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Sull'identità etnica italoamericana

 Un appello contro la decostruzione dell'etnicità e a favore della storia politica

Anna Maria Martellone, Università di Firenze (traduzione di Maddalena Tirabassi)

Werner Sollors, che insegna letteratura americana e afroamericanistica ad Harvard, alcuni anni fa ha applicato il concetto di Gans di etnicità simbolica all'analisi decostruzionista dell'etnicità1. Sollors affermò allora che l'etnicità, proprio come la razza, è una categoria per la quale non esistono basi naturali o biologiche. Secondo il suo punto di vista, l'etnicità è una categoria costruita socialmente, creata da alcuni membri della società per classificarne altri come estranei sulla base di una presunta origine biologica. Una volta affermato apertamente di non essere interessato «ai semplici dati della cosiddetta esperienza etnica, ma alle formazioni mentali e costruzioni culturali (i codici, le credenze, i riti e i rituali) sviluppate in America per capire l'etnicità e l'immigrazione nell'ambito di una cultura di melting pot»2, Sollors si è messo a studiare i modi in cui l'etnicità simbolica e l'identità americana venivano create in contesti di natura differente, che egli comunque proponeva di leggere come se fossero letterari. Egli affermò: «Questa procedura mi permette di guardare agli Uprooted di Handlin come a “la storia epica delle grandi migrazioni che hanno fatto la popolazione americana” (il sottotitolo del libro) nella tradizione dello stile virgiliano di Cotton Mather in Magnalia Christi Americana (1702)»3. L'approccio decostruzionista e l'obiettivo astoricizzante venivano così resi ampiamente evidenti, e il libro venne ben accolto da alcuni come un riuscito tentativo di demistificazione dell'etnicità4. Uno degli obiettivi di Sollors era quello di prendere le distanze da quelli che egli definiva «il determinismo biologico» e «l'arrogante revivalismo ed esclusivismo etnico» di coloro che sostenevano che solo chi vi «apparteneva biologicamente» poteva comprendere la letteratura della razza e dell'etnicità5.
        Per quello che riguarda la demistificazione dell'identità, Sollors non ha fatto altro che integrare le argomentazioni di Gans sull'etnicità simbolica con la tesi di Parson secondo cui, a parte l'importanza emotiva dell'affiliazione etnica, per alcuni, e «per quanto siano fortemente affermative queste identificazioni etniche, lo status etnico manca completamente di ìcontenuti socialiî», la componente prevalente dell'identificazione etnica «è facoltativa e volontaria», e i segni dell'identità sono «simboli vuoti»6.
        I concetti introdotti in Beyond Ethnicity hanno costituito le basi per un libro curato recentemente da Sollors, nel quale diversi autori analizzano la categoria dell'etnicità come «invenzione», cioè creazione mentale espressa simbolicamente in testi letterari da differenti gruppi etnici<7. Nell'Introduzione Sollors nota come il concetto di «invenzione» sia oramai molto diffuso, non solo nell'ambito della critica letteraria, ma anche in diversi settori delle scienze sociali, e ne propone l'applicazione all'etnicità, dal momento che la reale esistenza storica dell'etnicità non è più data per scontata, ma la stessa nozione di etnicità viene decodificata in un contesto postmoderno. Affermando che l'etnicità «non è una cosa, ma un processo, e che esso richiede un continuo lavoro di indagine da parte dei lettori, non una sistemazione in un'enciclopedia di presunte variabili culturali»8, Sollors nota le origini recenti e le continue modificazioni dei concetti e delle realtà dei gruppi etnici9. Egli mette anche in evidenza che il concetto di origine delle nazioni e dell'identità nazionale, che costituisce una parte importante del discorso etnico, risale al romanticismo e osserva correttamente che questa argomentazione romantica è stata recentemente sottoposta a rivisitazioni dovute agli sviluppi degli studi antropologici e sociologici. Questi sviluppi hanno sottolineato, più che l'eredità di un remoto passato o la ìdiscendenzaî biologica, l'identificazione etnica così come è stata creata o percepita nell'emergente coscienza etnica.
