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Etnicità e cultura in Australia. Una prospettiva di valori centrali

Jerzy J. Smolicz, Direttore del Center for Intercultural Studies and Multicultural Education, University of Adelaide, South Australia (traduzione di Maddalena Tirabassi)

L'etnicità: reinterpretata o inventata?

L'Australia può essere considerata come un complesso laboratorio linguistico e culturale in cui i reagenti etnici sono ancora relativamente «freschi», non essendo la loro forza sminuita dal tempo e dalle pressioni assimilazioniste del gruppo dominante, come invece è accaduto nel caso degli Stati Uniti. Per questo motivo, è interessante prendere in considerazione i recenti interventi sullo scenario etnico americano che sono stati pubblicati su Altreitalie e verificare che rilevanza possono avere in Australia e per il concetto di etnicità in generalel.
In uno studio comparato del settore, Conzen, assieme ad altri noti studiosi americani, licenzia il concetto di etnicità «primordiale» percependola come «antica, immutevole, contenuta nel sangue del gruppo, nell'anima, o nel passato nebuloso». Egualmente rifiutata è l'accezione «strumentale», che presta scarsa attenzione al substrato culturale dell'identità etnica. Al contrario, gli autori americani si schierano a favore di un'interpretazione più politica dell'etnicità come strumento per il perseguimento di interessi sociali ed economici di gruppo. Quest'ultima interpretazione non sminuisce la storia o la cultura, ma enfatizza un aspetto dell'etnicità più mutevole e passeggero, dal momento che viene «costantemente reinventato per far fronte a realtà che cambiano, sia all'interno del gruppo sia all'interno della società che lo accoglie»2.
        Almeno per certi versi, un tale approccio si sposa con la nostra percezione dell'etnicità in Australia, con l'importante differenza che le «realtà che mutano» in Australia possono essere difficilmente descritte come cause dell'invenzione dell'etnicità, ma piuttosto come responsabili della reinterpretazione dell'eredità etnica così come viene modificata per andare incontro agli attuali bisogni del gruppo all'interno della società australiana. La parola «invenzione» sembrerebbe implicare che, in ogni caso, stia sorgendo un fenomeno etnico virtualmente nuovo, invece di avere tutti i processi strettamente legati ñ da cultura, miti o storia ñ alle generazioni precedenti e, in ultima istanza, a quelle che potrebbero essere definite le loro origini «primordiali». Il nostro punto di vista, nonostante il disaccordo sulla terminologia, non è in contraddizione con l'assunto di Conzen, Gerber, Morawska, Pozzetta e Vecoli secondo cui «la simbologia espressiva dell'etnicità (delle tradizioni etniche) deve essere costantemente reinterpretata»3.
        In realtà, il concetto di tradizione necessita di un ulteriore approfondimento, dal momento che la capacità della società di svilupparsi, e di conservarsi in momenti di crisi, può essere legato alla forza della sua lontana eredità. I lavori di intellettuali come Ossowski e Znaniecki4 mostrano come la fiducia nel passato non solo assicura stabilità sociale, ma fornisce anche le basi per nuove iniziative e crescita culturale. A questo proposito l'elasticità della società australiana viene addotta alla continuità del mantenimento dell'eredità europea (e aborigena), mentre l'interazione avviene secondo una vasta gamma di variabili - alcune provenienti «dall'interno» della stessa società pluralista, mentre altre raggiungono il paese diffondendosi da varie fonti esterne. Ne deriva che si deve considerare una società elastica una società in cui la tradizione è il riflesso di più eredità, mentre viene modificata creativamente in risposta ai bisogni e alle aspirazioni delle generazioni presenti5. Una tale prospettiva è molto simile a quella di Conzen e dei coautori sebbene presupponga un maggior livello di continuità nella trasmissione delle culture etniche, in modo che essa non può essere mai inventata ab initio.
        L'assunto revisionista parte dal presupposto che i migranti portino con sé le loro culture ed eredità che, in contatto con la società ospite, passano attraverso una serie di modifiche che possono spiegare i mutamenti delle etnicità. Il concetto di invenzione, tuttavia, va molto al di là di questo, postulando la loro «comparsa», «scomparsa» e «ricomparsa». Mentre le etnicità in America possono aver attraversato «periodi di fioritura e di declino» nella forma delle loro espressioni, in Australia molti gruppi etnici non hanno ancora perduto o, a volte, non hanno grandemente modificato i loro valori centrali che restano simili a quelli dei paesi d'origine6.
        Da questa prospettiva, sono i «valori centrali» della cultura - siano essi la lingua, la religione, la struttura familiare o qualche altro aspetto dell'eredità etnica - che agiscono come contrassegno di un particolare gruppo etnico. Il loro permanere, almeno tra un certo numero di membri dei gruppi etnici in Australia, si contrappone all'idea di Alba di etnie europee che si fondono in un comune mega gruppo euroamericano, nei confronti di una presenza asiatica relativamente piccola (anche se in fase di crescita)7. L'idea che gli italo-australiani, ad esempio, possano mantenere questo tipo di etnicità «autentica» solo attraverso il mantenimento dei loro valori familiari come centrali e, in misura minore, di quelli linguistici, distingue questo approccio particolare dall'ipotesi dell'invenzione di Conzen8. Le differenze tra queste due interpretazioni sono in parte da ascrivere a motivi teorici, in parte alla natura recente dell'insediamento nel continente australiano.
        Le questioni prese in considerazione non possono essere risolte accontentando tutti, persino dopo l'esaustivo dibattito che è apparso su Altreitalie. Diversamente che nelle scienze naturali, nella sfera degli studi culturali non siamo in possesso di un particolare paradigma, nell'accezione proposta da Thomas Kuhn9. Di conseguenza, nell'analizzare il concetto di etnicità, non ci possiamo aspettare di arrivare ad un consenso su tutte le complesse questioni in gioco, dal momento che riguardano la sfera del sentimento, oltre che quella dell'intelletto. Se gli studiosi non riescono ancora a mettersi d'accordo su ciò che vuol dire «intelligenza», «aggressività umana» o «classe sociale», non possiamo aspettarci in questa sede di risolvere le questioni poste dal concetto di etnicità. Tuttavia, dire che la questione dell'etnicità in Australia o in America è complessa, che è in diretto rapporto alla coscienza umana, che è cambiata nel tempo, non dovrebbe impedirci di tentare una chiarificazione dell'argomento. È davvero difficile evitare alcuni di questi quesiti, in entrambi i paesi, dal momento che si riverberano direttamente nei dibattiti attuali riguardo alla composizione etnica dei nuovi flussi migratori, e sulla questione di «quali» australiani o americani devono prendere decisioni sul «nostro» futuro. A questo proposito, deve essere chiaro chi si intende per «noi», cioè coloro che vengono considerati i «veri» o «giusti» australiani o americani (solo gli anglo-australiani e gli americani o anche le minoranze etniche?).

