Luigi Grassia. Balla con i Sioux. Beltrami, un italiano alle sorgenti del Mississippi

Milano, Mimesis, 2017, pp. 194, € 18.

La storiografia dell’ultima decade ha sperimentato la crescita notevole degli studi sull’esulato italiano nel mondo dall’inizio dell’Ottocento fino all’Unità nazionale. Gran parte del merito va alla pionieristica opera di Maurizio Isabella (Risorgimento in esilio. L’internazionale liberale e l’età delle rivoluzioni, Roma-Bari, Laterza, 2009) che, prendendo come oggetto di indagine proprio i fuoriusciti politici in Europa, cerca di gettare luce sul legame tra costoro e il Risorgimento italiano. Non molti e piuttosto datati, invece, sono i lavori incentrati su quei patrioti (in certi casi ibridi) che, per scelta o per necessità, attraversarono l’Atlantico per raggiungere gli Stati Uniti. Luigi Grassia cerca di colmare una piccola porzione di questo ampio vuoto storiografico con la biografia di un italiano, Giacomo Costantino Beltrami, le cui gesta oltreoceano sono state poco esaminate in precedenza. In particolare, la monografia si sofferma sul viaggio di Beltrami nell’allora quasi del tutto inesplorata regione dei Grandi Laghi, alla ricerca della fonte del Mississippi. 

Affermato giornalista, Grassia non è uno storico. Questa formazione si riflette in una scrittura agile e divulgativa che, però, talvolta azzarda conclusioni un po’ affrettate. 

Il volume è articolato in tredici brevi capitoli, con una sezione finale dedicata a fonti, illustrazioni e approfondimento bibliografico. La struttura è quella di una biografia tradizionale, che segue le vicende del protagonista dalla gioventù sino agli ultimi giorni, avvalendosi soprattutto di due precedenti studi su Beltrami (Gabriele Rosa, Della vita e degli scritti di Costantino Beltrami da Bergamo, Bergamo, Pagnoncelli, 1861 e Glauco Luchetti et al., Giacomo Costantino Beltrami, scopritore delle sorgenti del Mississippi, Filottrano, Deputazione di storia patria per le Marche, 1981), oltre che di alcune fonti inedite.

Le prime notizie su Beltrami risalgono alla tarda adolescenza quando, durante il triennio repubblicano in Italia, il giovane decise di fuggire dalla casa dei genitori benestanti per unirsi alla milizia della Repubblica Cisalpina. Ne seguì una carriera fulminante nell’esercito napoleonico che lo portò, nel 1808, all’importante carica di giudice a Macerata, città da pochissimo passata sotto il dominio francese. Parlando del lungo periodo di Beltrami nelle Marche, Grassia decide di mescolare le vicende storiche con quelle sentimentali, raccontando nei minimi dettagli la sua relazione – o presunta tale, non essendoci testimonianze dirette – con Giulia De Medici Spada, moglie del conte Giovan Girolamo Spada Lavinj, la cui prematura scomparsa sarebbe stata una delle principali motivazioni che spinsero Beltrami a trasferirsi negli Stati Uniti. A tal proposito, Grassia precisa opportunamente che quello di Beltrami, a differenza del caso di molti altri italiani che andarono in America nello stesso periodo, non fu un esilio forzato, ma una scelta. Infatti, grazie alla sua abilità e alle conoscenze accumulate negli anni, quando il progetto napoleonico cadde e l’autorità pontificia si reinsediò nelle Marche, il bergamasco riuscì a far revocare il provvedimento di esilio a suo carico e a conservare le proprie terre. 

Grassia dedica anche un interessantissimo capitolo, intitolato non senza ragione «Tocqueville ante litteram», alle osservazioni di Beltrami sulla società americana coeva. Sono pagine intriganti perché evidenziano sia il suo pensiero politico, vicino alle posizioni monarchico-costituzionali del tempo, sia le sue lungimiranti considerazioni su alcune peculiarità delle istituzioni repubblicane statunitensi, come la separazione tra Stato e Chiese, o la differenza con il sistema «aristocratico» vigente in Europa, che davvero sembrano anticipare di un quindicennio, seppur in piccolo, la celeberrima De la démocratie en Amérique di Alexis de Tocqueville. 

Quasi tutto il resto del libro è dedicato al viaggio di esplorazione di Beltrami. Considerando il momento (1823) e l’età del protagonista (44 anni), si trattò di un’avventura quasi leggendaria. Membro inizialmente di una spedizione che comprendeva un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti (il maggiore Stephen H. Long) e un team scientifico, all’altezza del confine canadese Beltrami si staccò dal gruppo e proseguì con una canoa, due nativi chippewa e un meticcio boisbrulè. Dopo un tragitto pieno di rischi, peripezie e incontri con popolazioni indigene che non avevano mai avuto contatti con italiani, Beltrami giunse al lago che, a suo giudizio, era la sorgente del Mississippi. Non è chiaro cosa Beltrami avesse scoperto esattamene, né se lo avesse fatto per primo. Come Grassia dà ampio conto, le società geografiche statunitensi non presero mai per buona e primigenia l’impresa di Beltrami, complice l’opera di discredito attuata da Long, con il quale l’ex giudice aveva avuto aspri diverbi durante la spedizione.

Beltrami tornò in Italia solo nel 1837, dopo aver toccato Messico, India e molti Paesi europei. Gli ultimi capitoli, che hanno come oggetto il periodo italiano, hanno un taglio meno romanzesco e più attento al cambiamento intercorso in Beltrami. Ne emerge un personaggio totalmente diverso da quello che era partito e profondamente influenzato dal modello sociale e statuale americano, che lo portò a posizioni meno radicali e rivoluzionarie sulla questione italiana. Come osserva Grassia, Beltrami divenne più pragmatico, arrivando addirittura a ripudiare il repubblicanesimo a favore della soluzione giobertiana, che prevedeva per l’Italia una confederazione sotto il Pontefice.

Balla con i Sioux è una lettura assolutamente godibile. Ha il merito di mettere in luce le poco note vicende di un italiano con una vita fuori dal comune nella cornice del suo tempo. Dispiace, però, una scrittura un po’ troppo disinvolta, che non fa del rigore storico il suo fulcro.

Luca Coniglio

 

 

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