Diminuisci dimensioni testoAumenta dimensioni testo Bookmark and Share

«Chi è, allora, l'euroamericano?»

 Alcune risposte
Richard D. Alba, State University of New York at Albany (traduzione di Maddalena Tirabassi)

La critica di George Pozzetta (1991, 93-98) alla mia tesi secondo cui sta emergendo un gruppo euroamericano negli Stati Uniti richiede alcune precisazioni - in particolare perché non prende in considerazione il discorso più ampio che si trova nel mio libro, ed esamina solo la versione estremamente sintetizzata che è apparsa su Altreitalie (Alba, 1990a; 1990b). Di conseguenza alcune questioni che solleva possono essere risolte con semplici chiarimenti, mentre altre esprimono una divergenza di opinioni compresa, a quanto sembra, una diversa scelta metodologica. Nelle pagine che seguono, prenderò in esame questi punti uno ad uno, nell'ordine in cui appaiono nell'articolo.
        Inizio con l'uso che fa Pozzetta della famosa citazione di Crèvecoeur (1782, 1925), «Chi è, allora l'americano, quest'uomo nuovo?», che ispira il titolo del suo articolo. L'implicazione, assolutamente esplicita, è che come si può supporre sia fallita la predizione di Crèvecoeur della nascita di un nuovo gruppo nel continente americano, così è destinata al fallimento la mia predizione dell'emergere di un nuovo gruppo euroamericano. Ma è davvero fallita la predizione di Crèvecoeur? Se la si estrapola dalle osservazioni sulle quali si basava e la si prende come la previsione di un melting pot che dissolverà tutte le differenze etniche, allora essa è fallita di sicuro. Ma Crèvecoeur vedeva gli americani come una «razza eterogenea» che nasceva da «una mistura di inglesi, scozzesi, irlandesi, francesi, olandesi, tedeschi e svedesi» (Gordon, 1964, 116). Se di conseguenza interpretiamo la predizione nel senso di un'amalgama degli europei nordoccidentali, quasi esclusivamente di gruppi protestanti, allora, in una misura notevole, essa si avverò. Milioni di americani hanno ascendenze miste che possono esser fatte risalire ad antenati dell'era coloniale appartenenti a questi gruppi. Questa popolazione costituisce una parte importante del cosiddetto gruppo Wasp, ovvero del gruppo bianco, anglosassone e protestante, che nonostante il nome, non si riferisce esclusivamente a individui di originari delle isole britanniche. È anche la base della non insignificante frazione degli americani bianchi che descrivono la loro origine come «esclusivamente americana», presumibilmente poiché le loro radici ancestrali sul continente americano risalgono a molte generazioni or sono1.
        È altresì importante leggere la mia tesi nei termini in cui è stata esposta. Mentre Pozzetta ha cercato di essere accurato nel riassumere i miei argomenti, li ha tuttavia estrapolati in un modo che rende più facile contestarla. Così egli scrive «Mentre concorda col fatto che altri legami etnici più vecchi conservano una qualche forza, chiaramente [Alba] li vede come fenomeni passeggeri scarsamente rilevanti nella società contemporanea. Egli spiega tali identità come manifestazioni di un'"etnicità simbolica" (...) o la sopravvivenza di un attaccamento proprio delle generazioni precedenti che va rapidamente scomparendo» (Pozzetta, 1991, 93). La difficoltà è dovuta al fatto che Pozzetta sovrastima ciò che ho detto e ciò che credo. In Ethnic Identity, scrivo, ad esempio: «Nel sottolineare le indubbie erosioni delle forme comunitarie dell'etnicità, non intendo dire che probabilmente quest'ultima scomparirà presto, se mai lo farà in futuro. Questo punto può dar adito ad incomprensioni che devono essere chiarite; secondo il mio punto di vista, inquina il dibattito sull'importanza delle differenze etniche tra gli americani bianchi» (Alba, 1990, 302).
        Il nucleo della questione, allora, non è la scomparsa di particolari etnicità nella popolazione bianca americana, ma piuttosto l'equilibrio relativo tra le diverse forme di etnicità. Ciò, sostengo, si sta spostando decisamente a favore di quella che può essere chiamata una forma «euroamericana».
        Pozzetta inoltre obietta che l'identità euroamericana è un'«ipotesi analitica» (Pozzetta, 1991, 94). Proprio così. E allora? Non c'è niente di intrinsecamente sbagliato nell'avanzare tale ipotesi (che è inappropriatamente confusa da Pozzetta con la «cosa»), per quanto essa dimostri la propria validità fornendo una spiegazione più robusta e una migliore chiave interpretativa del fenomeno che stiamo studiando. Per di più, in questo caso, le realtà sociali della società americana sembrano muoversi nella direzione di dimostrare che è all'opera più di uno schema analitico. Lo scorso anno sono sorti club euroamericani nei campus universitari, in particolare in California, dove rapide trasformazioni razziali ed etniche stanno minacciando la supremazia numerica bianca (Freedberg, 1992, 1). Il modello è coerente con l'ipotesi formulata.
