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Stefania Ricci (a cura di), L’Italia a Hollywood

Firenze, Skira-Museo Salvatore Ferragamo, 2018, pp. 471, s.i.p.

Sugli anni hollywoodiani (1916-1927) di Salvatore Ferragamo è stata organizzata a Firenze una mostra dai molteplici risvolti, anche didattici grazie alla partecipazione del Liceo Michelangiolo. Per tener dietro al percorso espositivo e a quello didattico è stato inoltre prodotto un massiccio catalogo che tiene conto della vicenda biografica di Ferragamo, dello sviluppo di Hollywood in quegli anni, della presenza italiana in California e delle calzature create dal biografato per numerosi set cinematografici italiani e statunitensi. I materiali messi a disposizione sono dunque moltissimi e alcuni sorprendenti, come il contributo di Fulvio Conti sulla partecipazione di Ernesto Nathan, già sindaco di Roma, all’esposizione internazionale di San Francisco del 1915. Proprio questo contatto, che sollevò moltissime proteste fra i cattolici statunitensi, memori dei discorsi del sindaco massone per celebrare il 20 settembre, segnala come, già prima dell’arrivo di Ferragamo, l’emigrazione italiana verso la California era un risvolto di un più vasto interesse economico per la West Coast. Qui si cercava lavoro e si offrivano al contempo manodopera unskilled, lavoro qualificato e merci di lusso.

Gli interventi del catalogo censiscono questi molteplici livelli e le interrelazioni economiche che ne conseguono. L’influenza dell’architettura e dell’arte italiana sono un passepartout per artisti, architetti e artigiani che varcano l’oceano e che poi riportano in Italia quanto hanno visto. L’influenza della Cabiria dell’astigiano Pastrone sui primi film in costume di Griffith, prepara l’arrivo sui set statunitensi di attori, registi e tecnici, nonché la successiva influenza statunitense sul cinema italiano. Lo stesso Ferragamo produce scarpe per i film in costume e per quelli ambientati nella realtà dei quei giorni. Conquista così l’attenzione delle star hollywoodiane, che divengono a loro volta uno strumento pubblicitario impagabile, assicurandogli una nomea invidiabile. Inoltre il suo successo d’oltreatlantico gli permette di continuare a lavorare per il cinema, questa volta italiano, quando rientra nella Penisola e si insedia a Firenze.

Uno degli elementi portanti di questo catalogo è ovviamente la riflessione sull’esperienza statunitense di Ferragamo. L’altro è lo studio, che rimbalza da contributo a contributo, del continuo va e vieni fra le due sponde oceaniche. Il cinema italiano influenza quello statunitense e questo influenza il primo. La moda e i produttori di moda si muovono tra Vecchio e Nuovo Mondo. Musicisti italiani partecipano allo sviluppo del jazz prima e dopo la Prima guerra mondiale, ma poi il jazz, considerato ormai la musica «americana» per eccellenza, invade l’Italia. Migranti italiani, di ogni livello economico e culturale, percorrono gli Stati Uniti e viaggiatori statunitensi esplorano la penisola italiana a cavallo della Grande Guerra.

In un certo senso il difetto di questo catalogo è proprio in questa volontà di coprire ogni aspetto delle relazioni tra Italia e Stati Uniti durante la vita di Ferragamo (e anche dopo a tener conto di alcuni saggi su artisti italiani oltreoceano e dei commenti su alcuni film relativi agli italiani in Nord America). Il materiale raccolta diventa troppo e la lettura ne soffre. Inoltre lo stesso oggetto-libro è troppo grosso, dovendo raccogliere così tanti capitoli e materiali fotografici. Qui andrebbe aperta una discussione sul senso odierno di produrre cataloghi sempre più spessi e pesanti, nonché di sovente impaginati in modo che sembra a prima vista «charmant», ma che rende difficile la lettura. Di fatto sono oggetti ingombranti e poco maneggevoli da mettere su un tavolino e sfogliare parcamente, piuttosto che opere da leggere. Peccato, perché alcuni contributi a questo catalogo sono interessanti di per sé e avrebbero meritati di poter essere letti con meno fatica.

 

Matteo Sanfilippo 

 

 

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