        Gli approcci decostruzionisti come quelli di Sollors, che portano alle estreme conseguenze il concetto di etnicità simbolica, sono interessanti e sottili. Sussiste, tuttavia, il rischio dell'annullamento totale del concetto storico di etnicità, così come è stato studiato e definito in trent'anni di studi etnici. Trent'anni di analisi dei «dati grezzi» dell'esperienza migratoria negli Stati Uniti e dell'identità nazionale americana non hanno «inventato» il concetto di etnicità, ma hanno messo in luce aspetti di qualcosa che esisteva ben prima che a qualcuno venisse in mente di farne un fertile campo di studi.
        Portata troppo avanti l'idea di etnicità simbolica può presentare alcuni problemi. Gli studi etnici, così come l'essenza del revival etnico, hanno suscitato molte critiche da parte di studiosi e opinion makers che hanno giudicato l'intera faccenda come: 1) manipolata e strumentale, 2) dannosa per una concezione armoniosa dell'identità nazionale americana e apportatrice di un'eccessiva frammentazione10. Mi vien da chiedere se le acute analisi di Gans e Sollors non aggiungano involontariamente legna al fuoco degli attacchi tendenti a liquidare l'etnicità come prodotto di manipolazioni da parte di pochi accademici cattolici, qualcosa che è scoperto in proporzione all'elargizione di fondi da parte del governo federale e delle fondazioni nei programmi di studi etnici. Tutti questi critici accoglierebbero con piacere un concetto di etnicità privato «di basi reali» e ridotto a una costruzione mentale che si nutre del disagio nostalgico dei membri di «nazioni fantasma» manipolate dai mass media e dagli accademici.
        Ho così letto con grande interesse il recente saggio pubblicato su Altreitalie ad opera di alcuni storici statunitensi specialisti di studi etnici, un saggio che porta il promettente titolo di «L'invenzione dell'etnicità»11 e analizza l'applicabilità della concettualizzazione di Sollors per lo studio storico dei gruppi etnici in situazioni reali. Non si tratta qui di una lettura letteraria (per quanto esteso sia il concetto di letteratura, inclusivo cioè di testi di tutti i tipi), ma di introdurre nello studio della storia un approccio decostruzionista, senza decostruire l'etnicità - e forse la storia stessa - nel processo.
        Gli autori del saggio tentano di enfatizzare le possibili implicazioni positive del concetto di «invenzione» focalizzandosi su aspetti che potrebbero essere definiti «ricostruzionisti». La principale implicazione positiva sarebbe, secondo gli autori, che l'etnicità costituisce un processo decisionale attivato dagli stessi gruppi di immigrati, che «inventano» la propria etnia, piuttosto che soggiacere al processo di assimilazione messo in atto dai gruppi dominanti nativi. Questa invenzione rappresenta «un processo di negoziazione non solo tra il gruppo immigrato e la cultura dominante, ma anche tra i vari gruppi immigrati»12 in un'interazione dialettica tra i gruppi immigrati e l'etnocultura dominante, entrambe impegnate in una continua ridefinizione dell'identità americana. Questa incessante definizione, o invenzione, dell'etnicità, è l'opposto del vecchio concetto di identità nazionale intesa come discendenza biologica, un qualcosa di primordiale, immutabile, ereditario. La tradizione dell'etnicità può essere inventata, nell'accezione delle tradizioni inventate di Hobsbawm, per creare e mantenere strutture di solidarietà di gruppo e per preservare valori culturali di fronte alle forze livellatrici dell'americanizzazione. Soprattutto, assolve un obiettivo importante in quanto aiuta i gruppi etnici nella negoziazione dell'accesso al potere e nel miglioramento delle condizioni sociali.
        Se ben comprendo il pensiero degli autori, una tale invenzione è molto di più di qualcosa che può essere decostruito in testi letterari, ma deve essere studiata, nelle sue fasi alterne di attività e di pausa, nella storia concreta dei gruppi etnici, e degli sviluppi che hanno portato la società americana alla sua attuale accettazione del pluralismo etnico.
        