        Pozzetta prosegue sollevando accuse specifiche alla tesi «euroamericana». La maggior parte di queste accuse sono affrontate nel libro, ma la loro discussione non è presa in considerazione nella critica di Pozzetta. Una riguarda la dimensione politica dell'etnicità e, particolarmente, la potenzialità dell'etnicità «di ricavare nuove energie dagli eventi dei paesi d'origine» (Pozzetta, 1991, 94). L'affermazione più generale, secondo cui l'etnicità è sostenuta dal suo ruolo politico negli Stati Uniti e in molte altre società, è in auge da molto tempo, risale almeno al famoso libro di Nathan Glazer e Patrick Moynihan, Beyond the Melting Pot (1970; Bell, 1975; Nielsen, 1985, 133-49). Mentre indubbiamente esiste un aspetto politico dell'etnicità, che è più incentrato su eventi internazionali che statunitensi, le mie testimonianze suggeriscono che esso da solo non sia sufficiente a mantenere l'etnicità, senza altri sostegni istituzionali e sociali. Ho domandato ai miei intervistati se avvertissero «particolarmente un problema specifico a causa del (loro) background etnico»: solo una piccola minoranza (16 per cento) ha risposto di sì, solo metà di questa minoranza ha indicato una qualche azione, anche soltanto un'azione privata come il tenersi aggiornati, sul problema o i problemi che li riguardavano (Alba, 1990a, 150-7).
        Resta comunque da chiedersi come la dimensione politica dell'etnicità possa restare forte in un momento in cui le basi sociali dei gruppi etnici bianchi stanno subendo un processo di grave erosione, come testimoniano indicatori quali alti tassi di esogamia e di suburbanizzazione (ma di questo parlerò tra poco). Una risposta possibile, l'attaccamento volontario ad alcune forme sociali etniche come le organizzazioni etniche, sembra meno plausibile se si ci si basa sui miei dati e su quelli presentati in un articolo di Alfred Rotondaro in cui l'autore sullo stesso numero di Altreitalie in cui è comparso l'intervento di Pozzetta sostiene che la maggior organizzazione italoamericana, i Sons of Italy, ha solo novantamila iscritti (Rotondaro, 1991,100).
        Questa è solo una piccola frazione di tutti gli italoamericani, le cui identità etniche relativamente forti sono usate spesso per attaccare il potere delle forze assimilazioniste. Tuttavia, apparentemente queste identità non contribuiscono a far aumentare il numero dei membri delle associazioni etniche. Secondo i dati contenuti nel mio libro, le percentuali degli iscritti a organizzazioni etniche sono basse per tutti i gruppi etnici bianchi, e in particolare per gli individui di quarta generazione e oltre (Alba, 1990a, 238-52). Detto per inciso, questa è una risposta all'asserzione di Pozzetta (1991, 96) sul revival etnico tra gli scoto-americani. Questo genere di attività impegna solo una piccola frazione di un gruppo etnico, e di solito questa attinge in modo più che proporzionale alle generazioni precedenti (persino in un gruppo la cui presenza negli Stati Uniti risale a parecchi secoli, ci possono ancora essere seconde e terze generazioni dovute a immigrazioni più recenti).
        Allo stesso modo, ci si chiede il perché della inconfutabile assenza di quotidiani e riviste a livello nazionale diretti ai membri della terza generazione e a quelle successive della maggior parte dei gruppi etnici bianchi. Tra gli italiani, ad esempio, ci sono stati tentativi di fondare riviste di questo tipo, ma sono sempre fallite (Attenzione è l'esempio più recente). Come può un gruppo etnico, disperso geograficamente, mantenere la coesione senza un mezzo di comunicazione?
        La critica di Pozzetta usa anche «gli etnici delle grandi città» per confutare la mia tesi (1990a, 94). Con questo si sollevano una serie di questioni; ne affronterò due. Pozzetta sostiene che la lettura di Rieder (1985) - secondo cui gli ebrei e gli italiani di Canarsie, Brooklin, si oppongono all'integrazione residenziale con i neri - rigetta la mia tesi. Si potrebbe facilmente sostenere il contrario: che l'analisi di Rieder dimostra come, persino in un quartiere urbano in cui l'etnicità è ancora molto forte, i gruppi etnici bianchi sarebbero in grado di colmare le distanze tra quelle che un tempo erano serie divisioni etniche e di classe al momento dell'insorgere di conflitti con gruppi non europei. Sullo sfondo, io prospetto l'idea che è l'identità euroamericana a suggerire similarità tra i gruppi europei che i non europei non condividono, facilitando così la cooperazione paneuropea (Alba, 1990a, 316).