Il panorama etnico australiano

Nel caso australiano l'identità dei nuovi arrivati dall'Europa necessita una chiarificazione. Si trattava di immigrati, o di conquistatori? I conquistatori, più degli immigrati hanno l'abitudine di imporre le proprie culture sui conquistati, invece di adattare se stessi alla popolazione esistente. In Australia fu la lingua inglese dei nuovi arrivati che stabilì il suo dominio sulle lingue aborigene, o quelle poche che erano rimaste delle originali 230 «lingue dell'Australia» e dei suoi circa 600 dialetti10.
        È tuttavia improbabile che la maggior parte degli australiani al giorno d'oggi, persino quelli che risiedono nel paese da più generazioni, desideri essere associata alla «stirpe dei conquistatori». E se non sono di discendenza indigena aborigena, essi riconoscono di solito le loro origini di immigrati, alcune delle quali risalgono alla nona o decima generazione. Nel presentare le celebrazioni del bicentenario australiano, il primo ministro ha ricordato agli australiani che «noi siamo una nazione di immigrati» ed ha espresso il suo convincimento che all'inizio del terzo secolo di storia australiana, ci troviamo di fronte ad «uno dei più rimarchevoli esperimenti di formazione di una nazione mai tentato nella storia»11. Un tale riconoscimento delle origini del paese testimonia un'apertura verso il mondo, che implica che gli Australiani non provengono da un unico ceppo etnico, e che per compiere il destino della nazione essi devono attingere al proprio variegato patrimonio etnico.
        La questione dell'etnicità nella società australiana può essere affrontata da vari angoli - secondo le origini, l'identità, la politica e la cultura. Le tabelle di Price sulle origini mostrano che la percentuale di origine britannica sulla popolazione, che include un gran numero di popolazioni di origine celtica, si è mantenuto al livello del 90 per cento fino alla massiccia immigrazione di europei non britannici dopo la seconda guerra mondiale, momento in cui ha cominciato a diminuire fino a raggiungere i tre quarti12. La percentuale di altri gruppi etnici è mutata nel tempo, con un aumento del numero degli italo-australiani che sono passati da meno dell'1 per cento nel 1861 al 4 per cento nel 1986.
        I procedimenti statistici di Price non sono tuttavia riferiti al modo di autopercepirsi degli australiani di oggi, né al loro modo di pensare o di agire. Inoltre le persone di origine «mista», cioè discendenti da diverse nazionalità, vengono assegnate a diverse categorie etniche attraverso il metodo di computerizzazione delle «origini percentuali». Ciò significa che, ad esempio, qualcuno con un genitore aborigeno viene considerato per lo 0,5 per cento aborigeno - sebbene si possa «sentire» completamente aborigeno. Ne consegue che la classificazione attraverso «l'origine» deve essere completata da una basata sull'«identificazione», o l'autopercezione delle persone rispetto a un particolare tipo di retroterra etnico, e successivamente si deve verificare se questa associazione si riflette a tipi di «attività etniche particolari», «linguistiche» o «culturali».
        L'identificazione degli australiani con la loro terra, che persino molti immigrati di prima generazione condividono con gli aborigeni, non impedisce un forte senso di attaccamento che molti di loro nutrono per il loro paese d'origine. L'attaccamento a simboli, come bandiere, emblemi, kilt o manufatti caratteristici di argento o di legno, esercita un ruolo importante nella formazione delle identità etniche, sia dei gruppi maggioritari, che di quelli minoritari, ma ogni entusiasmo che li circonda tende a svanire, e persino l'identità stessa può apparire un concetto nebuloso, a meno che sia ancorata a qualche base più profonda. A questo proposito si dovrebbe notare che mentre alcuni australiani di origine britannica si vantano apertamente delle loro origini, un numero sempre crescente non riconosce una dipendenza dalla Gran Bretagna. Ciononostante essi generalmente conducono le loro vite secondo modalità che non sono un'invenzione australiana, ma che più o meno riecheggiano l'eredità culturale dei loro antenati britannici e del loro impero precedente. In tal modo essi, spesso inconsapevolmente, rendono attivi molti aspetti del loro passato britannico, sebbene in forma modificata, e tuttavia possono considerarsi semplicemente «normali» australiani. Allo stesso modo, c'è voluto del tempo per apprezzare che molti australiani di origine italiana possano anche desiderare di mantenere, adattare e modificare aspetti del loro patrimonio per usarli in Australia. Si ha tuttavia un sempre maggior riconoscimento che tali adattamenti non hanno prodotto alcun significativo effetto negativo nella vita politica, culturale o economica, ma anzi hanno contribuito all'elasticità sociale, e alla sua diversificazione. Questa posizione è stata chiaramente espressa da Malcolm Fraser quando ha parlato di queste politiche nell'epoca in cui fu primo ministro (1975-83)13:
        Il mio governo voleva sottolineare agli italiani, ai greci, o alla gente del Vietnam, o di qualsiasi altra parte, che essi portavano con sé qualcosa di particolare - non solo un corpo, non delle mani, o piedi, ma una mente, degli atteggiamenti, una parte della loro storia, una conoscenza della propria lingua e cultura, che sarebbero state preziose per l'Australia. Poiché si fondono, e alimentano, e creano qualcosa che nel tempo diventa peculiare dell'Australia.
Mentre il contributo britannico si può chiaramente vedere nella struttura delle istituzioni australiane, sia politiche sia economiche che nel campo dell'istruzione, la popolazione comprende circa due milioni di australiani bilingui (o uno su sette tra i maggiori di cinque anni) che usano qualche altra lingua «della comunità» a casa, nel lavoro o nella religione, ma che comunque parlano e considerano valido l'inglese per una comunicazione più ampia nella società. Tali aggiunte alle istituzioni di origine inglese vengono considerate sempre più compatibili con la diversità, e matrici di opportunità di crescita attraverso l'interscambio culturale. È questa condivisione culturale che può fornire la chiave allo sviluppo dell'identità australiana sovraetnica e garantire la sua esistenza a fianco delle identità di ogni singolo gruppo etnico14.
        Alcuni anni fa Joshua Fishman15 ha dichiarato che molti bambini negli Stati Uniti «non si vergognano» di essere «americani etnici». Egli affermò la sua capacità e il suo diritto di esprimere la sua americanità in modo ebreo, allo stesso modo in cui altri possono dimostrare il loro essere americani in modo inglese, irlandese, italiano o spagnolo. La questione che viene adesso discussa in Australia è la misura in cui è possibile essere australiani al modo italiano, inglese, greco, polacco e così via - a seconda cioè delle complesse origini etniche dei moderni australiani. Secondo questa versione idealizzata l'identità australiana può essere paragonata ad un raggio di luce che, quando rifratto da un prisma, si rivela composto da una serie di colori differenti, che messi assieme danno una luce.