Sono d'accordo con gli autori quando prendono un approccio «ricostruzionista», per così dire, della categoria di invenzione dell'etnicità usata da Sollors. Siamo comunque probabilmente all'inizio di un periodo di «postdecostruzionismo» in cui si ha una nuova «storicizzazione», nelle scienze sociali come nella critica letteraria, e da più parti nel paese è stato richiesto di «ricostruire» gli studi americani in campo storico e letterario13. Occorre tuttavia una certa cautela per non confondere la richiesta di nuove sintesi e costruzioni storiche con le grida e le urla sollevate in alcuni campus e riviste americane per un immediato ritorno a curricula tradizionali, in cui siano aboliti il multiculturalismo, la critica femminista, l'ermeneutica, il decostruzionismo, l'interdisciplinarietà, in nome di un ritorno al canone, ai valori tradizionali dell'eurocentrismo, della cultura occidentale, dell'umanesimo, a favore di un approccio unilaterale alla storia degli Stati Uniti basata sull'unità nazionale e sul consenso. In altre parole, non confondiamo Thomas Bender con Roger Kimball14. Ciò che intendo è che un approccio decostruzionista all'etnicità rischia di enfatizzare troppo gli aspetti simbolici a scapito della «realtà» del fenomeno, e questo in un'epoca in cui è in corso un dibattito sul ritornare a concezioni meno frammentate di storia e di unità nazionale e lo stesso concetto di etnicità sta attraversando un momento se non di riflusso, certamente di pausa, di perdita di importanza e di contenuti oggettivi.
        E penso in particolare all'etnicità bianca. Se è vero che chi non vive negli Stati Uniti può essere svantaggiato dalla mancanza di possibilità di stimare, attraverso osservazioni dirette, l'attuale importanza dell'etnia bianca e paragonarla, ad esempio, con gli anni Sessanta, Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, l'impressione è tuttavia che attualmente il discorso e il movimento etnico siano focalizzati sui neri, gli ispanici, gli asiatici. Indubbiamente si ha una buona produzione di studi sui «nuovi immigrati» della fine dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento, ma è stato scritto poco sulle seconde generazioni e quelle successive, ed è stato fatto poco sulla politica dei nuovi gruppi etnici. È vero che l'etnicità viene vista prevalentemente come un fenomeno «culturale», che ha trovato i suoi migliori studiosi tra gli storici sociali e della cultura che hanno analizzato le continue negoziazioni dell'identità tra gruppi etnici, e tra i gruppi etnici e i nativi, in una dimensione culturale e non politica. C'è da chiedersi, tuttavia, se il processo dinamico dell'etnicità, dell'autoidentificazione etnica, un processo piuttosto che un'origine, non sollevi competitività e conflitti fra i differenti gruppi etnici, conflitti che si presentano a livello politico. Gli stessi autori del saggio affermano che la negoziazione non avviene esclusivamente a livello simbolico staccato dal contesto socioeconomico, ma che essa assolve anche l'obiettivo di mobilizzare il gruppo «per difendere i suoi valori culturali e avanzare le proprie richieste per l'accesso al potere, allo status, e alle risorse»15. L'invenzione dell'etnicità avviene a diversi livelli, e uno molto importante è quello della negoziazione del potere, della costruzione dei rapporti di potere, e delle diverse forme di dominio nella società. Tutto questo appartiene al regno della politica, e gli autori sono ben consapevoli delle implicazioni politiche dell'invenzione dell'etnicità, quando affermano che «potere e politica, nel loro senso più ampio, sia interni ai gruppi sia nei loro rapporti esterni con gli “altri”, sono fondamentali alla formazione e al mantenimento dell'etnicità»16.
        C'è stata però una certa riluttanza da parte degli storici dell'etnicità negli Stati Uniti a studiare più da vicino le implicazioni politiche dell'etnicità. La rilevanza del fattore etnico nella politica americana è stata debitamente riconosciuta dai politologi e dai sociologi che hanno scritto abbondantemente a questo proposito, ma sono carenti gli studi storici sul comportamento politico dei diversi gruppi etnici, nel più ampio contesto della politica americana.17
        Le ragioni di questa relativa mancanza di interesse possono essere molte. In primo luogo occorre rammentare che il fiorire degli studi etnici è avvenuto all'interno del fiorire della più generale storia sociale. L'interesse per la politica da parte degli storici sociali è minimo, quando addirittura inesistente. Esso è la logica conseguenza della mancanza di interesse per la storia istituzionale e per la storia dei partiti propria dell'approccio antiistituzionale della storia sociale.18 Per quello che riguarda «la nuova storia politica» influenzata dalla storia sociale, è vero che lo spostamento del fuoco della ricerca dai partiti all'elettorato voleva dire prendere in considerazione i gruppi etnici, ma tra gli adepti della nuova storia politica la scuola etnoculturale ha privilegiato lo studio delle affiliazioni culturali e religiose dei votanti, dedicando scarso interesse ai meccanismi della lotta politica e all'uso del voto da parte dei diversi gruppi etnici, finalizzato al raggiungimento di status o di potere.