        Canarsie, un quartiere di New York che sta attraversando una fase di cambiamento razziale ed etnico, è un esempio importante anche sotto un altro aspetto: segnala la debolezza della posizione di chi assume, come fanno Pozzetta e molti altri critici, quartieri etnici urbani quali indicatori di tendenze etniche di più ampio respiro. Il principale motivo per cui i bianchi etnici di Canarsie devono associarsi è dato dal fatto che il quartiere è andato perdendo la sua popolazione bianca, trasferitasi nei sobborghi, come è accaduto a molti altri quartieri similari (spesso più rapidamente che a Canarsie). Nel 1980, poco dopo lo studio di Rieder, Canarsie era ancora per il 90 per cento bianco; nel 1990, lo era solo per il 75 per cento, e il cambiamento continua (Shipp, 1991, 1). I quartieri suburbani che gli etnici bianchi con la loro mobilità vanno ad abitare tendono ad avere un carattere molto meno omogeneo e meno etnico dei quartieri cittadini che abbandonano (sebbene, naturalmente si abbiano eccezioni a questa affermazione generale).
        Di nuovo, consideriamo l'esempio degli italiani come un caso illuminante in materia. Nonostante l'enfasi nella letteratura su quartieri urbani (atipici) come Belmont, Bensonhurst e Canarsie (tutti a New York), gli italoamericani di oggi risiedono predominantemente nei sobborghi. Un'analisi dei dati del censimento del 1980 sugli Stati Uniti metropolitani nel loro insieme (i dati più rilevanti sul censimento del 1990 non sono ancora disponibili) rivelano che due terzi risiedono nei sobborghi, percentuale uguale a quella degli americani bianchi2. La popolazione suburbana, tra parentesi, è un po' più alta (quasi tre quarti) tra le persone che sono solo parzialmente di origine italiana, una scoperta interessante poiché il gruppo nel suo insieme è sempre più composto da tali individui come risultato del diffondersi dei matrimoni misti. Inoltre, gli italiani suburbani risiedono per la maggior parte in quartieri non italiani. Tutto questo è mostrato in un'analisi della segregazione residenziale nei sobborghi dell'area metropolitana newyorkese, in cui tali enclave suburbane sarebbero rilevabili, se esistessero in misura cospicua (grazie alle grandi comunità italiane ancora presenti in questa regione). Secondo i parametri demografici della separazione residenziale, o l'indice di dissimilarità, equivalente allo 0,22, la segregazione degli italoamericani rispetto agli altri bianchi, dello 0,22, è al di sotto del limite accettato dai sociologi come indicatore di una segregazione, ancorché moderata3. L'indice è persino più basso per le persone di origine mista italiana.
        Pozzetta mette anche in discussione il fatto che i dati sull'esogamia (e io credo anche altri) implichino, come io sostengo, l'assimilazione. Naturalmente, l'accento in questo caso non deve essere posto sul fatto che i matrimoni misti voglion dire assimilazione in ogni caso - i matrimoni misti dovrebbero essere considerati come un indicatore aggregato di mutamenti che avvengono all'interno del gruppo etnico. Quando l'incidenza dei matrimoni misti aumenta nel tempo molto rapidamente per gli italiani e molti altri gruppi etnici bianchi - è ragionevole presumere che stia avvenendo qualche sorta di mutamento sociale importante. Ci vorrebbe un'argomentazione molto forte, provata dai fatti, per convincerci del contrario.
        Pozzetta si chiede se gli studi sulle conseguenze dei matrimoni tra ebrei e gentili possano fornire questa prova. Ma qui il problema sta nelle analogie tra il gruppo ebraico e gli altri gruppi etnici, poiché gli ebrei sono un gruppo sia etnico sia religioso. I gruppi religiosi hanno caratteristiche che di solito i gruppi etnici non hanno, in particolare rispetto alle infrastrutture istituzionali e cerimoniali sviluppate in misura superiore a quelle degli altri gruppi etnici. L'educazione religiosa socializza i bambini nel gruppo e, nel caso dei matrimoni misti, può compensare quello che la famiglia altrimenti non potrebbe fornire; i servizi religiosi riuniscono regolarmente i membri del gruppo (anche se solo in occasione di alcune festività); esistono regole che stabiliscono chi appartiene al gruppo e cerimonie che segnano i vari stadi dell'affiliazione e così via (Alba, 1990). Infine, nella società americana vige ancora la norma secondo cui i bambini devono ricevere un'educazione religiosa, e di conseguenza i genitori di origini etniche diverse tendono deliberatamente a scegliere di allevare i loro figli secondo una religione (o forse due). Non esiste alcuna norma simile per quello che riguarda l'etnicità. L'educazione etnica in famiglie miste rimane nell'ambito delle scelte individuali, in specie considerando che la maggior parte dei gruppi non ha organizzazioni istituzionalizzate per la socializzazione. La socializzazione è problematica anche perché solo piccole frazioni di ogni gruppo appartengono a organizzazioni etniche (che potrebbero aiutare la socializzazione) e perché le famiglie miste risiedono per la maggior parte al di fuori delle comunità etniche (Alba, 1990a, 303-5).