La volta dei valori comuni

Questa immagine di diversità nell'unità chiarisce alcuni dei principali temi del «dibattito etnico», dal momento che si riferisce alla necessità di «condividere» implicita nel concetto di «australiano», e al significato di «mutamento etnico», che riflette i diversi bagagli culturali degli immigrati che hanno continuato a riversarsi nel paese dal 1788, così come quelli degli aborigeni australiani. Emerge un equilibrio dinamico tra la volta dei valori comuni, da una parte, e gli specifici valori dei particolari gruppi etnici, dall'altra16. Tale processo di interazione culturale può portare ad una graduale modificazione non solo dei vari valori etnici, ma anche della stessa struttura a volta attraverso l'inclusione di elementi culturali da parte di più di un gruppo etnico. Questa interpretazione concorda con quella di Conzen e dei coautori17 quando scrivono che l'esperienza americana comporta: «un processo di sincretismo per mezzo del quale molte delle culture etniche furono incorporate nelle definizioni mutevoli di ciò che rendeva un americano tale e ciò che significava essere americano. Pur non corrispondendo né all'anglo conformity né ai modelli di assimilazione del melting pot, l'interazione della main stream ethnoculture con la side stream provocò importanti cambiamenti in entrambe».
        I processi di scambio interculturale tra diversi gruppi etnici implicano anche un fenomeno di rinnovamento culturale all'interno del sistema di valori di ogni gruppo, dal momento che l'eredità viene valutata dalle generazioni più giovani in quanto rilevante per i loro attuali bisogni. Questi due processi, cioè quello dell'interazione tra culture, e la rigenerazione all'interno di ogni cultura, si sovrappongono, così che il significato di ogni retaggio viene stabilito alla luce dei contributi culturali degli altri gruppi coinvolti nel processo di interazione. Tuttavia, la conseguente spartizione e l'adattamento delle eredità possono realizzarsi solo quando vengano garantite la libertà di scelta e la partecipazione individuale. Ciò rappresenta l'essenza della democrazia culturale che a tutt'oggi è meno sviluppata in Australia della sua controparte politica.
        L'enfasi sulla scelta individuale concorda con l'attenzione posta da Conzen sul «processo decisionale attivo» degli immigrati nella «rinegoziazione» delle loro tradizioni, e riflette il postulato che il processo di adattamento e di condivisione può essere compreso solo se rapportato agli individui coinvolti nel rinnovamento, interazione e ulteriore sviluppo culturale. Esso viene iniziato da parte di singoli membri che costruiscono i loro «sistemi culturali personali» reinterpretando e modificando le eredità che sono state trasmesse loro dalla famiglia, dalla scuola ed altre agenzie di socializzazione. Questa modificazione può essere sia il risultato della creatività scientifica e/o artistica dei membri sia delle immissioni culturali da fonti esterne, comprese le eredità di gruppi etnici diversi dal proprio. Se più di un'eredità è disponibile in una società, allora è inevitabile qualche processo di selezione a seconda delle aspirazioni e dei bisogni dei vari membri. Successivi mutamenti del sistema culturale personale degli individui si possono a loro volta riflettere sul sistema del gruppo, nel qual caso la stessa volta dei valori è passibile di trasformazioni e di possibili ampliamenti18.
        Ne consegue che il quadro dell'etnicità non può essere sempre concettualizzato attraverso la metafora della volta come una costruzione statica che ricorda l'arco romano, ma piuttosto come un «ombrello» che si può aprire e adattare per ammettere nuovi valori e ridefinire i vecchi. In tal modo i mutamenti avvengono all'interno della struttura, che viene a riflettere più di un tipo di eredità, e a impersonare le tradizioni viventi dell'intera società. Tale processo non è ancora abbastanza inoltrato nella società australiana, in particolare in rapporto a quegli aspetti della cultura che toccano più direttamente sui valori del gruppo maggioritario. Fraintendimenti sulla natura del bilinguismo hanno reso più difficile coltivare altre lingue a causa del timore che potessero «danneggiare» l'inglese. In questo senso è stato più facile per il gruppo italiano mantenere la sua struttura familiare, dal momento che lo stato non poteva interferire direttamente in un'area di vita che la tradizione anglosassone colloca nella sfera del privato.
        È riconosciuto che se la volta, o ombrello, australiano dovesse rimanere esclusivamente di matrice britannica, ciò implicherebbe una virtuale assimilazione completa di tutti gli altri gruppi etnici, facendoli adattare al modello del gruppo dominante. Si teme, d'altra parte, un'eccessiva estensione dell'«ombrello» attraverso l'inclusione di troppi elementi diversi perché ciò potrebbe causare possibili strappi e una frammentazione sociale lungo linee etniche separate. Le politiche australiane negli anni recenti hanno teso a rifiutare la prima di queste alternative, e a mettere in guardia contro l'altra. Si è andati via via riconoscendo che, sebbene siano inevitabili alcuni livelli di assimilazione, gruppi diversi si assimilano in tempi diversi. Inoltre, alcuni aspetti di una cultura sono adottati più prontamente di altri, e ciò di nuovo dipende da gruppo a gruppo, a seconda dei suoi particolari valori etnici. Persino all'interno di un particolare gruppo etnico si hanno, naturalmente, variazioni nella misura del processo di assimilazione tra i singoli membri.
        Il fallimento di compiere l'assimilazione attraverso una «pentola a pressione» in Australia è in parte dovuto alla mancanza di disponibilità, o persino alla mera incapacità dei membri delle minoranze di scrollarsi di dosso la precedente cultura e, in parte, ai diversi livelli di accettazione da parte del gruppo dominante, persino in relazione a coloro che si sono fatti promotori dell'assimilazione. Il fallimento dei presupposti assimilazionisti ha spianato la strada all'idea che l'elasticità in una società pluralista si persegue meglio attraverso lo sviluppo di una varietà di attività culturali all'interno di una cornice di valori condivisi.
        Negli ultimi due decenni molti di tali valori sono stati identificati - compresa la nostra tradizione democratica, la libertà individuale, il pluralismo economico e la lingua inglese - come valori comuni per tutti gli australiani19. È stato sottolineato che sebbene molti di questi valori condivisi traggano origine, almeno nella loro forma più diretta, dall'eredità della maggioranza di origine britannica, dopo alcune modificazioni essi sono infine divenuti appannaggio di tutti i gruppi20.
        Il modello di un equilibrio dinamico tra l'arco dei valori del paese e una molteplicità di valori etnici è stato così universalmente accettato che è divenuto parte del lessico comune e della lingua dei rapporti ufficiali sebbene il modo dinamico in cui si possa collegare la compartecipazione alla diversità culturale etnica non sia del tutto chiaro21. La formulazione più lucida è probabilmente quella dell'ex primo ministro, Malcolm Fraser, secondo il quale «il multiculturalismo ha a che vedere con la differenza non con le divisioni - riguarda l'interazione, non l'isolamento. Riguarda le differenze etniche e culturali inserite all'interno di una cornice di comuni valori centrali che permettono loro di coesistere su base complementare piuttosto che competitiva»22.
        Sfortunatamente una tale chiarezza di intenti, ribadita nel «Lo Bianco Report on National Policy on Languages» è venuta meno in alcune recenti dichiarazioni ufficiali, in particolare in quelle provenienti dal nuovo Department of Employment, Education and Training. Il suo documento di lavoro («The Green Paper») tien fede fin dal titolo, «The Language of Australia» (al singolare!), alla visione, propria del ministro, di un'Australia multiculturale, ma altrettanto monolinguistica. A peggiorare le cose, il termine «alfabetizzazione» significa alfabetizzazione inglese23 con l'implicito assunto che imparare altre lingue oltre all'inglese non comporti l'acquisizione di abilità linguistiche, o che non ci sia alcuna influenza della prima lingua del bambino. Lo «White Paper», emesso dopo un pubblico dibattito (per lo più contrario al Deet), porta ancora il titolo Australia's Language (1991), anche se non considera più l'italiano una lingua straniera!

