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Storia dell'immigrazione e storia nazionale

Richard Bosworth, Università di Western Australia (traduzione di Nadia Venturini)

Continua il dibattito iniziato sul n. 3 di Altreitalie sul rapporto tra la storia dell'immigrazione italiana e la storia dei paesi di insediamento. In quel numero Bruno Ramirez era intervenuto sul caso canadese e Eduardo José Miguez su quello argentino. Con l'intervento di Richard Bosworth per l'Australia concludiamo momentaneamente la pubblicazione dei contributi sui casi nazionali, riservandoci di poter tornare su queste tematiche nei prossimi numeri.
        Per gli Stati Uniti, data la complessa articolazione storiografica della questione in quel paese, abbiamo deciso di affrontare il discorso attraverso saggi di più ampio respiro, si vedano ad esempio «L'invenzione dell'etnicità» (Altreitalie n. 3) e «L'ascesa degli Euroamericani» che compare in questo stesso numero.

AUSTRALIA

La battaglia per la Storia, la gara per vincere il controllo finale di un «passato utilizzabile», continua su molti fronti. Fra i suoi settori meno noti vi è la storiografia sugli italiani in Australia.
        Sino al termine della Seconda guerra mondiale, non vi erano molti «italiani» in Australia; inoltre, molti di quanti registrati come tali avevano evitato il processo della «nazionalizzazione delle masse»1, e quindi erano abituati a modellare le proprie identità a partire dalla famiglia o dal «paese» anziché dalla nazione. Secondo il censimento del 1947, il numero di persone nate in Italia residenti in Australia corrispondeva a 33.632, di cui oltre i due terzi, 22.506, erano uomini, e solo 11.126 erano donne2. Della corrente emigratoria italiana, che si era sparsa nel mondo intero, una parte aveva inevitabilmente trovato la via della lontanissima Australia, ma si trattava di una parte piccola e insignificante, rispetto ai venti milioni che avevano lasciato l'Italia a partire dal Risorgimento.
        Inizialmente, la maggior parte di costoro era giunta in Australia secondo lo schema tradizionale della ricerca di capitali, per far fortuna e ritornare, forse più saggi e temporaneamente più ricchi, al loro «paese». Ma l'Australia era così distante, il costo del viaggio era tanto alto, e la politica australiana così decisa a insistere perché gli immigrati restassero e popolassero «la grande terra bianca del Sud in formazione»3, che molti finirono col diventare residenti permanenti: tecnicamente, diventarono «italoaustraliani».
        Ufficialmente l'Australia, nella convinzione che la base della popolazione nazionale debba essere composta da «indipendenti britannici australiani»4, era (ed è) molto sospettosa verso il concetto di enclave, l'aggregazione in un certo luogo di uno specifico gruppo di emigranti; pertanto, la maggior parte degli italiani si disperse semplicemente nella massa della popolazione. Tuttavia, in alcune aree sorsero delle embrionali «comunità italoaustraliane»; ciò avvenne nelle piantagioni di canna da zucchero del North Queensland5, nei porti di pescatori del New Southern Wales, del South Australia, oppure a Fremantle nel Western Australia6, nei quartieri centrali o suburbani di Melbourne7 o Sidney8, e in comunità agricole sparpagliate in varie parti del paese. Queste comunità avevano in genere origine da una migrazione a catena9, avevano un carattere «paesano» piuttosto che «italiano», e apparivano sempre deboli e fragili, con scarse prospettive di sopravvivere e giungere alla maturità.
        A dire il vero, nel 1945 il dialogo fra Italia e Australia era incredibilmente limitato e caratterizzato da ignoranza reciproca. Persino i più informati fra gli esperti di emigrazione australiani non erano sicuri in cuor loro se gli italiani fossero «bianchi» o «neri»10, e potessero essere ammessi nel paese in base alle disposizioni della famigerata politica per una «Australia bianca»11. Quasi tutti i commentatori italiani, benché alcuni fascisti avessero usato toni irati o derisori, vedevano l'Australia come una terra straordinariamente ricca e tranquilla, situata oltre i confini del mondo, e chiusa in se stessa contro i furori della storia12.