        I risultati della mia ricerca indicano alcuni dei punti deboli nella trasmissione dell'identità etnica tra le generazioni. Sebbene circa due terzi dei bianchi si identifichi in termini etnici, solo una minoranza dei genitori si occupa del fatto che i figli si identifichino etnicamente. Pochi genitori si preoccupano delle identità etniche dei loro figli (solo il 12 per cento ritiene che queste identità siano «molto importanti») e solo un quarto circa ha fatto qualcosa per istruire i propri figli sul loro retroterra etnico (di solito ciò vuol dire solo parlare della storia della propria famiglia). Molti genitori sembrano contenti di lasciare che i figli decidano a proposito della loro identità etnica4.
        Ma torniamo alle questioni metodologiche sollevate da Pozzetta: a questo riguardo le critiche di Pozzetta sono più fuorvianti, poiché si basano su una sintesi, invece che sull'intera ricerca. Pozzetta (1991, 95) sostiene che io «in larga misura» utilizzo «dati aggregati», che io esamino «i gruppi etnici in una prospettiva quasi completamente esterna», e che il mio studio «fa perdere gran parte del contenuto attuale dell'etnicità nella società americana». Sebbene brevemente riconosca che il mio studio è basato su un'inchiesta (e non su dati «aggregati»), egli liquida questo tipo di dati sulla base che «molti esperti (...) mettono in discussione l'esattezza e l'utilità di questi materiali» (97). Non ci dice tuttavia chi siano gli esperti.
        La realtà della ricerca è molto differente. Si basa su circa cinquecento interviste dirette, in profondità, durante le quali ad adulti scelti secondo un campionamento casuale sono state sottoposte serie di domande sul ruolo dell'etnicità nella loro vita. Queste domande riguardavano, tra l'altro: come questi individui identificavano etnicamente se stessi; il grado di importanza che attribuivano al loro retroterra etnico; se recentemente avessero avuto esperienze qualificabili come etniche (ne erano nominate sedici nel canovaccio delle interviste, compresi il cibo, le abitudini, la lingua, la discriminazione, gli stereotipi e la politica); se volevano che i loro figli si identificassero etnicamente e quali passi avevano compiuto a questo scopo; i retroterra etnici dei loro coniugi e degli amici intimi; e la natura etnica delle loro affiliazioni. Questo elenco serve a dare un'idea delle domande e non tocca tutti i contenuti etnici dell'inchiesta. Inoltre, la definizione della propria identità era data dagli intervistati e non imposta dal modulo dell'intervista. Se ci sono grosse carenze in questo metodo di raccolta dei dati sul ruolo dell'etnicità nella vita degli individui, allora Pozzetta e gli altri critici devono dirci esattamente dove sono le carenze e in quale senso le conclusioni che ne risultano sono sbagliate. Inchieste di questo tipo fanno parte della ricerca sociologica, che non sono ignoti esperti a poter smentire. È difficile immaginare come si può venire a conoscenza di ciò che pensa e fa la gente rispetto al proprio retroterra etnico, se non domandandolo direttamente loro. In ogni caso, è chiaro dalle sue critiche che anche Pozzetta accetta di basarsi su inchieste quando queste sostengono la sua tesi: i suoi riferimenti quantitativi riguardo ai matrimoni tra ebrei e gentili vengono da una di queste.
        La tesi degli euroamericani lascia ampio spazio di indagine agli studi di particolari etnicità e dell'invenzione dell'etnicità, che Pozzetta sembra prediligere (di fatto, l'identità euroamericana è un esempio di invenzione etnica)5. L'emergere di un gruppo euroamericano non esclude la coesistenza con altri tipi di etnicità, che sono più visibili nella forma di comunità etniche. Nessuno dovrebbe essere così avventato da predire che tali comunità cesseranno di esistere in un futuro vicino. Ma sarebbe altrettanto avventato concludere semplicemente dall'esistenza delle comunità etniche che non progrediscono importanti mutamenti etnici tra i bianchi. Ciò sta avvenendo, e i pluralisti che vogliono creare una praticabile alternativa intellettuale all'assimilazione devono formulare un concetto di etnicità che sia empiricamente convincente e che spieghi come e perché l'etnicità rimane importante per il grande e sempre crescente numero di bianchi che provengono da retroterra etnicamente misti o hanno contratto matrimoni esogamici, che vivono e lavorano in ambienti con poche persone del loro stesso gruppo etnico, e che mantengono scarsi legami con un gruppo etnico: è proprio lì infatti che si possono trovare gli euroamericani.

