarono a lavorare nella cantieristica portuale e navale italiana e francese. Importante è stato il numero dei migranti per ragioni politiche[35].

Mi soffermo su pochi casi che enfatizzano il ruolo dell’Appennino tosco-emiliano sui flussi in uscita dalla regione. Un gruppo di famiglie partite da Ferriere, un piccolo comune della provincia di Piacenza, nell’Alta Val di Nure, verso la fine dell’Ottocento, si è insediato dopo un lungo viaggio, a Nogent-sur-Marne, nel dipartimento Val-de-Marne in Francia[36].

Concentrando l’attenzione su pesanti incidenti sul lavoro, si riesce talvolta a cogliere l’effetto prodotto da talune catene migratorie. È stata ad esempio di immani proporzioni, nel dicembre del 1909, la tragedia di Cherry nell’Illinois: tra le oltre 200 vittime si sono contati 66 italiani, in prevalenza uomini e ragazzi dell’Appennino emiliano; 37 del circondario modenese di Pavullo e 7 della montagna bolognese. Sul Col de Verde, a Cozzano in Corsica, nel febbraio del 1927 viene travolta da una valanga un’intera squadra di boscaioli di Piandelagatti (alto Appennino modenese) che ha lasciato 13 dei suoi nella neve[37].

 

Toscana

In Toscana non si sono registrati tassi di emigrazione molto elevati. Le aree sub-appenniniche delle province di Lucca e Massa Carrara sono quelle che più hanno contribuito alla diaspora della regione, Tra il 1876 e il 1901 la provincia di Lucca si colloca al terzo posto fra tutte le province italiane con 53 espatri ogni mille abitanti[38]. In particolare le comunità montane della Lunigiana, della Garfagnana e dell’Appennino toscano hanno alimentato con un alto numero di lavoratori il processo migratorio mentre le aree collinari e le piane della Toscana centro-meridionale hanno generato minori contingenti di emigranti. Numerosi sono stati i toscani che hanno deciso di lavorare come braccianti, taglialegna ed operai in Brasile o negli Stati Uniti. Tra il 1876 e la fine del secolo, il Brasile ha assorbito una media del 15 per cento di tutti gli emigranti della provincia di Lucca; nel 1896 si è arrivati al 68,6 per cento il che ha spinto le autorità del paese sudamericano ad aprire un vice-consolato a Lucca. Quanto agli Stati Uniti, va sottolineato che nel 1881 oltre 100 carri di trasporto merci risultavano registrati a nome di lucchesi nella sola area urbana di San Francisco. La maggior parte degli emigranti toscani in California era impiegata nel settore agricolo e poi anche boschivo; quest’ultimo risultava in forte crescita dopo l’arrivo nel 1880 di un grosso contingente di carbonai dell’alta Lucchesia che andarono ad ingrossare le fila dei taglialegna toscani già presenti nelle foreste della California settentrionale[39].

Ai flussi della montagna si accodarono gli esili politici e socialisti tra fine Ottocento e inizi Novecento e quelli antifascisti durante il ventennio.

Ciò premesso, passo ai flussi in uscita dalla Toscana diretti verso la Francia. L’emigrazione toscana ha riguardato in particolare la Corsica e il Sud-Est del paese transalpino. In entrambi i casi si è trattato di movimenti sostenuti da efficienti reti migratorie. I toscani rappresentano circa il 70 per cento degli italiani emigrati in Corsica. La componente “pistoiese” prevale su quella “lucchese” forte del contributo di comunità provenienti dai comuni di Marliana, Montale, Sambuca e San Marcello[40].

Consistente è stata, nei primi decenni di Novecento, la presenza toscana a Marsiglia allora definita “la più grande città italiana in Francia”. Quello che colpisce è la concentrazione di migranti toscani nei quartieri del “Nord-littoral”: quelli ad esempio provenienti dal comune di Fucecchio li ritroviamo a rue Clary, nel quartiere Juliette, e quelli di Poggio a Caiano a “boulevard de Strasbourg”[41].

Da ultimo ricordo che la Costa Azzurra è stata area di approdo per le balie della Valdinievole compresa per la massima parte nella provincia di Pistoia. Sempre in Costa Azzurra, nel comune di Cap-d’Ail, tra i domestici e camerieri italiani impiegati nell’area, il contingente più numeroso era rappresentato dai toscani provenienti dalla Val di Chiana.

 

Umbria

“Nonostante una radicata tendenza alla mobilità interna, la regione è rimasta al di fuori dei maggiori circuiti migratori ottocenteschi. Ancora alla fine del secolo i migranti si contavano in poche decine ogni anno; d’altronde la pressione demografica era esigua. La situazione cambiò con l’epoca giolittiana, quando la montagna iniziò a svuotarsi, in parte verso la pianura locale, in parte verso l’estero. I flussi non sono stati intensi, tuttavia alla vigilia della Grande guerra si sono registrati annualmente dai 9 ai 10.000 espatri. Questi si sono suddivisi fra le mete d’oltre Atlantico (inizialmente Brasile ed Argentina, poi soprattutto le miniere statunitensi sulla scia di romagnoli e marchigiani) e quelle continentali (con una forte preferenza per la Francia)”[42].

È a quest’ultimo paese (più precisamente al suo Sud-Est) che faccio riferimento per la mia analisi sul legame tra luogo di origine e luogo di destinazione. All’inizio si trattò di lavoratori agricoli utilizzati per le colture orticole, frutticole e floreali in particolare nell’area di Grasse. Provenivano dall’Alta Valle del Tevere, da Città di Castello, da Umbertide, dalla zona di Perugia (è il caso del comune di Citerna) e da piccoli centri intorno al lago Trasimeno. Con il decollo dell’industria turistica in Costa Azzurra (Mentone, Cannes, Antibes) giunsero altri emigranti umbri provenienti sempre dall’Alta Valle del Tevere e dal Perugino. Era comunque Nizza il polo attrattivo principale per gli emigranti umbri. Il loro insediamento ha riguardato  soprattutto i quartieri cittadini di Riquier, di la Vieille Ville e Garibaldi e quelli periferici di Magnan, St. Barthelémy e la Madeleine. È proprio in questa città che si è costituito un nucleo socialista umbro con migranti provenienti in particolare da Città di Castello e Umbertide: i suoi circoli e le sue sezioni aderirono alla Federazione socialista italiana delle Alpi marittime[43].