I valori centrali

A livello ufficiale sussistono quindi delle incertezze per quello che riguarda i benefici dell'etnicità come agenti di mutamento culturale e di vitalità all'interno della società italiana. Una impostazione che ha guadagnato terreno, tuttavia, è quella secondo cui, per poter prosperare nelle regioni asiatiche del Pacifico e competere con successo nel commercio mondiale, l'Australia deve liberare i suoi potenziali di multilinguismo e di multiculturalismo che sono stati per troppo tempo tenuti all'interno delle famiglie etniche e dei club. Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, l'Australia deve profittare dell'interazione culturale etnica per incentivare la creatività. È stato T.S. Eliot nel 1948 che ha indicato che la creatività si trova più frequentemente «nelle zone in cui le culture entrano in attrito»24. Questa osservazione suggerisce che sussiste quasi sempre un certo grado di tensione tra i sistemi di valori dei vari gruppi. Tali tensioni (più dei conflitti aperti) possono, infatti, rivelarsi positive puntando l'attenzione sulla disponibilità di opzioni, quando gli individui possono permettersi di essere eclettici e selezionare quei valori che sembrano loro più appropriati per soddisfare le loro esigenze.
        Un'interazione che porti alla creatività presuppone un «certo livello» di sopravvivenza culturale. Il persistere di una cultura dipende da numerosi fattori, compresa la capacità dell'eredità culturale di interagire con successo con i nuovi apporti sia dall'interno (in un ambiente multiculturale) che dall'esterno (attraverso la diffusione da altre fonti). Il risultato di tale interazione riflette il livello di sovrapposizione e di compatibilità reciproca tra i diversi valori culturali coinvolti nel processo di interazione. Tuttavia, il livello a cui una cultura sopravvive dipende dalla trasmissione dei «valori centrali» che vengono considerati di significativa importanza dai membri del gruppo25.
        Da questa prospettiva, i valori culturali non possono essere visti come un'accozzaglia amorfa o casuale che, nel caso di un dato gruppo, può includere una lingua etnica, danze nazionali, musica, particolari cibi, religione, struttura familiare, arti e artigianato, organizzazione o attivismo politico, sistema educativo, metodi tradizionali di medicina popolare, e un attaccamento sentimentale alla terra o alla regione natia che culmina in un concetto di territorialità. Il punto di vista adottato in questa sede è che i vari elementi non hanno tutti un'eguale importanza per l'identificazione degli individui come membri di un gruppo; e che alcuni elementi possano essere alterati o persino perduti, senza con questo intaccare la stabilità del gruppo. Nel contempo, si hanno altri aspetti culturali che sono di fondamentale importanza per la loro continua utilizzazione e integrità, tanto che possono essere considerati i cardini attorno a cui è organizzato l'intero sistema sociale e di identificazione del gruppo. La rimozione di tali cardini, attraverso la «modernizzazione» forzata o l'assimilazione al gruppo dominante, porterebbe al collasso dell'intero edificio. Di qui ha origine il concetto di una cultura «frammentata» o «residuale» (dichiarata «non autentica» da Fishman e Nahirny26) i cui elementi primordiali sono stati ridotti a frammenti o residui sparsi27, una volta che i suoi cardini originali sono stati rimossi e sostituiti con valori culturali che traggono origine dal gruppo colonizzatore, dominante o maggioritario.
        Finché formano la struttura portante della cultura del gruppo, i valori centrali fungono da valori di identificazione che simboleggiano il gruppo e i suoi membri. È attraverso i valori centrali che si possono identificare i gruppi sociali come comunità culturali distinte. La perdita da parte del gruppo dei suoi valori centrali porta alla sua disgregazione in quanto comunità perpetuantesi come autentica entità culturale attraverso le generazioni. D'altra parte, la sopravvivenza dei valori esclusivamente tra i membri più «tradizionalisti», e l'almeno parziale negazione da parte di altri che non hanno attivato questi retaggi e si sono assimilati ai valori imposti/assunti dalla cultura dominante, può causare un conflitto ideologico tra i «nativisti» e gli «assimilati». Una tale divisione in un gruppo nucleare e in una periferia può parzialmente minare l'elasticità della minoranza in questione, dal momento che alcuni degli individui più assimilati possono sentirsi incapaci o esclusi dal continuare ad essere «autentici» membri del loro gruppo originario, sebbene possano continuare a perpetrare alcuni elementi folklorici o residuali della propria cultura28. Si deve inoltre notare, tuttavia, che se i valori centrali sopravvivono ancora almeno presso alcuni membri, questi individui possono agire da modelli per i «rinnegati» ed aiutare questi ultimi a «tornare» ed attivare almeno alcuni aspetti del loro retaggio etnico. Contemporaneamente, gli «assimilati», grazie ai loro contatti col gruppo o coi gruppi dominanti, possono, in tempi di crisi, andare in soccorso dei membri più tradizionali la cui posizione nella società allargata può essere più vulnerabile o il cui paese d'origine può essere minacciato.
        È stato sostenuto in altra sede29 che i gruppi culturali differiscono nella misura in cui danno rilevanza di valore centrale alle loro lingue d'origine. Uno può, ad esempio, essere un nazionalista irlandese e al contempo essere incapace di parlare il gaelico. Allo stesso modo, ci sono persone in Australia, così come in molti altri paesi del mondo con un senso fortemente sviluppato della propria identità ebraica che però non parlano né l'ebraico, né lo yiddish, né altre lingue o dialetti di matrice ebraica (va notato naturalmente che oggi nello stesso stato di Israele non ci sono molti dubbi che la lingua ebraica possa costituire un valore centrale). Il conflitto sui valori centrali linguistici non è motivo di fratture etniche in Libano, mentre lo sono quelli religiosi.
        Esistono, tuttavia, altri gruppi culturali che hanno sempre sottolineato che la lingua è il principale veicolo culturale e la considerano la loro maggiore difesa contro l'assimilazione. A questo riguardo basti citare il polacco, le lingue baltiche, il greco o l'uso del francese in Quebec. Lo stesso si applica alle antiche minoranze etniche i cui membri sono cittadini di paesi che adottano ufficialmente, o a livello nazionale, altre lingue, ma la cui identità culturale è radicata in altre lingue native, come nel caso dei catalani e dei baschi in Spagna30, dei frizoni in Olanda o dei bretoni in Francia.

