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Caterina Soffici. Nessuno può fermarmi

Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 254, € 16.

Il 2 luglio 1940 un U-boot tedesco silurò nell’Atlantico settentrionale l’Arandora Star, una nave da crociera, requisita dalla marina britannica allo scoppio del conflitto, diretta in Canada, dove avrebbe dovuto trasferire coattivamente gli enemy aliens, cioè i civili maschi cittadini di Paesi nemici che erano stati rastrellati in varie località della Gran Bretagna perlopiù nei giorni precedenti, gli italiani subito dopo la dichiarazione di guerra del 10 giugno. Nell’affondamento dell’imbarcazione, carica di internati italiani, tedeschi e austriaci, tra i quali non pochi antifascisti ed ebrei, morirono 865 persone.

La cosiddetta «tragedia dell’Arandora Star» è un evento ignoto alla gran parte degli italiani di oggi, così come, probabilmente, lo è la storia, generale, della comunità di connazionali che, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, viveva in Gran Bretagna, non di rado da generazioni. Infatti, nell’immaginario collettivo nazionale relativo alla prima metà del Novecento, il Regno Unito non è, solitamente, terra di emigrazione, meta dei bastimenti che, salpati dai porti italiani, raggiungevano piuttosto «le Americhe». 

La storia della comunità italiana nel Regno Unito, coinvolta da lontano e poi direttamente travolta dal conflitto che vide il proprio Paese di provenienza schierarsi contro quello d’adozione – esattamente in quest’ordine – è stata ricostruita, in anni abbastanza recenti, da un numero ristretto di studiosi, tra i quali spicca Lucio Sponza, già docente di Italian Studies all’Università di Westminster e autore di numerosi saggi, tra i quali la monografia Divided Loyalties: Italians in Britain during the Second World War (Berna, Lang, 2000), fondamentale sia per la storia degli internati civili sia per quella dei prigionieri di guerra nel Paese tra il 1940 e il 1946. 

Nonostante la centralità dei suoi studi, il nome di Sponza non è tra quelli compresi nei ringraziamenti alla fine del volume di Caterina Soffici, mentre vi compaiono quelli di Alfio Bernabei, studioso dell’emigrazione antifascista nel Regno Unito, e di Maria Serena Balestracci, giornalista e videodocumentarista, autrice di alcune ricerche sull’Arandora Star.  

Nessuno può fermarmi è un romanzo e, come ogni buon romanzo, non aspira a fare il libro di storia. Vi si racconta la vicenda di uno studente universitario che, nei primi anni 2000, tenta di comprendere cosa sia accaduto al nonno, uno di quegli stranieri nemici. Il topos letterario è dunque quello, classico, del viaggio a ritroso nella storia personale e familiare al fine di tracciare i tratti di una vicenda più generale.

Molto ben scritto e appassionante quanto basta, il romanzo di Soffici è utile a delineare l’atmosfera, a tratti magari un po’ troppo stereotipata, in cui si mosse quell’emigrazione italiana, quando interi paesi, come quello toscano di Bardi, si trasferirono altrove, lasciando che la terra d’origine abbandonasse il presente e divenisse puro «luogo di memoria». Questo discorso si fa, poi, soprattutto, racconto dell’integrazione – da parte di chi arrivava, ma anche di chi accoglieva – di tale comunità nella Gran Bretagna dei primi decenni del Novecento, un processo bruscamente interrotto dalla guerra. Uno studioso di storia non può ovviamente condividere del tutto le interpretazioni dell’autrice, che, ad esempio, tratta del fascismo come di un fenomeno esogeno rispetto alla comunità italiana, che pare coinvolta solo marginalmente e superficialmente. È un’ipotesi che Sponza, con il supporto di dati riscontrabili, riferisce solo alle fasi iniziali del regime, che ebbe invece la sua vasta affermazione tra gli italiani all’estero, e in Gran Bretagna, negli anni successivi, in particolare con la guerra d’Etiopia: «La creazione dell’impero italiano – scriveva lo studioso – fu vissuta come riscatto da una condizione d’inferiorità nei confronti degli inglesi, nella quale ora si innervava un generico patriottismo, che era un riflesso della nostalgia per la cultura dei villaggi d’origine piuttosto che manifestazione di una non condivisa coscienza nazionale» («Gli italiani in Gran Bretagna: profilo storico», Altreitalie, 30, 2005, pp. 12-13). 

In generale, tuttavia, è con delicatezza e tatto letterario che l’autrice ci conduce a scoprire quella che è, a parere di chi scrive, la chiave di lettura principale del romanzo, cioè gli inciampi della memoria e il silenzio pubblico su una parte di storia che ha un immediato riscontro nel silenzio privato e familiare. Forse non generalizzabile, è vero, ma il discorso è preciso: i superstiti all’affondamento dell’Arandora Star e, in generale, coloro che scamparono alle deportazioni degli enemy aliens, subirono il senso di colpa della sopravvivenza – e anche questo è un topos – ma anche la vergogna dell’oblio dovuto al fatto che, nella considerazione collettiva, «quella» era «la nave dei fascisti». Non era vero, ma ciò che la collettività riteneva spinse i sopravvissuti a non chiedere giustizia e a non pretendere risposte e dignità per coloro che avevano perso la vita in maniera così assurda e al contempo banale. 

Ben venga, dunque, un buon romanzo storico che aiuti a diffondere la conoscenza degli eventi. Del resto, si tratta di vicende anche di stringente attualità, in tempi di Brexit, migrazioni e minacce di conflitti estesi. L’importante è che un romanzo del genere si basi su un’attenta ricognizione della storiografia esistente, e in questo caso si sarebbe potuto fare forse un po’ di più. Quello di Soffici resta comunque un bel libro, un volume importante per la storia che racconta.

 

Isabella Insolvibile

 

 

 

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