        Trattare l'etnicità solo in un ambito esclusivamente culturale presenta il rischio di ignorare quei «rapporti direttamente o indirettamente legati alla distribuzione del potere, alla ricchezza, allo status e alle occupazioni» che l'etnicità non può fare a meno di intraprendere, con le parole di un noto e controverso sostenitore della nuova etnicità: «Il focus della consapevolezza etnica è posto su questioni di potere, ricchezza e influenza. Chi sono i decision makers?». Lo stesso autore giunge alla conclusione che una nuova consapevolezza etnica sottintende inevitabilmente a cambiamenti nell'ordine sociale, politico ed economico19, il che significa che l'etnicità ha un forte significato politico. Molti studiosi hanno sottolineato la necessità di riunificare storia sociale e storia politica rammentando che la competizione tra i gruppi sociali si trasferisce inevitabilmente a livello politico20.
        Un altro motivo è dato forse dal fatto che negli anni Sessanta e Settanta l'attenzione prestata alle attività politiche etniche si era concentrata sui contributi al radicalismo americano, piuttosto che sulla partecipazione alla vita politica mainstream. Tale concentrazione sul radicalismo etnico sta ad indicare senza ombra di dubbio la connotazione politica del revival etnico, una lettura dell'etnicità come protesta contro l'ordine costituito di cui parlavano alcuni militanti del new ethnicism. Una conseguenza di questo approccio militante, sia esplicito che implicito, sembra essere stata la scarsa attenzione posta alle modalità di ingresso degli etnici nel sistema politico americano e alla loro partecipazione a questi processi. L'abbondanza di opere prodotte da politologi e sociologi sulla «mobilitazione» del voto etnico e sulla sua importanza per il riallineamento politico negli anni Venti e Trenta, ad esempio, non ha incoraggiato un corrispondente volume di studi storici da parte degli studiosi dell'etnicità. Persino la discussione sulla questione se sia diminuita l'importanza etnica in politica dopo gli anni Trenta, in concomitanza con il declino delle macchine politiche urbane, non si è materializzata in studi dettagliati sulla sopravvivenza del voto etnico e dei gruppi etnici nel dopoguerra. Penso che si possa affermare che siamo ancora distanti da una fecondazione incrociata di analisi politiche dei comportamenti elettorali e dei meccanismi politici con gli studi storici dell'etnicità.
        I pochi studi storici sullo sviluppo della partecipazione etnica alle attività politiche si focalizza sugli anni in cui si ritiene che l'importanza del voto etnico abbia raggiunto il suo apice, quelli dell'accesso al voto delle seconde generazioni all'inizio degli anni Venti fino agli anni Trenta, quando, secondo alcuni, l'avvento del New Deal e dei fondi federali per le attività assistenziali segnò la fine dell'importanza del patronage nelle politiche urbane e l'inizio del declino dei boss e delle macchine politiche. Pochissimi storici hanno prestato attenzione al comportamento politico dei gruppi etnici dopo gli anni Trenta.
        Un'altra spiegazione plausibile per la scarsa attenzione prestata alla politica etnica può essere data dal declino delle iscrizioni ai partiti e dei votanti alle elezioni, fenomeno che è stato definito «il cambiamento politico più drammatico in America negli ultimi due decenni»21. È ben noto che le tradizionali alleanze politiche tramandatesi spesso di padre in figlio, e che negli anni Cinquanta sembrano aver condizionato la maggioranza degli elettori, negli anni Sessanta e anche successivamente hanno perso significato. La rivolta nera, il movimento degli studenti e quello di liberazione della donna, la protesta contro la guerra in Vietnam, tutti questi fenomeni hanno prodotto una disaffezione nell'elettorato nei confronti dei partiti, mentre hanno fatto aumentare l'attenzione per questioni legate al campo dell'etica piuttosto che a quello politico, di cui i partiti sembrano incapaci e non interessati ad occuparsene. La disaffezione dei cittadini rispetto al sistema politico questa volta non si è espressa in un riallineamento politico, ma nell'astensione dal voto e nella ricerca di altre vie per esprimere il desiderio di cambiamento ignorato dal sistema politico. Questa generale disaffezione dell'elettorato americano continua ancora