        Dopo il 1945, tuttavia, avvenne un cambiamento che fu, o sembrò, radicale. Nell'arco di due brevi decenni un'ondata migratoria, che per gli standard australiani pareva massiccia13, aumentò di quasi dieci volte il numero degli italiani presenti nel paese. La maggior parte di questi compiva ancora il lungo viaggio grazie alle proprie risorse; tuttavia, a partire dal 1951, fu realizzato un progetto di «passaggio assistito»14, e in ogni caso i governi australiani successivi pensarono di avere il dovere e il diritto di «pianificare» l'immigrazione15. Ne risulta che, nel 1990, per quanto i calcoli siano difficili e forse offensivi, e per quanto le cifre totali vengano spesso esagerate e siano sempre esposte ai rischi di manipolazione politica, in Australia vi sia una popolazione italiana stimata intorno a mezzo milione. Almeno per il momento, essi costituiscono il terzo «gruppo etnico» in ordine numerico, dopo i britannici16 e gli irlandesi17. Benché l'immigrazione dall'Italia sia cessata, ed è difficile immaginare che possa riprendere, vi sono ora in Australia un numero sufficiente di italiani, ed hanno sufficiente potere e prosperità, da suggerire che essi dovrebbero anche avere una storia. Ma la possiedono davvero?
        I resoconti italiani tradizionali sull'Australia spesso sono giunti alla conclusione che la differenza più importante fra il «continente nuovissimo» e il loro paese è che l'Australia nel suo insieme non possiede una storia. Da un lato, questo rappresenta una lettura completamente distorta del passato australiano. Geologicamente, l'Australia è la più antica, e non la più nuova, fra le masse terrestri, e le ricerche più recenti datano la storia dell'insediamento aborigeno a cinquantamila anni fa. Tuttavia, i primi commentatori italiani avevano ragione, nel senso che la storiografia australiana si sviluppò lentamente. Fu solo nel 1927 che il primo corso di storia australiana venne tenuto presso la University of Melbourne da Ernest Scott18; e fu solo negli anni Sessanta e Settanta che la storiografia locale giunse veramente a essere indipendente. Da allora è stato portato a termine un ingente quantitativo di ricerca, e un lettore italiano potrebbe venirne a conoscenza sfogliando le edizioni più recenti delle principali riviste storiografiche: Australian Historical Studies, Australian Journal of Politics and History, Journal of Australian Studies, Labor History. Oltre alle ricerche pubblicate regolarmente su queste riviste, le celebrazioni del Bicentenario dell'insediamento dei bianchi, nel 1988, hanno fornito lo spunto per molto nuovo lavoro, fra cui alcune importanti opere di sintesi19.
        Si sarebbe potuto supporre che tali pubblicazioni trattassero la storia degli italiani in Australia, od offrissero nuovi e sofisticati approcci concettuali alla storia dell'immigrazione. I precursori non erano mancati. Negli anni Cinquanta R.M. Crawford, il più importante docente di storia della sua generazione in Australia, aveva segnalato: «La storia dell'Australia è un capitolo nella storia delle migrazioni... Sette mari possono dividere l'emigrante dalla sua patria, ma egli non ne scuoterà mai completamente la polvere dai suoi piedi»20. Nel 1961, lo storico americano Louis Hartz curò una raccolta di saggi dal titolo The founding of new societies, che comprendeva un articolo di R.N. Rosecrance sull'Australia. Hartz e i suoi colleghi crearono il concetto di «frammento», secondo cui il carattere di una nuova società veniva fortemente determinato dal bagaglio trasportato dai suoi primi immigrati. Tale bagaglio poteva essere identificato mediante uno studio preciso della storia sociale e culturale del luogo e del periodo di origine dei primi arrivati21.
        La «tesi di Hartz» aveva alcuni inconvenienti fondamentali. Il capitolo di Rosecrance fece poco più che accogliere i più insulsi precetti della bush legend australiana, con il suo retaggio di banditi22. Tuttavia, questa tesi aveva abbastanza potenziale da poter essere adattata alla storia dell'immigrazione, che naturalmente non avrebbe compreso un unico gruppo permanentemente egemonico, ma piuttosto una molteplicità di culture e potenziali culture, ciascuna delle quali avrebbe avuto, e lottato per avere, il proprio mito di fondazione. Dalla ricerca ancora limitata compiuta sinora, sembra che effettivamente i primi arrivati in una particolare comunità dispongano di speciali opportunità di influenzarne l'economia, e costruirne la storia.