I valori centrali degli italiani in relazione agli altri gruppi etnici in Australia

In ogni disquisizione sulla natura dei valori centrali in una particolare cultura è importante ricordare che può essere implicato più di un valore centrale, e che è possibile stabilire tra di loro una gerarchia di importanza relativa. Così la lingua italiana costituisce indubbiamente uno dei valori centrali della cultura italiana ma, almeno tra gli immigrati contadini dall'Italia ed i loro discendenti, l'importanza della famiglia come valore culturale può trascendere quello della lingua31. In contraddizione all'enfasi anglosassone su individualismo, autonomia e indipendenza, l'ethos della famiglia italiana ha mostrato di basarsi su una visione collettiva e sulla reciproca interdipendenza dei propri membri32. Pensando al caso statunitense Vecoli, ad esempio, ha sostenuto che la lealtà che la famiglia italiana del sud chiedeva ai propri membri era «così esclusiva (...) che impediva l'adesione ad altre istituzioni sociali»33. Nella sua esperienza la tradizione etnica italiana «premiava la solidarietà familiare a scapito dell'avanzamento individuale».
        Per certi versi una situazione simile è prevalsa in Australia, a causa della particolare natura e dei tempi dell'immigrazione italiana, quando i nuovi arrivati portarono con sé una varietà di retaggi regionali, con una grande maggioranza che parlava quasi esclusivamente il dialetto locale. L'accettazione della famiglia come priorità si è riflessa nella minor preoccupazione da parte di molti italo-australiani per il mantenimento dell'italiano nella sua forma letteraria, in contrapposizione ad una «lingua familiare» orale per le comunicazioni quotidiane all'interno di un gruppo sociale ristretto. Quest'ultime possono assumere la forma di un «dialetto purificato» o di una «mistura» di italiano e inglese, che può essere sia una base dialettale a cui si sovrappongono termini inglesi, che una struttura linguistica inglese inframmezzata da parole e frasi dialettali34.
        A causa delle dimensioni delle comunità etniche in questione, le scuole etniche italiane in Australia sono state relativamente poche e scarsamente frequentate, se paragonate a quelle fondate, ad esempio, dai greci e dagli ucraini, molti dei quali mantengono la loro madre lingua non semplicemente come mezzo comodo di comunicazione familiare, ma come elemento centrale del loro retaggio culturale. In una certa misura ciò si può spiegare con una maggior frequenza, a partire dal 1970, dell'insegnamento dell'italiano nelle scuole «normali», sia statali che cattoliche. La lingua italiana è poco sostenuta anche dalla chiesa, dal momento che, nonostante il supporto religioso alla comunità italiana dagli scalabriniani, il cattolicesimo italiano manca della base istituzionale che hanno invece goduto le chiese autonome dei greci ortodossi o dei cattolici e degli ortodossi ucraini o di rito bizantino35.
        Nonostante la mancanza di un tale supporto strutturale, il ruolo degli italiani nel mantenere l'identità etnica di immigrati non dovrebbe essere sottovalutato. Come sottolinea Kinder, «oltre a costituire una lingua franca tra gli italiani che parlano dialetti reciprocamente incomprensibili, (esso) divenne l'espressione linguistica per ciò che gli italiani ritenevano di avere in comune e che scoprirono che li distinguevano dagli altri residenti in Australia»36. La misura in cui i membri delle minoranze percepiscono le loro culture come «distinte» da quelle degli altri, e in particolare dalla maggioranza dominante, può essere concettualizzata come la «tenacia etnica» del gruppo in relazione al contesto culturale in cui si trova. In una certa misura la «diversità» degli italo-australiani è stata mantenuta grazie alla percezione delle differenze di valore che sono apparse più grandi, sia nella vita sociale sia nel discorso linguistico, rispetto ad esempio agli olandesi o ai tedeschi australiani37. La sensazione di essere in un certo qual modo «separati» dalla maggioranza anglo-celtica ha favorito la «tenacia etnica» degli italiani, in tal modo i loro valori centrali familiari sono ancora forti, mentre quelli che si fondavano sulla lingua sono stati positivamente influenzati dalla politica ufficiale del multiculturalismo e dalla sua applicazione al sistema scolastico, incluse alcune università38.
        I dati dei censimenti australiani mostrano un andamento regolare nella misura in cui gli europei di prima generazione hanno affermato di «non» conoscere la loro madre lingua. E davvero, l'uniformità del passaggio alla lingua inglese, come mostrano i dati sui maggiori gruppi etnici in tutti gli stati e territori dell'Australia, è in linea con le rilevazioni empiriche ottenute dallo studio dello scenario australiano39. I dati del censimento del 1976 mostrano che gli australiani nati in Grecia hanno il minor tasso di abbandono della lingua (3 per cento), mentre gli olandesi sono quelli che fra tutti i gruppi passano più frequentemente all'inglese con una percentuale del 44 per cento nella prima generazione. Gli italiani, gli jugoslavi, i polacchi, i tedeschi e i maltesi occupano posizioni intermedie40. Nel censimento del 198641 si è mantenuto lo stesso tasso di erosione linguistica, sia per gli immigrati di prima generazione (greci 4,4 per cento, jugoslavi 9; italiani 10, polacchi 16, maltesi 26, tedeschi 41; olandesi 48) sia per i loro figli. Coloro che hanno genitori con lo stesso retroterra linguistico mostrano anch'essi la perdita dell'uso della lingua d'origine nello stesso ordine (greci 8,7 per cento, jugoslavi 18; italiani 29, maltesi 59, tedeschi 73; olandesi 85). Coloro che provengono da matrimoni «misti» sottostanno ad una maggiore erosione linguistica (greci 41 per cento, jugoslavi 65, italiani 71, maltesi 86, tedeschi 85, olandesi 92).