 

Marche

“I flussi migratori in partenza dalle Marche, pur essendo simili a quelli delle altre regioni italiane, si sono distinti per alcune caratteristiche: ritardo, intensità, netta predilezione verso l’Argentina”[44]. Questo sintetico giudizio può essere sicuramente condiviso. Solo nei primi anni del Novecento l’emigrazione dall’Umbria verso l’estero ha in gran parte soppiantato l’esodo stagionale verso le regioni confinanti: tra il 1895 e il 1905 le Marche furono la regione dell’Italia centrale con il tasso migratorio più elevato. La preferenza per l’Argentina è certificata dal fatto che nel periodo 1876-1925 la regione registra la più alta percentuale nazionale sul numero totale degli espatri (38,1 per cento).

Lo confermano alcune vicende migratorie sulle quali mi soffermo. A Mar del Plata, città dell’Argentina centro-orientale, nella provincia di Buenos Aires, situata sulla costa dell’Oceano Atlantico, si è formata nel tempo un’importante comunità di migranti provenienti dal comune di Sant’Angelo in Vado, in provincia di Pesaro e Urbino. A partire dal 1886 i santangiolesi vi giungono grazie ad una catena migratoria che prolunga i suoi effetti sino fino al 1960. “Este grupo funcionó como un conjunto de seres ligados entre si, que formaron una configuración social, en la qual pueden descubrirse vinculacion y relaciones entre los primeros y los últimos en legar”[45]. La seconda chiama in causa il comune di Sirolo inserito nel bel Parco regionale del Conero. Si stima che fra il 1861 e il 1911 circa 1.600 persone abbiano lasciato il comune per trasferirsi a Buenos Aires in un’area ristretta del quartiere della Boca[46].

Interessante è stato il flusso migratorio alimentato dal comune di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, da dove sono partite donne dirette al Cairo e Alessandria d’Egitto per praticare il baliatico o per lavorare al servizio di famiglie benestanti. Le catene migratorie erano inanellate anche da legami parentali. “Talvolta la successione delle partenze familiari è aperta dalle madri che richiamano le figlie non appena queste hanno raggiunto l’opportuna età e allorché si presenta un’occasione favorevole di collocamento. Più spesso a partire per prima è la sorella maggiore di famiglie per lo più sovradimensionate rispetto al tetto medio, ed ottimale nel contesto piceno, di 6-7 persone nelle quali dunque è urgente l’obbligo di uscire dal nucleo originario alla ricerca dell’autonomia individuale e per contribuire al suo mantenimento”[47]. Da ultimo c’è infine il caso di Osimo: dei 5.023 espatri che si sono registrati tra il 1882 e il 1908, ben 4.213 hanno riguardato l’Argentina[48]. Il comune dell’Anconetano è oggi legato da un rapporto di gemellaggio con la cittadina di Armstrong situata nella provincia di Santa Fe a poco più di cento chilometri da Rosario[49].

 

Lazio

Il censimento effettuato dopo l’arrivo dei “piemontesi” registra a Roma una popolazione di circa 212 mila abitanti. Dal 1871 al 1901 la popolazione raddoppia: arrivano funzionari e impiegati per i nuovi ministeri, commercianti e professionisti. Tra il 1901 e il 1931 c’è un secondo raddoppio. L’attività urbanistica a Roma durante il Ventennio fu animata da un particolare fervore. Dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, la popolazione della Capitale continua a crescere arrivando a sfiorare con il censimento del 1971 i 2,8 milioni di abitanti. Mi interessa evidenziare che l’espansione della città ha offerto sbocchi lavorativi dei quali hanno approfittato  migranti interni  provenienti in gran numero dai Comuni del Lazio riducendo la necessità di partire per l’estero alla ricerca di un futuro migliore. Oltre il 50 per cento degli espatri – come evidenzia la Tav. 1 – si concentra infatti nella terza fase. Ad alimentare le partenze sono soprattutto i comuni della provincia di Frosinone. Essendosi venuti a trovare al centro dello scontro militare tra Alleati e truppe naziste, 26 dei suoi comuni subirono la distruzione del centro abitato più importante in misura pari o superiore all’80 per cento[50].

Ciò premesso, ricordo le modelle e i modelli ciociari di Gallinaro molto apprezzati a Montmartre[51], i minorenni reclutati nella Valle del Liri e nella limitrofa Val di Comino per essere impiegati nell’industria del vetro a St. Denis, quartiere operaio della banlieue parigina[52], la colonia di lavoratori ciociari che si formò, per una particolare catena migratoria, a Villeurbanne allora sobborgo operaio di Lione[53], il successo negli anni Cinquanta di altri emigranti ciociari provenienti da Sora, Cassino e Casalattico che si affermarono in Irlanda nel settore della ristorazione veloce con l’apertura dei primi take away di fish & chips[54].

Ricordo ancora che tra il 1901 e il 1913 numerosi abitanti di Anagni, in provincia di Frosinone, partirono per gli Stati Uniti: la metà più gettonata fu Rochester nello Stato di New York. Altre catene migratorie si diressero all’inizio del Novecento sempre negli Stati Uniti: da Spigno Saturnia per Pittburgh, in Pennsylvania, da Monte San Biagio, Fondi e Lenola per Flushing, nella zona di New York e Lancaster, in Pennsylvania, da Gaeta per Sommerville in Massachussets. Fra i laziali che alla fine degli anni Venti e la metà degli anni Trenta si recarono in territorio francese, il 64 per cento proveniva dalla provincia di Frosinone. Oltre a quella di Villeurbanne più sopra segnalata, vanno ricordate le comunità che si formarono nel quadrante meridionale della banlieue parigina (Vitry, Villejuif, Choisy le Roy, Thiais) alimentate da migranti partiti dalla Valle del Liri (Isola del Liri, Sora, Arpino, Castelliri, Rocca d’Arce, ecc.), dalla Val di Comino (spicca il comune di Casalvieri) e dalla zona del Monte Cairo (come Roccasecca). Nel Reatino, area prevalentemente montana, la percentuale più alta di emigranti venne rilevata nel 1901 con un’ondata di partenze “sovvenzionate” per il Brasile. “La causa scatenante dell’esodo verso il Sudamerica fu rappresentata dalla rottura degli equilibri socio-economici locali. Al peggioramento delle condizioni di vita contribuirono i continui disboscamenti, gli eccessivi carichi fiscali cui era sottoposta la popolazione contadina dell’Alta Sabina e la riduzione degli usi civici, in particolare delle servitù di pascolo”[55].