        All'inizio degli anni Ottanta venne pubblicato un altro testo brillante, che conteneva molte intuizioni cruciali per la storia delle migrazioni. Si trattava di Inventing Australia, scritto dal giovane storico Richard White23. La sua tesi centrale, parallela a quelle che erano ancora in corso di formulazione da parte di Mosse, Hobsbawm, Anderson ed altri24, era che l'identità nazionale australiana non era statica e senza tempo, e sicuramente non era definita lungo linee razziali, ma piuttosto veniva costruita in particolari momenti da forze particolari, nel loro proprio interesse. La definizione dell'etnicità australiana pertanto era una parte (e probabilmente la parte chiave) dell'egemonia esercitata dalle élites dominanti locali: e tuttavia era sempre stata contestata, soggetta ad essere attaccata da una controegemonia.
        Questi primi lavori ricevettero simultaneamente l'impulso dei massicci progetti di ricerca intrapresi dagli studiosi di scienze sociali come naturale accompagnamento della politica governativa di pianificazione dell'immigrazione. Gli studi dedicati specificamente agli italiani furono piuttosto rari, ma disponiamo di una massa di dati su questioni svariate come la mobilità professionale25, i tassi di matrimonio26, i livelli di criminalità27, e persino l'incidenza relativa delle malattie cardiache28 o la domanda se gli immigrati fossero o siano «felici»29.
        Per uno storico, all'interno di questi lavori il problema non è costituito dalle risposte fornite dagli scienziati sociali, ma piuttosto dalle domande, e in particolare dalle categorie che vengono così volubilmente utilizzate per mettere in ordine i risultati dei loro questionari o le analisi del censimento. Al livello più generale, gli scienziati sociali australiani non hanno ancora completamente abbandonato la divisione razziale tripartita dei colonizzatori in europei del nord, dell'est e del sud, una classificazione semplicemente ripresa dal razzismo pseudo-scientifico precedente al 1914, benché ora adotti termini più blandi rispetto ai vecchi «nordici», «alpini», «mediterranei»30. (Analogamente, risulta disturbante che gli statistici italiani seppelliscano l'Australia sotto il termine privo di significato di «Oceania», ereditato dalle concezioni geo-politiche fin de siècle). Quando gli scienziati sociali concentrarono una più diretta attenzione sugli italoaustraliani, le loro fondamenta concettuali risultarono spesso deboli. P.R. Wilson, ad esempio, scoprì con soddisfazione che gli immigrati italiani erano «apolitici», per lo meno se confrontati ai britannici, per lo meno a Brisbane; ma la sua definizione fu raggiunta assumendo come dato di fatto il concetto, alquanto contestato, elaborato da Edward Banfield, sull'amoral familism degli italiani31. S.L. Thompson, in uno studio più utile sugli emigrati ritornati in Abruzzo e nel Veneto, considerò Luigi Barzini junior come uno storico autorevole32. Ian McAllister, esplorando la partecipazione degli immigrati alle strutture di potere australiane negli anni Ottanta, riuscì ancora a definire gli emigranti «mediterranei» come un gruppo naturalmente privo di istruzione33.
        Pertanto, le scoperte degli scienziati sociali forniscono alcune utili statistiche per la storiografia del futuro, ma noi storici dobbiamo continuare a trattare questi dati con lo scetticismo e l'accortezza critica che dovrebbero essere obbligatori nel nostro mestiere. Tuttavia, negli anni Ottanta, l'aspetto più evidente nella storiografia australiana dell'immigrazione è stato la credulità, o piuttosto la propensione alla ristrettezza mentale, all'isolazionismo e al più rozzo pregiudizio politico. A tale riguardo, l'evento emblematico fu costituito dal «caso Blainey». Geoffrey Blainey era professore di storia all'University of Melbourne, e uno storico economico eminente e apparentemente liberal. Il suo lavoro fondamentale era stato The Tyranny of Distance del 1966, un importante studio interpretativo dei particolari caratteri dello sviluppo australiano. Inoltre Blainey aveva pubblicato un'ambiziosa storia generale degli aborigeni34. Tuttavia, la definizione che più gli si attagliava era quella di uno storico whig: tutto il suo lavoro poggiava sulla convinzione che l'Australia attuale era il risultato di un progresso imponente dagli inizi della colonizzazione bianca, e che la prosperità odierna doveva molto alle conquiste e alla dedizione dei pionieri.
