Gianfranco Cresciani. Asio and Italian «Persons of Interest». A History of Sydney’s Federation of Italian Migrants and Their Families

Redland Bay (qld), Connor Court Publishing, 2017, pp. 236, $29,95.

Fondata a Roma nel 1967, la Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie (filef) si è fin dall’inizio contraddistinta per la missione «politica» per cui si era costituita: offrire agli emigrati, l’anello più vulnerabile della classe operaia, una piattaforma utile alla partecipazione attiva e diretta nella vita sociale, culturale, sindacale e politica dei paesi d’adozione. Nel variegato mondo dell’associazionismo migrante italiano, la filef si collocava tra le realtà più dinamiche degli anni settanta e ottanta del Novecento, quando le sue attività nel campo della provvidenza sociale e della difesa dei diritti degli emigrati si ispiravano ai principi costitutivi dell’associazione: equità, tutela, partecipazione, solidarietà e giustizia sociale. 

La presenza d’iscritti al Partito comunista italiano (pci) tra gli attivisti della filef in Australia fece sì che le iniziative della federazione non passassero inosservate agli occhi delle autorità e, in particolare, dei servizi segreti. Proprio dalle attività di spionaggio dell’Australian Security Intelligence Organisation (asio) prende spunto Gianfranco Cresciani per compilare una più generale storia della filef. Il volume segue un percorso in parte cronologico, in parte tematico, e si compone di quattro capitoli più le conclusioni. 

Nel capitolo, Cresciani ricostruisce i primi anni della filef e della federazione autonoma del pci di Sydney, ripresentando un suo precedente studio («Sidney’s Italians and the pci», Altreitalie, 52, 2016, pp. 5-48) e mostrando le vicissitudini interne di entrambe. Emergono storie individuali ed esperienze collettive di queste due organizzazioni che, per il loro impegno e orientamento politico, finiscono nella rete di monitoraggio dell’asio. Nel secondo capitolo, trovano spazio riflessioni e ricostruzioni storiche sulle attività della filef tra gli anni settanta e ottanta. In un clima contrassegnato dalla retorica dell’anticomunismo e dalla contrapposizione tra ambienti progressisti e conservatori nella comunità italiana, meritano di essere ricordate le vicende legate al bisettimanale Nuovo Paese, al cosiddetto caso «Salemi» e alla lunga campagna della filef per l’inserimento della lingua italiana nel curriculum delle scuole primarie statali del New South Wales. Il nutrito programma di attività della filef nel campo culturale, linguistico, scolastico e delle arti in generale, dalla produzione teatrale ai campi scuola, è esaminato invece nei capitoli terzo e quarto. 

Il volume ha il merito di storicizzare l’attivismo di figure chiave della sinistra italo-australiana di Sydney in un periodo ancora poco studiato, ovvero l’ultimo quarto del secolo scorso. Eccezion fatta per una recente tesi di dottorato (Luca Marin, Migrant Activism in Australia: The Case of the Italian Federation of Migrant Workers and Their Families (filef), Swinburne University of Technology, 2016), a oggi sono usciti pochissimi lavori di sintesi sulla presenza storica di organizzazioni progressiste e sulle strutture dei partiti italiani in Australia. Le fonti d’archivio consultate – tra cui primeggiano i fondi della Fondazione Gramsci, dei National Archives of Australia (naa) e della filef di Sydney – offrono a Cresciani la possibilità di analizzare il fenomeno da più angoli prospettici. Partendo proprio dal nutrito carteggio dei naa sulle «persons of interest», cioè sugli individui monitorati, la tesi dell’autore è che l’attività di spionaggio sulla filef e sul pci da parte dell’asio sia stata tanto capillare quanto pervasiva, portando entrambe le organizzazioni all’isolamento politico e sociale (p. 222).

La fine della guerra fredda e lo scioglimento del pci aprono una nuova fase tra gli attivisti della filef. Pur trovando in sé la forza di rigenerarsi abbracciando nuove cause, ad esempio quella ambientale, molti iscritti attraversano crisi d’identità e autocritica. Se nel 1991 l’organizzazione conta quasi 500 d’iscritti, ne rimangono meno di venti alla fine del decennio. Dai primi anni duemila il tesseramento passa in secondo piano e la federazione si concentra su singole iniziative, tra cui le tre edizioni del Weird Mob Film Festival del 2005, 2007 e 2009. Ma la situazione non cambia e solo un drappello di vecchi attivisti rimane tutt’oggi a guardia dell’eredità della filef di Sydney. 

Il volume ha il pregio di presentare documenti originali e di continuare ad approfondire il tema dell’associazionismo migrante italiano impegnato politicamente, socialmente e culturalmente a sinistra nel secondo dopoguerra in Australia. A esso manca però il supporto di un quadro storiografico ampio dove meglio collocare l’esperienza della filef e del pci. Non ci sono, ad esempio, riferimenti ai paradigmi delle migrazioni italiane, al transnazionalismo politico e all’identità diasporica. La storia ricostruita da Cresciani rischia inoltre di non tener sufficientemente conto del ventaglio delle esperienze politiche degli iscritti e dei collaboratori della filef, all’infuori di quelli che si riconoscevano nel pci. Se da una parte la ricchezza delle fonti d’archivio consultate rimane uno dei punti di forza dell’opera, le testimonianze orali (sei in tutto) restano a margine del discorso e faticano a farsi strada nei percorsi della narrativa, dell’analisi e della riflessione storica. 

La monografia offre tuttavia molti stimoli e spunti per successivi approfondimenti. Nuove ricerche sulle strutture dei partiti e sulle organizzazioni italiane politicamente impegnate durante il periodo della Guerra fredda in Australia non potranno che arricchire un filone di ricerca tutt’altro che esaurito. 

Simone Battiston

 

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