oggi22. All'interno di questa linea di tendenza generale, gli etnici possono mostrare la stessa disaffezione per l'attività politica che caratterizza l'elettorato in generale. Lascio qui da parte tutte le conclusioni che alcuni hanno tratto sull'attuale perdita di rilevanza dell'etnicità, in particolare di quella bianca, in politica, perché credo che la questione se l'etnicità sia o non sia rilevante in politica oggi sia proprio ciò che dovrebbe essere l'oggetto di attenti studi piuttosto che oggetto di conclusioni affrettate23. Per quello che riguarda lo stato della ricerca su questo aspetto dell'etnicità, durante gli ultimi due anni lo studio del ruolo dell'etnia in politica sembra aver privilegiato i neri, gli asiatici e gli ispanici24.
        Un settore molto interessante di studi storici sulla politica etnica, e che gli autori de «L'invenzione dell'etnicità» indicano come utile campo di ricerca, è certamente quello dello studio dei rapporti interetnici nei contesti urbani. Nel passato studi comparati sui gruppi etnici nei contesti urbani hanno privilegiato la storia sociale, con alcune rare eccezioni25.
        Per concludere, il concetto positivo di «invenzione dell'etnicità» che gli autori di questo saggio sembrano sostenere, richiede di essere separato dai suoi aspetti più meramente decostruzionisti. Studiate storicamente, le fasi della negoziazione dell'etnicità e dell'identità richiedono che sia posta attenzione alle conseguenze e alle applicazioni politiche dell'etnicità. Uno dei modi per scoprire se l'etnicità è una realtà in evoluzione, se la negoziazione è ancora in corso anche se momentaneamente ferma, se gli etnici bianchi sono entrati o no in una fase di tramonto, è di chiarire se l'«invenzione dell'etnicità» è riuscita a influire sui rapporti di potere nella società americana, quanto spazio il pluralismo culturale ha guadagnato nelle realtà socioeconomiche e politiche del paese. Ogni valutazione della presente e futura vitalità dell'etnicità si dovrebbe basare anche su parametri politici, poiché tutti i tipi di domande che gli individui o i gruppi pongono alla società trovano espressione in azioni politiche.
        Il pluralismo culturale è stato recentemente messo alla prova in un contesto politico urbano in uno studio sui rapporti tra razza ed etnia a Chicago. I risultati presentati in questo studio sottolineano il fatto che le forme dei rapporti interetnici tra italiani, polacchi e neri a Chicago non avallano l'esistenza del pluralismo. Il libro mostra che una vera integrazione della comunità nera continua a mancare. In particolare è interessante che l'autrice attribuisca scarso significato, per stabilire l'accesso dei neri ai processi decisionali della politica, al fatto che parecchie città americane hanno eletto sindaci neri. Nell'opinione dell'autrice, un cambiamento nella leadership della politica urbana, come l'elezione di un sindaco nero, è certamente un fattore importante, ma non è di per se stesso prova sufficiente dell'accesso dei neri a una piena partecipazione politica. Un sindaco nero significa solo un cambiamento fisico della leadership, ma non garantisce l'adozione di misure sostanziali a favore dei neri, non muta i caratteri basilari delle preesistenti decisioni politiche riguardo ai rapporti razziali né l'accesso dei neri ai processi decisionali26.
        Pensando ai processi storici dell'integrazione politica degli etnici bianchi alla luce della corrente esperienza degli etnici delle altre minoranze razziali, potremmo chiedere se i processi di «accomodation» politica, che per gli etnici bianchi iniziarono nell'epoca delle macchine elettorali urbane, ha in realtà favorito l'accesso dell'etnicità ai processi decisionali, e in quale misura. Tornando agli anni Sessanta e Settanta, i militanti della «nuova etnicità» sostenevano che la questione era quella di determinare come, dove e da chi venivano prese le decisioni e di introdurre in quei processi mutamenti sostanziali. Vent'anni dopo deve ancora essere accertato l'impatto politico della de-waspizzazione dell'America e se l'accettazione del pluralismo culturale si è risolta in una mera cooptazione politica dei gruppi etnici bianchi, se ha portato miglioramenti sostanziali ai gruppi etnici, o si è fermata a livelli culturali causando solo mutamenti marginali nelle numerose strutture politiche locali e nazionali. Una risposta a queste domande dovrebbe essere messa nell'agenda degli studi etnici dei prossimi anni.