Per quanto il movimento migratorio dei tempi attuali non sia paragonabile a quello di un passato non recente – anche per le modalità con le quali oggi ci si trasferisce in un altro paese – e tenuto comunque conto che tra il 2008 e il 2018 il saldo migratorio è passato da 7 mila a quasi 70 mila unità, mi pare interessante segnalare che delle  8 mila persone che dall’Italia si sono trasferite negli Emirati Arabi Uniti, circa un quinto è partito da Roma[56].

 

Abruzzo

Questa regione ha maturato nel tempo una forte vocazione alla mobilità. Agli spostamenti verso le regioni del Centro-Nord, hanno fatto seguito, fino ai primi anni del Novecento, migrazioni verso i paesi balcanici. In particolare migranti aquilani e teramani hanno trovato opportunità di lavoro in Grecia, circondario di Patrasso, come sterratori nella costruzione di ferrovie e nel taglio dell’istmo di Corinto[57]. È toccato poi alla Germania. Si trattava prevalentemente di migrazioni temporanee, in certi casi addirittura stagionali, che in breve tempo hanno innestato però la tendenza a varcare l’Atlantico. Anche la diaspora americana è stata temporanea, eventualmente ripetuta più volte, ma senza spezzare il filo con i luoghi di origine. Se la permanenza all’estero si allungava, la comunità abruzzese tendeva a concentrarsi formando insediamenti basati sul luogo di partenza. Tale meccanismo si è perpetuato non soltanto nella grande emigrazione fra Otto e Novecento, ma pure tra le due guerre e dopo il secondo conflitto mondiale, quando Canada, Venezuela e Australia hanno affiancato Stati Uniti e Argentina come nuove mete migratorie[58]. I riscontri non mancano. “Nel seno della città di Philadelphia c’è una città italiana e in seno a questa c’è un quartiere nettamente abruzzese. Una strada separa quelli di Chieti da quelli di Teramo e Aquila, un vicolo quelli di Chieti da quelli di Lanciano e di Vasto”[59]. Rispetto alla comunità abruzzese di Philadelphia, va precisato che solo tra il 1901 e il 1919 la ditta dell’abruzzese Frank Di Berardino è riuscita a far arrivare nella suddetta città, ben 10.321 emigranti. Questa ditta, pubblicizzata come semplice agenzia di viaggi, operava piuttosto come agenzia di reclutamento e banca per emigranti. L’azione degli agenti dell’emigrazione ha in altri termini costituito un detonatore particolarmente efficace del fenomeno emigratorio. Altra comunità, naturalmente molto più piccola, è stata quella che gli emigranti del comune di Raiano nell’Aquilano hanno formato a Chigaco[60].

 L’acquisto o la costruzione di un’abitazione era per l’emigrante abruzzese il simbolo più evidente dell’accresciuto benessere: ad Avezzano, nel Sulmontino e nel Teramano si trovavano, tra il 1880 e il 1914, interi quartieri di belle e linde casette costruite coi risparmi dell’America che si differenziavano esteriormente dalle altre abitazioni del paese. In molti casi le rimesse avevano lo scopo di sovvenzionare e facilitare la partenza di altri emigranti abruzzesi, e costituivano un richiamo per specifiche destinazioni. Erano quindi il presupposto per la formazione di vere e proprie “catene migratorie”: dal Teramano verso il Brasile, dal Sulmontino verso il Sudamerica in generale, dal Chietino verso gli Stati Uniti, dall’Altipiano delle Rocche, nell’Aquilano, verso il Sud Africa e così via[61].

 

Molise

Da questa piccola regione, nella quale con la rilevazione censuaria del 2011 è stata censita una popolazione residente di 313.660 abitanti, si sono registrati tra il 1876 e il 1976 ben 618.999 espatri, circa il 30 per cento dei quali nei primi quindici anni del secolo XX, nel periodo della cosiddetta “grande emigrazione”. Non a caso viene spesso rimarcato come il Molise sia l’unica regione che, a seguito delle sue vicende migratorie, può annoverare fuori dai propri confini una presenza di persone d’origine di molto superiore al doppio della sua attuale popolazione residente[62]. Argentina, Brasile e a seguire gli Stati Uniti e poi il Canada, sono stati inizialmente i principali poli d’attrazione dei migranti molisani. Nel secondo dopoguerra c’è stata dapprima una lieve ripresa dei flussi diretti in Argentina, negli Stati Uniti e in Brasile, ma a partire dagli anni Cinquanta si è consolidata una nuova direttrice migratoria, quella verso i paesi europei, Belgio e Francia in primo luogo e, in misura minore, Gran Bretagna e Svizzera.

Con riferimento al legame tra luogo di partenza e luogo di arrivo, riservo attenzione a due casi che chiamano in causa da un lato il Comune di Agnone e dall’altro un gruppo di sette comuni di piccole dimensioni sotto il profilo demografico.

Al tempo della “grande emigrazione”, Agnone, importante centro artigianale (orafi e ramai) dell’Alto Molise, era il secondo più popoloso comune dopo il capoluogo dell’allora unica provincia di Campobasso; ha fornito il maggior numero di emigranti (alcuni suoi operai, attirati da notizie su probabili giacimenti auriferi in Sudamerica  costituirono già nel 1870 il primo sparuto nucleo di emigranti molisani che varcarono l’oceano)[63]. “Con il meccanismo dell’emigrazione in catena i suoi emigranti seppero dar vita a popolose e strutturate comunità in America latina”[64]. Una delle più importanti si è formata a Buenos Aires in un’area ristretta dalle parti di Plaza del Carmen. Circolarono pure dei giornali tra i quali Eco del Sannio pubblicato dal 1894 al 1918[65].

Il 6 dicembre 1907 a Monongah, in West Virginia, ci fu il più grave disastro minerario nella storia degli Stati Uniti. Si contarono 358 persone decedute (si tratta della cifra “ufficiale” dal momento che si è arrivati ad ipotizzare che il numero delle vittime possa aver superato le 500 unità). Ben 171 furono gli italiani, 87 dei quali molisani provenienti dai seguenti comuni: Duronia (36), Frosolone, (20), Torella del Sannio (12), Fossalto (8), Pietracatella (7), Bagnoli del Trigno (3), Vastogirardi (1). “Il fatto che la percentuale più elevata provenga da quattro comuni contermini, come Duronia, Frosolone, Torella e Fossalto, conferma il peso della catena delle chiamate nella formazione dei flussi verso l’America e nella riaggregazione delle comunità nei luoghi di insediamento”[66].

