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Luigi Fontanella, Il dio di New York

Firenze, Passigli, 2017, pp. 276, € 19.

Succede sempre più spesso nelle opere letterarie italiane di questi ultimi anni che l’autore scelga una distanza molto stretta per avvicinarsi all’oggetto delle sue attenzioni narrative. Un nuovo realismo, portato a volte fino a eccessi difficilmente tollerabili, impone anche nel campo parallelo del cinema e della televisione uno sguardo live tale da comporre arditi esperimenti di docu-fiction o auto-fiction. È il clima dell’epoca corrente, propensa a proporre come protagonista l’uomo della strada e a consentirgli di farsi interprete più o meno autorevole di una sua vicenda impastata con la cronaca. Un’opportunità democratica che però può nuocere alla causa degli interessati se non hanno qualcosa di solido da raccontare della propria esperienza.

A uno studioso di robusta attrezzatura critica e scrittore in proprio di molti libri è accaduto, invece, la fortuna di ricostruire con grande complicità umana l’itinerario di un noto testimone dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti. Luigi Fontanella, docente di letteratura italiana alla State University of New York at Stony Brook ed esperto viaggiatore tra le due sponde dell’Atlantico, da sempre impegnato nella riflessione sull’esodo biblico degli inconsapevoli seguaci di Colombo, ha maturato in questi ultimi anni la decisione (che è diventata passione) di conoscere da vicino le tappe del calvario esistenziale dell’abruzzese Pasquale (poi Pascal) D’Angelo, autore del romanzo autobiografico Son of Italy (New York, Macmillan, 1924). Ispirandosi esplicitamente al romanzo biografico di Sebastiano Vassalli La notte della cometa (Torino, Einaudi, 1984), che racconta il dramma del poeta Dino Campana, Fontanella ha costruito, ne Il dio di New York, un racconto fortemente empatico, che ripercorre con precisa intenzione documentaria il singolare itinerario dello scrittore italoamericano, nato nel 1894 nel piccolo borgo di Introdacqua in provincia dell’Aquila. Fontanella si è praticamente immerso nella vicenda di questo antico e inconsapevole compagno di strada, che ha preceduto più fortunate generazioni di italiani, attualmente e felicemente pendolari tra le due sponde dell’oceano.

Nel libro l’autore ha visto in un’ottica sdoppiata il suo stesso, ancorché molto diverso, destino umano. Ciò che ha guidato la sua mano è stata l’ammirazione per quest’uomo eroico, tutto proteso verso l’obiettivo straordinario di diventare scrittore in lingua inglese, partendo da un livello d’istruzione limitato alla seconda elementare e dalla condizione di umile pastore nelle fredde lande appenniniche del suo borgo. Se l’intento di Fontanella è stato quello di rivivere in tutto il suo impatto emotivo e il suo spessore di martirio le peripezie inenarrabili di un caso eccezionale, la lingua che ha servito il racconto si è rivelata completamente scevra da patetismi e da rigurgiti nostalgici. Fontanella ha seguito dalla prima all’ultima pagina del libro (diviso in tre parti e arricchito di un prologo e di un epilogo) il verbo coniugato al presente e la descrizione accurata delle vicende con asciutto spirito realistico. 

Naturalmente per questa peculiare prova narrativa Fontanella si è avvalso anche delle pagine di Son of Italy (a cui ugualmente si dichiara debitore), ma sovrapponendo accortamente la sua presenza sempre discreta, fatta con un passo di lato o indietro. È come se l’autore fosse proprio là, nell’epoca e nelle strade attraversate da Pascal, a distanza di un secolo e dopo che tanti luoghi si sono nel frattempo trasformati. Seguiamo così quasi visivamente il povero ma tetragono Pascal nei suoi innumerevoli spostamenti, verso la Cumberland Valley, che sembra davvero il modello di ogni discesa all’inferno col suo disumano ritmo di lavoro che causa la morte di alcuni compagni, fino a New Haven e infine in un tetro tugurio di Brooklyn. I lavori più duri, stradali e ferroviari, quelli che accomunano Pascal ad altre falangi di sventurati e che lo fanno definire pick and shovel man (uomo del piccone e della pala), sono diretti da capisquadra brutali e da impresari disonesti, rappresentano una vera e propria sfida con la disperazione e la morte.

Ma la luce che accompagna la terribile prova di Pascal è la letteratura e con essa l’ambizione di imparare a possedere l’inglese. Bellissime le pagine che descrivono questa resurrezione di Pascal, che si verifica nella consapevolezza del suo ingegno e nella possibilità di diventare famoso. Armato di un vecchio dizionario Webster e di un ingiallito manuale di letteratura inglese, Pascal prodigiosamente stupisce prima se stesso e poi gli altri, fino a quando, ai limiti della sopravvivenza, scaraventato nel buio della disperazione, si rivolge al direttore della rivista The Nation, Carl Van Doren. Questi raccoglierà il suo grido di dolore e lo renderà famoso, consentendogli di pubblicare la citata autobiografia. Purtroppo questo pick and shovel man non avrà mai l’ambizione del self-made man, non vorrà o non saprà approfittare di questa occasione. Pur elogiato e recensito perfino sulla New York Times Book Review, D’Angelo finì per rinunciare alle offerte che gli venivano proposte e morì a soli 38 anni nel 1932, in un anonimo ospedale di Brooklyn, per una banale operazione di appendicectomia. Fontanella ha raccolto questa impronta di destino maudit, facendosene un’armatura memoriale e morale, capace di vincere la sua sfida narrativa con questa sua lunga, meditata, solerte rivisitazione di un’esemplare storia dell’emigrazione italiana.

Sergio D’Amaro

 

 

 

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