 

Note

1

Werner Sollors, Beyond Ethnicity: Consent and Descent in American Culture, New York, Oxford University Press, 1986; Herbert J. Gans, «Symbolic Ethnicity: The Future of Ethnic Groups and Cultures in America» in H.J. Gans et al. (a cura di), On the Making of Americans: Essays in Honor of David Riesman, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1979, pp. 139-220.

2

W. Sollors, Beyond Ethnicity cit., pp. 9-10.

3

Ibid., p. 10.

4

Robert F. Berkhofer Jr., «Demistifying Ethnicity», Reviews in American History, 16, I, marzo 1989, pp. 8-14.

5

W. Sollors, Beyond Ethnicity cit., p. 11.

6

Talcott Parsons, «Some Theoretical Considerations on the Nature and Trends of Change of Ethnicity» in Nathan Glazer e Daniel P. Moynihan (a cura di), Ethnicity. Theory and Experience, Cambridge, Harvard University Press, 1975, pp. 53-83; vedi anche p. 65. Parsons ha ripreso questi concetti dai lavori dell'antropologo David Schneider.

7

W. Sollors (a cura di), The Invention of Ethnicity, New York - Oxford, Oxford University Press, 1989.

8

Ibid., p. XV.

9

Ibid., p. XIII.

10

Si veda Orlando Patterson, Ethnic Chauvinism: The Reactionary Impulse, New York, Stein and Day, 1977; Arthur Mann, The One and the Many. Reflections on the American Identity, Chicago - London, University of Chicago Press, 1979; Oliver Zunz, «American History and the Changing Meaning of Assimilation», Journal of American Ethnic History, 2, IV, primavera 1985, pp. 53-84 e Id., «The Genesis of American Pluralism», Tocqueville Review, IX, 1988, pp. 201-19.

11

K.N. Conzen, D.A Gerber, E. Morawska, G.E. Pozzetta e R.J. Vecoli, «The Invention of Ethnicity: A Perspective from the USA», Altreitalie, 3, V, aprile 1990, pp. 37-62.

12

Ibid., p. 38.

13

Gunher H. Lenz, H. Keil e S. Brock-Sallah (a cura di), Reconstructing American Literary and Historical Studies, Frankfurt - New York, Campus Verlag, 1990.