        Occorre tuttavia comprendere i limiti di tali dati censuali. Ad esempio, proprio come il raggruppamento linguistico jugoslavo è artificiale, anche per l'italiano non si differenzia tra la lingua e i dialetti, né tra l'uso esteso o ristretto della lingua in questione. Nella migliore delle ipotesi tali dati possono dare indicazioni sulla vitalità etnolinguistica di una lingua, ma non del suo significato come valore centrale di una cultura. Con tutte queste riserve è pur tuttavia notevole che la gerarchia autodenunciata delle erosioni linguistiche delle lingue in questione si sia mantenuta attraverso le generazioni e nel tempo.
        Uno studio empirico della lingua usata nelle case di studenti di scuole secondarie cattoliche nel sud dell'Australia ha mostrato lo stesso ordine di gruppi etnici, eccetto per i greco-australiani, assenti dal campione in quanto di religione ortodossa. I dati hanno mostrato che gli italiani e i polacchi facevano il maggior uso della lingua etnica (88 per cento e 85 per cento), seguiti dai tedeschi (70 per cento) e dagli olandesi (65 per cento). Un ordine simile si osservava in relazione al sostegno per l'insegnamento e all'apprendimento di lingue etniche delle minoranze. Di nuovo circa due terzi dei polacchi e degli italiani intervistati erano favorevoli all'insegnamento della madre lingua a scuola. I tedesco-australiani erano in un certo senso meno entusiasti, mentre gli olandesi costituivano un'eccezione tra i gruppi etnici, poiché superavano gli australiani di retroterra linguistico inglese (britannici e irlandesi) col loro rifiuto di far imparare ai bambini altre lingue oltre all'inglese42. Secondo i dati riportati nel 1991 dal Department of Immigration, Local Government e Ethnic Affairs, tra coloro nati in Olanda maggiori di cinque anni, il 98 per cento parlava solo inglese a casa, in contrapposizione al 15,2 per cento dei nati in Polonia43.
        Un altro recente studio sull'uso della lingua tra le famiglie italiane, in particolare venete, riflette la complessità sociolinguistica che si aveva in Italia all'epoca in cui emigrarono, mischiata ad interferenze di forme australiane dell' inglese44. Mentre la madre lingua dei genitori nella maggior parte dei casi era il dialetto veneto, essi erano anche stati esposti all'italiano standard attraverso il sistema scolastico nazionale. La loro conoscenza dell'italiano standard dipendeva dal numero di anni di istruzione formale che avevano ricevuto e dalle opportunità che avevano avuto di praticarlo.
        La comunicazione tra i vari membri della famiglia spesso comprendeva l'utilizzazione di forme di inglese australianizzate. Un tale inglese era il principale veicolo di conversazione che i bambini usavano tra di loro e quando parlavano ai loro compagni italo-australiani di seconda generazione. A volte l'inglese entrava anche nella lingua italiana dei genitori e di altri membri più anziani della famiglia ed i loro amici. In tal modo il patrimonio linguistico delle generazioni più vecchie, che spesso rappresentava il principale contatto vivente con qualche forma di italiano per i loro discendenti di seconda o terza generazione, era sì attivato, ma messo in pericolo dalle crescenti interferenze della lingua inglese.
        Uno studio sugli atteggiamenti nei confronti della lingua italiana da parte dello stesso gruppo di studenti, rivelò un ampio spettro di risposte e prove di una valutazione dell'italiano in termini positivi o indifferenti, piuttosto che negativi. Più di un terzo si poteva considerare «assimilato» (non praticando nessuna forma di italiano) ma, anche all'interno di questo gruppo, gli studenti erano positivi o indifferenti nella loro valutazione dell'italiano. Un quarto degli intervistati italiani rientrava nella categoria di «bilinguismo orale», che si riferiva principalmente al loro uso del dialetto veneto, mentre davano valutazioni positive dell'italiano. Quasi metà del gruppo in esame poteva essere classificato come bilingue in italiano e in inglese, e la maggior parte valutava positivamente la madrelingua. Solo il 20 per cento, tuttavia, padroneggiava completamente entrambe le lingue.
        Il gruppo bilingue aveva goduto i benefici delle politiche multiculturali del governo australiano che avevano reso possibile l'introduzione della lingua italiana in un buon numero di scuole australiane come materia paritaria rispetto al francese e al tedesco. La posizione della lingua italiana nelle scuole australiane è complessa, dal momento che (a differenza, ad esempio, del greco moderno o del polacco) attrae anche persone di retroterra anglofono. Di conseguenza l'italiano viene spesso trattato come lingua «straniera», mentre i discendenti degli italiani preferiscono considerarlo in termini di lingua di «comunità», cosa che richiede un differente approccio sia metodologico sia nei contenuti culturali dell'istruzione.