 

Campania

Il contributo della Campania all’emigrazione italiana negli anni considerati è superato solo da quello del Veneto. Come documentano i dati esposti nella Tav. 1, il primato della Campania nella terza fase, con 936.561 espatri, è in ogni caso netto. Il declino della diaspora transatlantica è stato più lento rispetto alle altre regioni. È solo negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento che prevale il peso delle mete europee (quello della Germania in particolare). Con l’andare del tempo si sono strutturate comunità campane all’estero separate dalla regione di partenza ma ben visibili per il loro associazionismo e per il loro contributo alla cultura dell’emigrazione[67].

Tra i pochi casi che ho selezionato c’è quello di Torre del Greco importante centro della regione soprattutto dal punto di vista demografico, legato storicamente alla pesca del corallo e a quella ittica. L’Algeria era una metà storica della comunità dei pescatori corallini di Torre del Greco, specie nelle località di Bona e La Calle, oltre che di Algeri. Alcune famiglie vi risiedevano stabilmente fin dalla metà dell’Ottocento. Anche la pesca delle spugne, sviluppatasi pienamente all’inizio del Novecento, portò una trentina di gruppi familiari e molti soggetti individuali, sempre torresi, a trasferirsi a Sfax, in Tunisia. Una parte di loro si trasferì nel 1928 a Zuana Marina, in Libia, dove rimase fino all’avvento di Gheddafi[68].

Mi trasferisco in provincia di Salerno per segnalare il caso di Marina, frazione del comune di Camerota. Si calcola che in oltre un secolo migliaia dei suoi abitanti siano emigrati in Venezuela. Dei quasi 3 mila iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) del comune di Camerota nel 2011, il 38 per cento risultava vivere in Venezuela. Nella comunità di Marina di Camerota a Caracas è rimasta sempre viva la devozione verso il patrono San Domenico al punto di organizzare una festa che ricalca quella della località d’origine. D’altro canto nella stessa Marina è stato esportato il culto, fervidamente sentito, della Madonna di Coromoto, patrona del Venezuela. Alla strada più importante del borgo è stato inoltre dato il nome di Simon Bolivar[69].

Verso la periferia di Waterbury – città che ho già avuto occasione di segnalare trattando dell’emigrazione ligure – aveva sede una delle organizzazioni etniche di mutuo soccorso di più notevole prestigio, il “Ponte Club”. “Dove Ponte sta per Pontelandolfo, un piccolo centro in provincia di Benevento. Di qui negli anni a cavallo del secolo è partita un’intensa catena migratoria che, se ha conosciuto le sue punte quantitative nei due primi decenni del Novecento, è comunque in notevole misura sopravvissuta alla soluzione di continuità nel flusso di arrivi rappresentato dal periodo tra le due guerre. E ha continuato ad alimentare anche in tempi recenti, al punto che i pontelandolfesi di Waterbury sono addirittura 12 mila, tre volte quelli rimasti a casa”[70].

 

Puglia

Al pari del Lazio, la Puglia registra il maggior numero di partenze nel secondo dopoguerra: nella terza fase, come mostrano i dati riportati nella Tav. 1, si concentra infatti il 61,4 per cento del totale degli espatri nell’arco del secolo preso in esame.

Tra il 1876 e il 1900 la Puglia ha avuto nel Mezzogiorno il flusso in uscita meno elevato. Le principali aree di partenza sono state le campagne del Nord-Ovest della Capitanata e l’area costiera e agricola della Terra di Bari.

Con l’inizio del XX secolo la regione ha invece progressivamente assunto un ruolo primario. Ha prevalso la migrazione transoceanica (in primis quella che ha riguardato gli Stati Uniti) anche se a ridosso del primo conflitto mondiale hanno preso corpo anche le mete europee (Austria e Francia, oltre alla più vicina Grecia). L’emigrazione verso gli Stati Uniti è stata alimentata prevalentemente dai comuni appartenenti alla Capitanata ed alla Terra di Bari mentre nei flussi verso l’Argentina sono stati principalmente coinvolti i comuni della Terra d’Otranto; quelli verso l’Austria e Francia hanno riguardato i comuni della Terra di Bari e della Terra d’Otranto[71].

Sono diverse le vicende migratorie alle quali mi interessa riservare brevi cenni. Molfetta, importante centro della città metropolitana di Bari, ha avuto un’interessante storia migratoria. All’inizio del Novecento, migranti partiti dal comune pugliese hanno creato negli Stati Uniti due comunità: una a Brooklyn (New York) e l’altra, più importante, a Hoboken (New Jersey). Quest’ultima località, ove ogni anno si celebra la festa della “Madonna dei Martiri” venerata nell’omonimo santuario del porto italiano, è stata ribattezzata la “Molfetta d’ America”. Merita di essere segnalato che con le rimesse dei molfettesi stabilitisi nei due centri americani, è stato a suo tempo costruito un nuovo quartiere nel settore orientale della città pugliese[72].

Nella seconda metà dell’Ottocento si è formata a Patrasso, in Grecia, una colonia composta quasi esclusivamente da famiglie pugliesi. “Questi migranti fecero venire in seguito parenti e conoscenti, e a poco a poco si formò nella città un considerevole nucleo di italiani, i quali conservarono l’affetto per la madre patria, i propri costumi, il patrio dialetto, la religione dei loro padri, e finirono per formare un quartiere abitato esclusivamente da loro, quello di San Dionigi”[73]. “I suoi componenti – annota ancora il vice-console italiano nel 1905 – sono per la massima parte marinai e agricoltori; in misura minore operai. Un certo numero dei nostri connazionali possiede delle bilancelle da pesca e dei trabaccoli coi quali esercitano il piccolo cabotaggio. Vengono poi annualmente in queste acque – è questo il punto che mi interessa sottolineare – circa trenta bilancelle dei porti di Molfetta, Mola di Bari e Trani”.