        Improvvisamente, Blainey si trovò coinvolto in una controversia politica. Nel marzo del 1984 fece un discorso in cui criticava la filosofia «multiculturalista» e la pratica della politica di immigrazione australiana, e metteva in guardia soprattutto contro una immigrazione «asiatica» troppo numerosa. Il discorso divenne una campagna politica, e condusse Blainey a pubblicare uno scritto polemico che riassumeva la sua visione del problema, All for Australia. Benché il libro fosse stato composto frettolosamente, i suoi risultati si basavano su quanto Blainey percepiva secondo il suo punto di vista di storico: la sua analisi dei mali dell'Australia era, come disse, «basata essenzialmente sulla mia conoscenza della storia dell'Australia»35.
        A sua volta Blainey si trovò a essere vigorosamente condannato da alcuni fra i principali storici australiani36. Analogamente a quanto avvenne a De Felice nel corso del grande conflitto nella storiografia italiana degli anni Settanta, le affermazioni di Blainey, man mano che la controversia procedeva, divennero sempre più evidentemente conservatrici. La sua simpatia per i pionieri lo rese ostile ai lavori critici scritti da storici influenzati dal moderno ambientalismo; il suo «realismo» lo rese dubbioso circa la condanna, pronunciata dagli storici più radicali, delle politiche adottate in passato in Australia verso le donne e gli aborigeni. Tuttavia, in un caso, quanto affermato da Blainey non era poi molto diverso da quanto affermava in realtà la grande maggioranza degli storici australiani. Quando Blainey affermò bellicosamente che neppure due sole culture possono coesistere a lungo, e paragonò un'Australia «asiaticizzata» a Fiji e a Sri Lanka, egli stava esprimendo la nostalgia di «un anglofilo incallito della vecchia scuola»37 per quella Australia britannica che era esistita fino alla Seconda guerra mondiale. Blainey si gloriava di essere un britannico australiano, e anelava a un mondo semplice e statico, in cui «ogni nazione vede la storia attraverso i propri occhi» e attraverso il proprio linguaggio e i propri termini di discussione38.
        Negli anni Settanta il nazionalismo radicale era stato di gran moda fra gli storici australiani, e la Gran Bretagna era stata il bersaglio preferito della loro «nuova storia». Secondo C.M.H. Clark, una figura simile a un profeta, il più famoso fra gli storici australiani, la Gran Bretagna rappresentava il «vecchio albero morto», e l'Australia il «giovane virgulto»39. Ma nonostante tutta la vivacità di questi attacchi contro la Gran Bretagna, gli storici australiani continuavano ad aderire a un ostinato monolinguismo. Può ben darsi che abbiano efficacemente mostrato l'ingiustizia sofferta da poveri, devianti, donne e neri nella società coloniale e post-coloniale; però hanno dimostrato assai minor efficacia nell'affrontare le storie degli immigrati non-britannici, o nel perseguire storie che traggono origine o conservano contatti con il mondo che si trova al di fuori dei confini geografici dell'Australia. Al contrario, la storiografia nazionalista radicale ha portato con sé una forte corrente di isolazionismo. Come afferma uno dei loro slogan «la storia comincia a casa» e il termine «casa» è definito dall'entità geografica «Australia». Sembra che gli emigranti non portino con sé, all'arrivo in Australia, alcuna storia significativa; che non inventino o mantengano contatti, dopo il loro arrivo. Ciò che importa è la loro storia in Australia, e questa può essere meglio esplorata mediante la sola lingua inglese.
        Al tempo stesso, i residui rappresentanti degli storici più conservatori, che spesso avevano conservato le proprie posizioni accademiche nonostante l'assalto radicale, erano ansiosi di reiterare i valori speciali della tradizione britannica40 in giurisprudenza, in politica, nella società e nella cultura, nella lingua e nella storiografia. Per essi, «multiculturalismo» era un termine carico di una pericolosa mancanza di rispetto per quanto era stato trasmesso alle colonie dalla Madre Inghilterra (o Madre Scozia o Madre Irlanda). La Gran Bretagna, che spesso aveva fornito loro la preparazione come storici, continuava a possedere una storia e una storiografia da cui tutti gli australiani potevano imparare.