Conclusioni

Gli studi sulla cultura italiana in Australia continuano ad essere contornati dall'incertezza per quello che riguarda la misura in cui la lingua italiana rappresenta una conditio sine qua non per la sopravvivenza dell'autentica identità italiana in Australia. Le nostre ricerche paiono suggerire che la lingua ha giocato un ruolo sussidiario rispetto alla famiglia, persino per la prima generazione di immigrati, che parlavano correntemente più che altro dialetti, ma che non mostravano lo stesso zelo missionario per l'apprendimento delle forme standard della loro lingua, come facevano invece i lettoni, gli ucraini e i greci45. Sebbene l'italiano abbia ricevuto un sostegno maggiore da parte del sistema scolastico australiano rispetto alle lingue di altre minoranze, recenti studi di Camilla Bettoni, di Kinder e di altri sono giunti alla conclusione che «sembrerebbe che l'italiano non si trovi in condizioni troppo rosee in Australia (anche se) il livello di contaminazione e di passaggio all'inglese non è avanzato come nelle Americhe»46.
        Tale situazione linguistica piuttosto scoraggiante, se associata alla persistenza dell'identità etnica in generale, ha fatto prendere in considerazione ad alcuni autori australiani l'ipotesi dell'invenzione dell'etnicità di Conzen et al47. Tuttavia, sembrerebbe che, fin dall'inizio, la fedeltà etnica italiana non si incentrasse così palesemente sulla lingua, come nel caso di altre minoranze culturali. Una conclusione possibile è che l'esperienza australiana abbia semplicemente accentuato le priorità di valore relative della famiglia italiana rispetto al linguaggio. Mentre i tentativi attuali di mantenimento della lingua italiana potrebbero rivelarsi insufficienti ad assicurare il suo futuro in Australia, la nostra ricerca concorda con quella di Bettoni e Lo Bianco48 secondo cui i tizzoni della competenza linguistica italiana (principalmente i dialetti) ardono ancora (a volte con forza) nella famiglia e nelle associazioni. Con l'appropriato supporto per l'istruzione da parte del governo australiano e dalla stessa Italia, la fiamma della lingua può essere riaccesa nella sua forma standard, un'impresa che l'Australia è ancora in grado di compiere, ma che è già al di là delle possibilità americane.
L'interesse che gli italiani in Italia nutrono per gli italiani in Australia, e la percezione della sollecitudine del paese natale per «l'altra Italia» oltremare, ha indubbiamente aiutato a mantenere valori centrali italiani in Australia e getta un'immagine positiva dell'Italia nel suo complesso in tale paese. La sempre crescente popolarità dell'italiano tra gli australiani di tutte le origini fa aumentare la considerazione degli italiani nel paese e può così aiutare il mantenimento dei valori culturali italiani, anche se in forme considerevolmente diverse, se paragonate non solo alla cultura da cui furono originariamente tratti, ma anche con la mutata scena culturale dell'Italia odierna. Il miglioramento della posizione dell'Italia nel mondo, e il riconoscimento della forza della sua economia, hanno sollevato il prestigio dell'intera cultura italiana e aperto nuove strade per il suo contributo allo sviluppo della volta dei valori australiani.
        È più probabile, tuttavia, che per la maggioranza degli italo-australiani, la lingua italiana continuerà ad avere un ruolo di «secondo violino» rispetto ai legami della famiglia estesa. Tale situazione non può essere interpretata come l'invenzione di un nuovo tipo di etnicità italiana, ma piuttosto come un aumento di attenzione per quegli aspetti della cultura che, dall'inizio del loro insediamento, gli immigrati italiani hanno considerato più validi degli altri. A questo proposito, gli studi sulla lingua e sulla cultura italiana possono essere, almeno per certi versi, più rivelatori dei valori centrali dell'etnia italiana di quelli della madrepatria, grazie alla possibilità di paragonare le minoranze culturali tra loro sotto l'impatto di pressioni assimilazioniste da parte del gruppo dominante - in particolare l'inglese australiano, e l'etica familiare anglo-australiana.

 

Note

1

Kathleen N. Conzen, David A. Gerber, Ewa Morawska, George E. Pozzetta, Rudolph J. Vecoli, «The Invention of Ethnicity: A Perspective from the U.S.A.» in Altreitalie, II, 3, pp. 37-62, 1990; Richard Alba, «L'ascesa degli euroamericani» in Altreitalie, II, 4, 1990, pp.14-23; George Pozzetta, «Chi è, allora, l'euroamericano, quest'uomo nuovo? L'etnicità nell'America contemporanea» in Altreitalie, III, 6, 1990, pp. 93-8.

2

Conzen et al., «The Invention» cit., p. 6.

3

Jerzy J. Smolicz, «Tradition, Core Values and Intercultural Development» inEthnic and Racial Studies, XI, 4, 1988.

4

Stanislaw Ossowski, Wiez Spoleczna i Dziedzictwo Krwi (Legami sociali e l'eredità del sangue), Warsaw PWN, 1966; e Florian Znaniecki, The Method of Sociology, New York, Octagon Books, 1968.

5

Jerzy J. Smolicz, «The Concept of Tradition: a Humanistic Sociological Interpretation», Australian and New Zealand Journal of Sociology, X, 2,1974, pp. 75-83; Id., «Tradition...» cit.

6

Jerzy J. Smolicz, «Core Values and Cultural Identity» in Ethnic and Racial Studies, IV, 1, 1981, pp. 75-90.

7

Alba, «The Emergence» cit.

8

Jerzy J. Smolicz, «Modification and Maintenance of Italian Culture among Italian Australian Youth» in Studi Emigrazione, XX, 60, 1983, pp. 81-104; Jerzy J. Smolicz, Margaret J. Secombe, «Italian Language and Culture in Australia: Perceptions of Australian Students in their own Memoirs», in Camilla Bettoni, a cura di, Italians Abroad - Altro Polo, Frederick May Foundation for Italian Studies, Sydney, University of Sydney, 1986, pp. 27-60.

9

Thomas S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, Chicago and London, Chicago University Press, 1962; Jerzy J. Smolicz, «Conceptual Models in Natural and Social Science and their Implications for Educationists» in R.J.W. Selleck, a cura di, Melbourne Studies in Education, 1968-1969, Melbourne, Melbourne University Press, 1969; Id., «The Concept of Tradition», cit.

10

Peter Black, Status of Australian Languages, Canberra, Australian Institute of Aborigenal Studies, 1979; C. Duke e E. Somerland, Design for Diversity: Further Education for Tribal Aborigenes in the North, Canberra, Australian National University, Education Research Unit, Research School of Social Science, 1976.

11

Robert Hawke, relazione al National Press Club di Canberra, gennaio 1988, pubblicata su «The Weekend Australian», January 23, 24, p. 6.

12

Charles A. Price, «The Ethnic Composition of the Australian Population» in Ian Burnley, Saul Encel, F. McCall, a cura di, Immigration and Ethnicity in the 1980s, Melbourne, Longman Cheshire, 1985.

13

Malcolm Fraser, citato in Advisory Council on Multicultural Affairs, Towards a National Agenda for a Multicultural Australia: Goals and Principles, Canberra, Australian Government Publishing Service, 1988, p. 8.