Già alla vigilia del primo conflitto mondiale, si era formata a Grenoble, nel dipartimento d’Isère in Francia, una corposa comunità di migranti provenienti da Corato, in provincia di Bari[74]. Flussi successivi ne hanno rafforzato l’importanza[75]. Tra il censimento del 1921 e quello del 1936, la popolazione residente nel comune pugliese passa da 50.010 a 44.661 abitanti; ancora più pesante è stato il calo che si è registrato tra il 1951 e il 1961 quando la popolazione è scesa sotto la soglia dei 40 mila abitanti. Nel 2002 è stato sottoscritto un gemellaggio tra Corato e la città francese: a Corato c’è piazza Grenoble ed a Grenoble avenue de Corato.

“Tra il 1890 e il 1908 sono partiti da Mola, da Conversano e da Rutigliano più di 4 mila contadini, operai e artigiani. Nel 1909 e nel 1910, anche in conseguenza di una tremenda e prolungata siccità che si abbattè sulla Puglia, il ritmo dei partenti continuò ad aumentare per raggiungere la sua punta più alta nel 1913”[76].  Anche in seguito, soprattutto nel secondo dopoguerra, vi è stata in ogni caso una forte ripresa delle correnti migratorie verso l’estero. Si sono così formate diverse comunità in vari paesi esteri. Si contano oggi “circoli e associazioni degli emigranti molesi, conversanesi e rutiglianesi, i quali, nati sulla base di un forte impegno solidaristico e di mutuo soccorso promuovono anche non scarse attività ricreative-culturali, organizzano le loro feste patronali (la Festa di Maria SS. Addolorata, la Festa di Maria SS. della Fonte e la Festa del SS. Crocifisso) e mantengono nella gran parte dei casi stretti contatti e legami con i paesi d’origine”[77]. La comunità molese più importante è stata quella di Brooklyn, i conversanesi si sono insediati soprattutto a Long Island, le comunità rutiglianesi più consistenti sono state quelle di Chicago e Toronto.

 

Basilicata

La struttura montagnosa ha reso la regione da sempre dipendente delle vicine aree agricole della Puglia, con la quale ha intessuto una lunga tradizione di scambi demografici; forte è stato pure l’effetto attrattivo di Napoli che si è fatto sentire per tutta l’età moderna. Per quanto riguarda l’emigrazione, all’inizio si trattò di un “rivolo” di poco più di un migliaio di persone. Negli anni successivi è diventato un fenomeno numericamente rilevante: se nel 1876 si sono contati ancora 1.125 espatri, dal 1878 le partenze raddoppiano costantemente fino ad arrivare, nel 1906, a oltre 18 mila espatri. Il Nuovo Mondo (soprattutto Stati Uniti, Argentina e Brasile) è sempre stata la destinazione più agognata.

Calzolai e sarti di Lagonegro si sono stabiliti in Messico, a Merida, nello Yucatan; commercianti al minuto del comune di Lauria si sono trasferiti a Panama e Portorico; emigranti provenienti da San Fele hanno lavorato nelle industrie del filo di ferro di Trenton, nel New Jersey; nei primi anni del Novecento un gruppo di elettricisti di Maratea ha trovato lavoro a New Orleans; da Avigliano e Rotondella sono partiti emigranti che si sono insediati in piccoli centri del Massachusetts e della Pennsylvania[78]

Un caso lucano di emigrazione di mestiere è stato quello dei ramai della Valle del Noce. I ramai del comune di Rivello, in provincia di Potenza, a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento hanno cominciato a fissarsi stabilmente e in numero sempre maggiore nella provincia di Albacete, soprattutto ad Hellin dove, divenuti caldereros o caldereiros, si sono imposti specialmente nella produzione di uso domestico (pentole, lanterne, ecc.). Nella cittadina spagnola alla comunità degli artigiani del rame è stato intitolato uno spazio pubblico[79].

 

Calabria

Tra il 1876 e il 1976 sono emigrate dalla Calabria quasi due milioni di persone, cifra non dissimile dall’attuale popolazione residente nella regione. Si tratta di circa il 7,5 per cento degli espatri complessivi ed in proposito si deve sottolineare che tale percentuale è doppia rispetto a quella relativa al peso demografico della Calabria sul totale nazionale. Come è stato osservato “definire la Calabria come terra di emigranti non è un’iperbole. Quasi tutte le trattazioni sull’argomento, insieme con i numeri, attestano che la regione, in rapporto alla popolazione, può essere classificata ai primi posti tanto che a ben ragione si può concordare con quanto proponeva Gerhard Rohlfs, escursionista tedesco e studioso di chiara fama, che al topòs della Calabria terra di briganti- uno stereotipo che, negli anni di fine Ottocento, era ormai in fase calante – si poteva sostituire quello della Calabria terra di emigranti[80].

L’emigrazione calabrese comincia a crescere prepotentemente negli ultimi anni dell’Ottocento quando si registra la netta preferenza dell’emigrazione italiana per le mete transoceaniche. La grande maggioranza degli espatri (780.170 unità su 879.031) concerne infatti tre paesi: Stati Uniti, Argentina e Brasile.

Venendo al tema qui affrontato, mi limito a segnalare rispetto al primo paese, che la città di Fort Lee nel New Jersey è stato il centro che ha riunito la maggior parte degli emigrati da Bagnara Calabra (i bagnaresi formarono una colonia anche a Brooklyn) e che, sempre nel New Jersey, a Ocean City si sono stabilite molte famiglie provenienti da Maida in provincia di Catanzaro. Quanto ai due paesi dell’America Latina, va precisato che gli emigranti italiani provenienti dalla Calabria hanno incontrato maggiori difficoltà rispetto ai flussi precedenti nell’acquisizione di terreni agricoli. Il loro insediamento ha riguardato soprattutto le grandi città: il quartiere di Bexiga a São Paulo era ad esempio la little Italy dell’emigrazione calabrese. Merita comunque di essere ricordato che migranti provenienti da due comuni montani della provincia di Cosenza (Morano Calabro e Laino Borgo), hanno creato due comunità in Brasile, una, quella dei moranesi, a Porto Alegre e l’altra a Salvador de Bahia[81]. I moranesi fecero in ogni caso comunità anche a Barranquilla, a San José di Costa Rica e nella guatemalteca Quetzaltenango. Tra il censimento del 1881 e quello del 1911 la popolazione residente in questo comune scende da 9.974 a 5.743 unità. La colonia italiana di Santo Domingo arriva dal piccolo comune di Santa Domenica Talao, sempre della provincia di Cosenza. I 30 migranti di San Giovanni in Fiore, altro comune del Cosentino, deceduti nella già ricordata sciagura mineraria di Monongah, negli Stati Uniti, fanno pensare ad un’altra comunità generata dalle catene migratorie.