14

Thomas Bender nel 1986 ha fatto un appello a favore di una sintesi storica nazionale, specificando, tuttavia, che per «nazione» egli intendeva un'unità nazionale «intesa in senso nuovo, come un risultato continuamente mutevole sempre contingente di una contesa continua tra i gruppi sociali e le idee per il potere per definire la cultura pubblica e la stessa nazione», che non si discosta molto da quello che suggeriscono gli autori de «L'invenzione». T. Bender, «Wholes and Parts: The Need for Synthesis in American History», Journal of American History, 73, I, giugno 1986, pp. 120-36, in particolare p. 126. Il saggio di Bender è stato ristampato in G.H. Lenz, H. Keil e S. Brock-Sallah (a cura di), Reconstructing American Literary cit. Roger Kimball è l'autore del controverso Tenured Radicals. How Politics Has Corrupted Our Higher Education, New York, Harper & Row, 1990.

15

W. Sollors, The Invention cit., p. 38.

16

Ibid., p. 54.

17

Per una rassegna di recenti studi americani sui fattori etnici e la politica, devo rimandare, per motivi di spazio, al mio saggio «Trent'anni di studi americani su etnia e politica» in corso di stampa su Laboratorio di Storia interamente dedicato alla storiografia americana dal dopoguerra ad oggi.

18

Geoff Eley e Keith Nield, «Why Does Social History Ignore Politics?», Social History, 5, 1980, p. 267.

19

Michael Novak, Further Reflections on Ethnicity, Middletown, Jednota Press, 1977, p. 16.

20

Si veda Ira Katznelson, City Trenches: Urban Politics and the Patterning of Class in America, New York, Pantheon Books, 1981; Thomas Bender, «Space, Time, and Politics», Reviews in American History, 10, III, 1982, pp. 324-29; William E. Leuchtenburg, «The Pertinence of Political History. Reflections on the Significance of the State in America», Journal of American History, 73, III, dicembre 1986, pp. 585-600.

21

Norman H. Nie, S. Verba e John R. Petrocick, The Changing American Voter, Cambridge - London, Harvard University Press, 1976, pp. 47.

22

Frances F. Piven e Richard A. Cloward, Why Americans Don't Vote, New York, Pantheon Books, 1988; Paul Kleppner, Who Voted? The Dynamics of Electoral Turnout, 1870-1989, New York, Praeger, 1982.

23

Si veda Stephen R. Weissman, «White Ethnics & Urban Politics in the Seventies. The Case of Jersey City», Polity, 9, II, 1976, pp. 182-207; Robert C. Christopher, Crushing the Gates. The De-WASPing of America's Power Elite, New York, Simon and Schuster, 1989, p. 66.

24

Rufus P. Browning, Dale R. Marshall e David H. Tabb, Protest is not Enough: The Struggle of Blacks and Hispanics for Equality in Urban Politics, Berkeley, University of California Press, 1984; Douglas E. Foley, From Peones to Politicos: Class and Ethnicity in a South Texas Town, 1900-1987, Austin, University of Texas Press, 1988; J. Herbstein, «The Politicization of Puerto Rican Ethnicity in New York, 1955-1975», Ethnic Groups, 5, 1983, pp. 31-54; Rodney Hero, «Hispanics in Urban Government and Politics: Some Findings, Comparisons and Implications», Western Political Quarterly, 43, II, 1990, pp. 403-14; J.S. Zax, «Election Methods and Black and Hispanic City Council Membership», Social Science Quarterly, 81, II, 1990, pp. 339-55.

25

Ronald Bayor, Neighbors in Conflict: The Irish, German, Jews and Italians of New York, 1929-1941, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1978; Gary R. Mormino, Immigrants on the Hill. Italian-Americans in St. Louis, 1882-1982, Urbana - Chicago, University of Illinois Press, 1986, ha un bel capitolo sull'ascesa politica degli italoamericani a St. Luis; Gary R. Mormino e George E. Pozzetta, The Immigrant World of Ybor City. Italians and Their Latin Neighbors in Tampa, 1885-1905, Urbana - Chicago, University of Illinois Press, 1987 non dedica una sezione alla politica urbana, ma fornisce informazioni sugli aspetti politici delle tensioni tra gli ispanici di Tampa e le comunità di origine anglosassone.

26

Dianne M. Pinderhughes, Race and Ethnicity in Chicago Politics: A Reexamination of Pluralist Theory, Urbana-Chicago, University of Illinois Press, 1987, pp. 38, 268.

 

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