 

Note

1

Ad esempio, questo gruppo è grande quanto il gruppo di origine italiana. Per un'interpretazione del gruppo «solo americano» si veda Lieberson (1985).

2

In particolare, il 68 per cento degli italiani che vivono nelle aree metropolitane si trova nei sobborghi, cifra praticamente identica a quella di tutti i bianchi non ispanici (65 per cento). Questi dati sono stati calcolati sulla base dei Public Use Microdata Samples del censimento del 1980.

3

L'indice di dissimilarità misura la comparabilità della distribuzione di due popolazioni (gli Italiani vengono confrontati in questo caso con i bianchi non ispanici) attraverso certi insiemi di unità spaziali (settori censuari in una regione suburbana). La cifra nel testo indica che il 22 per cento degli italiani dei quartieri residenziali suburbani dovrebbe essere trasferito per rendere la loro distribuzione residenziale esattamente la stessa di quella degli altri bianchi. Il valore 0,3 è generalmente accettato come soglia di una segregazione moderata, mentre 0,6 indica una segregazione accentuata (si vedano Massey e Denton, 1987, in cui viene offerta una buona discussione introduttiva alle misure di segregazione). La regione metropolitana della grande New York racchiude un'ampia area centrata su New York City e include i sobborghi residenziali di Long Island e di una larga parte del New Jersey settentrionale, come pure quelli a nord di New York City. Il modesto valore dell'indice di dissimilarità colpisce in modo particolare alla luce del fatto che esistono sobborghi nella regione sproporzionatamente italiani (LaGumina, 1988) e indica che la vasta maggioranza degli italoamericani abitanti in sobborghi è di fatto integrata residenzialmente con altri bianchi. Sono grato a Shu-Yin Leung per la necessaria analisi del dati di segregazione.

4

Un lungo dibattito di tale questione si trova in Ethnic Identity, si vedano i capitoli 5 e 6.

5

Non ho affrontato finora una questione posta da Pozzetta - quella secondo cui alcuni gruppi etnici non europei aderiscono all'ideologia individualista, che io ascrivo all'identità italoamericana. Senza dubbio questo è vero, ma d'altra parte io non considero questa ideologia come base esclusiva di coesione del gruppo euroamericano. Lo stesso Pozzetta sembra disposto ad accettare le distinzioni etniche, rispetto a differenze malcomprese o esagerate, come quando cita Berthoff (concordando con lui, mi sembra a proposito del revival scoto-americano): «I legami di parentela possono essere attenuati o persino fraintesi, i simboli inventati, le leggende romanzate, e nessuna di queste cose essere quella che sembra» (116), ma questi modelli etnici hanno rappresentato una forza reale per quelle persone che venivano altrimenti considerate americani completamente assimilati. Berthoff concludeva che «nessun semplice concetto di etnicità può descrivere i reali comportamenti di ogni gruppo, tantomeno spiegarne il perché».

 

Privacy Policy

Centro Altreitalie, Globus et Locus - Via Principe Amedeo 34 - 10123 Torino (Italy) Tel. +39 011 6688200 E. redazione@altreitalie.it - info@globusetlocus.org