Il 29 novembre di ogni anno la festa di Sant’Andrea Apostolo, oltre che nell’omonimo comune della provincia di Catanzaro, si celebre anche in una chiesa di Montreal su iniziativa di una locale associazione calabrese che porta il nome del Patrono della cittadina della quale sono originari.

Nel secondo dopoguerra c’è stata una forte ripresa dell’emigrazione italiana verso i paesi europei e la comparsa di nuove mete transoceaniche tra le quali spicca il caso dell’Australia. In quest’ultimo paese è la provincia di Reggio Calabria a guidare la graduatoria delle province italiane che hanno alimentato questo flusso migratorio[82]. I calabresi di Platì li ritroviamo nella città di Griffith nel New South Wales e quelli di Caulonia a Adelaide[83]. Per l’Europa occorre citare nuovamente Morano Calabro i cui emigranti si stabilirono in buon numero a Bous, un paese della provincia di Saarlouis, per l’appunto in Saar[84].

 

Sicilia

Il ruolo della Sicilia nell’emigrazione italiana è stato assai rilevante. Per gli anni che vanno dal 1876 al 1976 solo Veneto e Campania hanno fornito un contributo maggiore. Nell’ultimi decennio dell’Ottocento una parte dei suoi flussi in uscita è stato  drenato verso le Americhe grazie al ribasso dei prezzi navali e alla tensione politica succeduta alla sconfitta dei Fasci siciliani nel 1893-1894. Un vero e proprio boom si è registrato nel periodo della cosiddetta “grande emigrazione”: nel 1913 le partenze per l’estero originate dalla regione risultano pari a quasi il 17 per cento di quelle nazionali. Merita di essere segnalato che la Sicilia, gravitando nel Mediterraneo, ha avuto un suo “sfogo” migratorio in Africa, in particolare in Tunisia[85]. Nel secondo dopoguerra l’ondata migratoria è proseguita e sono state le province di Caltanissetta e di Agrigento quelle con il maggior numero di emigranti.

Venendo al tema preso in esame, mi piace ricordare quanto si è sostenuto anche con riferimento ai flussi in uscita generati da questa regione: “Le partenze degli emigranti sono sempre avvenute, per così dire, a catena. Prima partono i più intraprendenti, poi i parenti più prossimi, seguono gli amici e i familiari, infine quanti si raccomandano ai primi partiti di trovar loro un’occupazione, un lavoro. Così si sono formati grossi nuclei in questa o quella comunità di emigrati provenienti dallo stesso comune di origine, rimasto pertanto dimezzato”[86].

Riservato un breve cenno al piccolo nucleo di pescatori dell’isola di Marettimo nelle Egadi migrati a Monterey in California dove portarono avanti la loro attività, segnalo, tra le varie comunità fondate negli Stati Uniti da quanti vi si trasferirono dal comune di Augusta in provincia di Siracusa, quella insediatasi nel North End di Boston che diede vita all’”Augusta Fraternal Associates” che si distinse nella raccolta di fondi per cause filantropiche e caritatevoli[87]. Altri emigranti siciliani provenienti da quattro piccoli comuni della provincia di Agrigento (Alessandria della Rocca, Bivona, Cianciana e Santo Stefano Quisquina), inizialmente occupati nelle piantagioni di canna da zucchero di St. Cloud, in Florida, crearono poi una “colonia” a Tampa, inserendosi nella lavorazione del tabacco. Per quanto riguarda l’emigrazione dalle isole Eolie, riservo sintetici cenni alla comunità creata a Norwich, nell’Upstate di New York, dai liparesi cavatori di pomice che si trasformarono in minatori delle cave di Blue stone, ed a quella che ad Oswego, sul lago Ontario, gli stromboliani formarono per le attività di trasporto marittimo delle merci da e per i porti lacustri canadesi[88]. Segnalo altresì il caso di 253 famiglie della Sicilia orientale che, reclutate da un faccendiere catanese, approdarono in Paraguay nel 1898 per dar vita ad una Colonia Trinacria nel distretto di Santa Clara a 400 chilometri da Asunción e poi trasferitesi nei pressi della capitale definita “la più siciliana del mondo”[89]. Ed ancora quello di 100 famiglie di Barcellona Pozzo di Gotto che nello stesso 1898 si trasferirono alle porte della Patagonia per costruire Puerto Belgrano: si stanziarono a 50 chilometri da Bahia Blanca e fondarono la città di Punta Alta riproducendo case, quartieri e persino la chiesa del paese di provenienza. Per l’Europa si possono ricordare i trecento abitanti di Lercara Friddi, in provincia di Palermo, che si sono insediati a Liegi in Belgio. Chiudo con la Germania che ha avuto un forte peso nell’emigrazione siciliana del secondo dopoguerra: in una cittadina non lontana da Stoccarda si è stabilito un folto gruppo di migranti originari di uno stesso paese del Calatino in provincia di Catania[90].

 

Sardegna

“L’emigrazione sarda parte da una regione a bassa densità demografica, anzi da una delle regioni italiane più sottopopolate e incide su una struttura e una dinamica insediative già di per sé carenti e alterate, inducendo la desertificazione del tessuto rurale, ove si registrano fenomeni cumulativi e circoli viziosi che si esasperano intorno all’isolamento, costante significativa del quadro socio-fenomenologico dell’isola”[91].

Tra il 1876 e il 1925 si sono registrati circa 125 mila espatri, con un’accelerazione tutta novecentesca. Nel decennio 1876-85 gli emigranti sono stati 47 su 10 mila abitanti in Italia e 1,5 in Sardegna[92]. Sino all’ultimo decennio dell’Ottocento, l’emigrazione ha infatti rappresentato per l’isola un fenomeno di scarso rilievo. Essa ha presentato un comportamento che si è discostato da quello delle altre regioni meridionali, assimilandosi invece alle tendenzialità espresse dal Settentrione. Dal 1900 al 1904 vi è stata una corrente emigratoria quasi esclusivamente diretta verso i porti di Tunisi e di Bona dovuta all’insediamento degli impianti caseari che hanno spinto i sardi all’abbandono delle colture terriere aleatorie per il reddito sicuro della pastorizia. Come mete di destinazione hanno poi prevalso Francia e Argentina.