14

Jerzy J. Smolicz, «Multiculturalism and an Over-Arching Framevork of Values: Some Educational Responses for Ethnically Plural Societies» in European Journal of Education, XIX, 2, pp. 22-24, 1984; Adrian Hodge, Australian Identity in a Multicultural Society, Canberra, Office of Multicultural Affairs, Department of the Prime Minister and Cabinet, 1988, pp. 30-33.

15

oshua Fishman, «The Americanness of the Ethnic Mother Tongue School», in Betty Ann Burch, a cura di, Minnesotaís Ethnic Language Schools: Potential for the 80's, St. Paul, Minnesota, Immigration History Research Center, University of Minnesota, 1983, pp. 5-15.

16

Smolicz, «Multiculturalism and an Over-Arching» cit.

17

Conzen et al., «The Invention» cit., p. 7.

18

Znaniecki, The Method of Sociology cit.; Smolicz, Culture and Education in a Plural Society, Canberra, Curriculum Development Centre, 1979; Id., «Tradition Core Values» cit.

19

A questo proposito si veda Hodge, Australian Identity cit.; Smolicz,Culture and Education cit.; Id, «Multiculturalism» cit.

20

James Jupp, The Australian People: An Encyclopedia of the Nation, Its People and Their Origins, Sydney and London, Angus and Robertson, pp. 868-73, 1988.

21

Committee to Advise on Australiaís Immigration Policies, Fitzgerald Report, Canberra, Australian Government Publishing Service, 1988.

22

Malcolm Fraser, Inaugural Address on Multiculturalism delivered to the Institute of Multicultural Affairs, Melbourne, 1981.

23

Commonwealth Department of Education, National Policy on Languages, Lo Bianco Report, Canberra, Australian Government Publishing Service, 1987; Department of Employment, Education and Training (Deet), The Language of Australia, («Green Paper») of Minister John Dawkins, Canberra, 1990; Deet, Australiaís Language, («White Paper»), p. 4.

24

T.S. Eliot, Notes towards the Definition of Culture, London, Faber and Faber, 1948.

25

Smolicz, «Core Values» cit.

26

Joshua A. Fishman, V.C. Nahirny, «Organizational and Leadership Interest in Language Maintenance» in J. A. Fishman, a cura di, Language Loyalty in the United States, The Hague, Mouton, 1966.

27

Smolicz, «Core Values» cit.

28

Florian Znaniecki, The Method of Sociology, cit.; Jerzy Smolicz e Margaret J. Secombe, «Types of Language Activation and Evaluation in an Ethnically Plural Society» in Ulrich Ammon, a cura di, Status and Function of Languages and Language Varieties, Berlin e New York, Walter de Gruyter, 1989, pp. 478-511.

29

Jerzy J. Smolicz, «Language Core Values in a Multicultural Setting: An Australian Experience» inInternational Review of Education, XXXVII, 1, 1991, pp. 33-52.

30

Daniele Conversi, «Language or Race? The Choice of Core Values in the Development of Catalan and Basque Nationalism» inEthnic and Racial Studies, XIII, 1, 1990, pp. 50-70.

31

Smolicz e Secombe, «Italian Language» cit.

32

Jerzy J. Smolicz, «The Meaning and Values in Cross-Cultural Contacts» inEthnic and Racial Studies, VI, 1,1983, pp. 33-49.

33

Rudolph J. Vecoli, «Contadini in Chicago: A Critique of the Uprooted» in Journal of American History, 51,1964, p. 404-17.

34

Smolicz, «Modification and Maintenance» cit.

35

Jerzy J. Smolicz, Ethnicity and Multiculturalism in the Australian Catholic Church, New York, Center for Migration Studies, Occasional Paper, 8, 1988, pp. 1-36.

36

John Kinder, «Italians in Australia, 1940-1990» in Richard Bosworth e R. Ugolini, a cura di, War Internment and Mass Migration: The Anglo-Australian Experience 1940-1990, Penguin, Edizioni dell'Ateneo, 1991.

37

Daniela Zorzi-Calò, Parlare insieme: la co-produzione dell'ordine conversazionale in italiano e in inglese, Bologna, Editrice Clueb, Università di Bologna, 1990.

38

Jerzy J. Smolicz, «National Policy on Languages and Ethnic Schools» in Michael Borelli, a cura di, «Educazione senza frontiere» in Qualeducazione, XXVIII, Cosenza, Pellegrini Editore, 1990, pp. l4-20; Id., «Language, Core Values» cit.

39

Jerzy J. Smolicz, R. Roger, M. Harris, «Ethnic Languages in Australia» in International Journal of the Sociology of Languages, XIV, 1977, pp. 89-108; Michael Clyne, Australia - Meeting Place of Languages, Pacific Linguistic Series, Australian National University, Canberra, 1985; Smolicz e Secombe, «Italian Language» cit.

40

Michael Clyne, Multilingual Australia, Melbourne, River Seine, 1982; Jerzy J. Smolicz, «National Policy on Language: A Community Language Perspective» in Australian Journal of Education, XXX, 1,1986, pp. 45-65.

41

Michael Clyne, «Community Languages in the Home» in Vox: Journal of the Australian Advisory Council on Languages and Multicultural Education, I, 1988, pp. 22-27.

42

Jerzy Smolicz e Roger Lean, «Parental Attitudes to Cultural and Linguistic Pluralism in Australia. A Humanistic Sociological Interpretation» in Australian Journal of Education, XXIII, 3, 1979, pp. 227-49.

43

Dilgea (Department of Immigration, Local Government and Ethnic Affairs), «The Changing Profiles of Ethnic Communities» in Migrations, 84, 1991, pp. 10-11.

44

Gian Carlo Chiro, Jerzy J. Smolicz, «La conservazione e l'erosione della lingua italiana tra i giovani australiani con background linguistico veneto» in Giorgio Padoan, a cura di, Presenza, cultura, lingua e tradizioni dei veneti nel mondo, Venezia, Giunta Regionale Veneto, 1990, pp. 189-214.

45

Smolicz, «Modification and Manteinance» cit., Id., «The Meaning and Values» cit.; Smolicz, Secombe, «Italian Language and Culture» cit.; Id., «Community Languages, Core Values and Cultural Maintenance» in Michael Clyne, Australia - Meeting Place of Languages, Canberra, Pacific Linguistic Series, Australian National University, 1985, pp. 11-38.

46

Camilla Bettoni, «Italian Language Attrition in Sydney: The Role of Birth Order» in Altro Polo, 1986, pp. 61-85; Kinder, Italian in Australia cit.

47

Ibidem.

48

Camilla Bettoni, Joseph Lo Bianco, Understanding Italy. Language, Culture and Commerce: an Australian Perspective, Sydney, University of Sydney, 1989.

 

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