Il secondo dopoguerra è stato caratterizzato dalla netta prevalenza delle mete europee con la Germania a guidare la graduatoria[93]. Mentre nella prima fase il contributo all’emigrazione è stato fornito principalmente dalla parte nord-occidentale dell’isola, negli anni Cinquanta del Novecento i flussi in uscita non hanno avuto un’origine rurale. Hanno riguardato i centri industrializzati del Sulcis-Iglesiente. Il calo del prezzo di piombo e zinco e la diminuzione dello smercio del carbone del Sulcis, sono state le cause principali della crisi mineraria di quegli anni e delle successive partenze[94].

Sembra che in Sardegna non ci sia traccia di comuni che con i propri emigranti abbiano creato una loro comunità all’interno di una specifica località del paese estero che li ha accolti. Il fatto non desta in realtà particolare sorpresa. La regione non ha alimentato flussi in uscita particolarmente consistenti generati per lo più da comuni di piccole dimensioni. Si consideri inoltre che tra il 1905 e il 1976 si sono contati in Sardegna circa 100 mila rimpatri (66.146 nel secondo dopoguerra)[95]. Nel 1896 e nel 1897 si sono registrate oltre 5 mila partenze dalla Sardegna per il Brasile mentre quelle per il resto del mondo non sono state più di ottanta. Dopo un viaggio di 36 giorni, gli emigranti sardi sono arrivati nel paese sudamericano “in uno stato di tale avvilimento ed indigenza da essere facilmente preda di fazenderos e di mineiros che assumevano personale con salari di fame”. La dispersione in uno spazio immenso (lo stato di Minas Gerais ha una superficie di poco inferiore a quella della penisola iberica) e la rigidità delle abitudini hanno determinato il rientro delle famiglie sarde nel giro di venti mesi[96].

In due scritti che prendono in considerazione il percorso migratorio di quanti sono partiti dai comuni di Carloforte[97], sull’isola di San Pietro, e Guspini[98], entrambi in provincia di Cagliari, sono raccontate le storie di singoli nuclei familiari che si sono insediati in diversi ambiti senza perciò che si creassero le condizioni per la nascita di una seppur piccola comunità[99]. Sono nate in taluni paesi associazioni di sardi ma il vincolo è stato quello dell’”insularità”. 

 

Brevi considerazioni conclusive

Sulla base delle vicende migratorie che ho richiamato, ritengo che l’effetto prodotto dalle “catene migratorie” (in sintesi “richiamo di congiunti e compaesani”) non possa sicuramente essere messo in discussione. L’esperienza degli emigranti campani di Pontelandolfo a Waterbury, quella degli emigranti marchigiani di Sant’Angelo in Vado a Mar del Plata e quella dei migranti pugliesi di Corato a Grenoble lo certificano ad esempio in modo netto anche perché in questi casi si è trattato di flussi che si sono protratti per decenni.

Ciò detto, va però precisato che dal legame tra luogo di partenza e luogo di destinazione non si può sempre desumere in modo automatico l’esistenza di catene migratorie. Nel caso dei migranti veneti insediatisi a Chipilo, in Messico, non si può certo parlarne. Si è infatti trattato del trasferimento di “gruppi familiari” nei quali a mio avviso c’era piena consapevolezza del duro lavoro da svolgere nella fase iniziale (la prima necessità è stata quella di costruire delle case) della complessità del viaggio e, soprattutto, delle difficoltà che si sarebbero incontrate per l’eventuale acquisizione di ulteriori terreni.

Le cosiddette “catene migratorie professionali” sono da mettere principalmente in relazione con l’emigrazione temporanea. Poiché in questo caso viene esclusa, almeno in via di principio, la possibilità di un insediamento definitivo nel paese estero raggiunto per ragioni di lavoro, a questi flussi non ho riservato molta attenzione dal momento che nel propormi di analizzare il legame tra luogo di partenza e luogo di destinazione, intendevo riferirmi a vicende migratorie nelle quali si era realizzato un definitivo trasferimento di residenza.

In quella che è stata definita “età delle infrastrutture”[100], molti emigranti italiani sono stati coinvolti in molti paesi europei (ed anche extraeuropei), in particolare per la costruzione di ferrovie e ciò li ha spesso portati a viaggiare da un paese all’altro, talvolta al seguito di imprese italiane coinvolte nella realizzazione delle opere. Immaginare ricongiungimenti familiari in queste situazioni poteva sembrare azzardato. La realtà però rifiuta spesso eccessivi schematismi. È emerso il caso dei friulani di Clauzetto che, completato un tratto della Transiberiana, hanno deciso di formare una piccola colonia ad Irkutsk in Siberia, quello degli emigranti di Cuggiono che si sono stabiliti a Saint Louis, quello dei vetrai altaresi che dopo aver fondato vetrerie in diversi paesi del Sudamerica, hanno poi creato una loro comunità in Argentina, e quello dei ramai di Rivello in Spagna.

 È da tenere in debita considerazione l’impegno profuso dai nostri emigranti, una volta raggiunto il paese estero di destinazione, nel tentativo di riaggregarsi secondo criteri che privilegiassero la comune provenienza. Nei flussi migratori che hanno riguardato, specialmente negli anni della “grande emigrazione”, metropoli come New York e San Paolo, nella formazione delle distinte little Italy è prevalso per lo più il vincolo regionale. Mi ha pure colpito la tenacia con la quale, sotto questo profilo, si è organizzato al proprio interno il quartiere abruzzese di Philadelphia. Ho poi ben presenti i casi, anche questi presentati, nei quali i migranti provenienti da singoli comuni sono riusciti a raggrupparsi in aree ristrette (a volte persino una singola strada o un blocco di edifici).

Rispetto alle agenzie di emigrazione, senza entrare in questa sede nel merito del loro ruolo (mi riferisco all’attività dell’”agente” Frank Di Berardino nella città di Philadelphia), mi limito a ricordare il tentativo operato con la legge 30 dicembre 1888, n. 5866 e la successiva 30 gennaio 1901, n. 23, di regolamentare il loro rapporto con le compagnie di navigazione che hanno tratto buona parte dei loro guadagni proprio dal traffico degli emigranti.

Sull’emigrazione si dispone di un’amplissima bibliografia ma sono dell’avviso - e concludo – che sui meccanismi che hanno riguardato i flussi che si sono diretti verso mete di secondaria importanza, tornerebbero utili ulteriori riflessioni per chiarirne meglio i contorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Cfr. Cortese, 2020.I preziosi dati statistici riportati sulle 1740 pagine dell’Annuario si possono ottenere cliccando su: http://ebiblio.istat.it/digibib/Annuari/TO00176482Annuario_statistico_emigrazione_italiana_1876_1925.pdf

[2] Cfr. Golini e Amato, 2001.

[3] Cfr. Cortese, 2015.

[4] Cfr. Allio, 1984, p.121.

[5] Cfr. Corazza, 1995 e Lambert-Pietri, 1999.

[6] Cfr. Bernardy, 1912.

[7] Cfr. Bernardy, 1912.

[8] Cfr. Grendi, 1984.

[9] Cfr. Audenino, 2006.

[10] Cfr. Audenino, 2006, p. 29.

[11] Cfr. Salati, 2010, p. 31.

[12] Cfr. Cortese, 2016.

[13] Cfr. Salati, 2010.

[14] Attualmente, ad esempio, i comuni dell’entroterra chiavarese conservano mediamente il 50 per cento della popolazione censita nel 1871.

[15] Cfr. Nicosia e Prencipe, 2009 e Fasce, 2006.

[16] Cfr. Surdich, 1989, p. 49.

[17] Cfr. Fasce, 1989.

[18] Cfr. Saroldi, 2015.

[19] Un certo numero di emigranti trentini è stato ad esempio coinvolto nella costruzione di una linea ferroviaria in Texas alla quale ho riservato brevi cenni quando mi sono occupato dell’emigrazione lombarda.

[20] Cfr. Leoni, 1991.

[21] Cfr. Cristaldi, 2011, p. 68.

[22] Cfr. Bozzato, 2008.

[23] Cfr. Franzina, 2005 e Cortese, 2018b.

[24] Cfr. Barzan, 2017, p. 22.

[25] Cfr. Zago Bronca e Secco, 2004 e De Vecchi, 1987.

[26] Cfr. Sartor e Ursini, 1983.

[27] Cfr. Grendi, 1984.

[28] Cfr. Nicosia e Prencipe, 2009 e Lorenzon e Mattioni, 1962.

[29] Cfr. Verrocchio, 2003, p. 191.

[30] Cfr. Micelli, 2003, p. 37.

[31] Cfr. Barachino, 2012.

[32] Cfr. Boz e Grossutti, 2009.

[33] Cfr. Sicurella, 2008, p. 75.

[34] Cfr. Bartolomé, 2009, p. 170. Rinvio anche a Donato e Nodari, 1995.

[35] Cfr. Nicosia e Prencipe, 2009.

[36] Cfr. Martini, 1995.

[37] Cfr. Fincardi, 2006.

[38] Cfr. Paletti, 2012.

[39] Cfr. Boncompagni, 2006. Nei documenti francesi gli emigranti toscani sono generalmente definiti “lucchesi” con senso per lo più dispregiativo (cfr. Ostuni, 2006).

[40] Cfr. Pomponi, 1988.

[41] Cfr. Dottori, 1988.

[42] Cfr. Nicosia e Prencipe, 2009, p.371.

[43] Cfr. Tosi, 1988.

[44] Cfr. Cecchini, 2014, p. 125.

[45] Cfr. Bartolucci e Pastoriza, 2003, p. 79.

[46] Cfr. Baily, 1982.

[47] Cfr. Gobbi, 2011, p. 16.

[48] Cfr. Graciotti, 1998.

[49] Cfr. Cittadini, 1998.

[50] Cfr. Cortese, 2017 e Protasi, 2010,

[51] Cfr. Santulli, 2011.

[52] Cfr. Protasi, 1999.

[53] Cfr. Vial, 2002.

[54] Cfr. Aa.Vv. 2010.

[55] Cfr. Protasi, 2010, p. 37.

[56] Cfr. Cortese, 2018a.

[57] Cfr. Sitta, 1894.

[58] Cfr. Nicosia e Prencipe, 2009. Rinvio pure a Sanfilippo, 2013.

[59] Cfr. Melocchi, 1919, p. 3.

[60] Cfr. De Nardis, 1994a.

[61] Cfr. De Nardis, 1994b.

[62] Cfr. Lombardi, 2010.

[63] Cfr. Simoncelli, 1969.

[64] Cfr. Massullo, 2017, p. 18. Per maggiori dettagli rinvio ad altro scritto dello stesso autore (cfr. Massullo, 1994) e a Gandolfo, 1988.

[65] Cfr. Baily, 1982.

[66] Cfr. D’Andrea, 2017, p. 8.

[67] Cfr. Nicosia e Prencipe, 2009.

[68] Cfr. Trani, 2012.

[69] Cfr. Esposito, 2011.

[70] Cfr. Fasce, 1989, p. 77.

[71] La Puglia di fine Ottocento era un’atea suddivisa in tre grandi province (cfr. Bonerba, 2010).

[72] Cfr. Panunzio, 1972.

[73] Cfr. Rocca, 1905, p. 275.

[74] Cfr. Faidutti-Rudolph, 1988 e Vial, 2002.

[75] Cfr. Pinna, 2018.

[76] Cfr. Lorusso, 1993, p. 19.

[77] Cfr. Lorusso, 1993, p. 22.

[78] Cfr. Bisceglia, 2017.

[79] Cfr. Cassino, 2015.

[80] Cfr. Masi, 1965, p. X.

[81] Cfr. Cappelli, 2007 e Rocca, 1908.

[82] Cfr. Lancaster Jones, 1964.

[83] Cfr. Cosmini-Rose e O’Connor, 2008.

[84] Cfr. Mainieri, 1997.

[85] Cfr. Cortese e Licari, 2019.

[86] Cfr. Brancato, 1995, p. 74.

[87] Cfr. Linares, 2010.

[88] Cfr. Saija, 2015.

[89] Cfr. Saija, 2018.

[90] Cfr. Rothenburg-Unz, 1987.

[91] Cfr. Rudas, 1974, p. 6.

[92] Cfr. Gentileschi, 1995.

[93] Cfr. Leone-Loi-Gentileschi, 1979.

[94] Cfr. Sanna, 2006.

[95] Cfr. Nicosia e Prencipe, 2009.

[96] Cfr. Lo Monaco 1965.

[97] Cfr. Aste, 1990.

[98] Cfr. Atzei e Manis, 2006.

[99] Cfr. Aste, 1990.

[100] Cfr. Sori, 2001.

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