        In un recente articolo, l'eminente storico del periodo coloniale John Hirst si è sforzato di far convergere le prospettive dei conservatori e dei nazionalisti radicali in una critica generale del «multiculturalismo». A suo parere, il progetto d'immigrazione successivo al 1945 «ha avuto successo perché le radici della... tolleranza sono presenti nella società che ha invitato gli emigranti a farne parte». Hirst individua gli italiani e i greci come esempi di emigranti che, nonostante fossero arrivati come «contadini senza un soldo», hanno fatto fortuna in Australia. Giunti al 1990, sostiene Hirst, essi non hanno bisogno di assistenza da parte del governo per mantenere o reinventare la propria cultura, e implicitamente ritiene che, in ogni caso, qualunque sia la retorica governativa, gli «italiani» e i «greci» si stiano assimilando41. La loro «cultura», e cioè la loro storia, si sta estinguendo.
        In tal modo, si sta determinando una situazione sfortunata per quanto riguarda la storia degli italiani in Australia. Gli storici australiani più abili e professionalmente preparati, a causa di una combinazione fra ideologia e incompetenza linguistica, la ignorano. La sua composizione è invece lasciata ad altre, ben prevedibili, mani: gli scienziati sociali continuano il proprio lavoro, anche se raramente separano gli italiani dagli altri «140» gruppi linguistici che si sostiene vi siano oggi in Australia. Quando lo fanno, ad esempio nella gigantesca enciclopedia The Australian People preparata per il bicentenario (il titolo è una sorta di manifesto politico), il risultato è confuso e superficiale42.
        Se gli scienziati sociali non sono sempre convincenti, gli «storici», così come sono, lo sono ancor meno. Negli ultimi anni ha cominciato ad apparire una certa quantità di letteratura memorialistica. Occasionalmente è interessante - è simpatico, ad esempio, ascoltare un'anziana emigrante che ricorda la sua visione del mondo: «Emigrai in America. Non mi accorsi che in realtà l'Australia non era l'America»43. Tuttavia la maggior parte degli scritti autobiografici sono storia sociale del tipo più banale o manipolato. Si fa occasionalmente riferimento ai pregiudizi australiani verso i dagoes o i dings, ma generalmente il passato è visto attraverso lenti tinte di rosa. Si enfatizza soprattutto l'unità fra tutti gli italiani, come fa ad esempio uno scrittore particolarmente ingenuo: «Allora eravamo insieme in tutto ciò che facevamo»44. Il fascismo è una parola che non dev'essere menzionata, e così pure le classi o altre grandi distinzioni45, e nemmeno quelle regionali e generazionali, eccetto che nei termini più vaghi e sentimentali.
        La letteratura memorialistica, pertanto, è quasi interamente priva di senso critico e di analisi. In linea di massima, il suo vero scopo è quello di mettere in mostra l'autorità e l'importanza di coloro che attualmente cercano di venir riconosciuti come leader della «comunità italiana» in questa o quella parte del paese46. Lo scopo delle memorie è di consentire a coloro che hanno pretese nel presente, di avere dalla loro parte un pezzettino di storia.
        Quest'uso estremamente strumentale del passato è ancor più evidente quando un critico volge la sua attenzione dalle memorie alle varie «storie» apparse nel corso dell'ultimo decennio. Che siano scritte da Scalabriniani47, da giornalisti conservatori48, o da aiutanti di campo di «padroni» veri o aspiranti, del presente o del passato, queste storie hanno una struttura simile49. In comune hanno lo scopo di far risalire le origini dell'Australia «italiana» il più lontano possibile; l'ideale è trovare un «italiano» fra i detenuti di Sidney Cove o, meglio ancora, qualcuno che abbia immaginato l'Australia prima del 1788 (Marco Polo che arrivò fino in Cina, e James «Giacomo» Matra, un lealista americano di origine corsa, sono i principali candidati).
        Nella storia coloniale australiana si fa caccia grossa per trovare «nomi che suonino italiani», oppure il «primo» insegnante di musica, la prima fabbrica di spaghetti o il primo prete italiani. Le preoccupazioni non sono diverse per quanto riguarda il XX secolo, ma non si deve menzionare il fascismo, si deve dir poco dell'internamento50, e generalmente nulla del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, benché questo sia stato il periodo in cui arrivò la maggior parte degli italiani. L'accento generale suona tanto whig che Blainey potrebbe approvarlo: le piccole ghiande piantate da questo o quel pioniere sono cresciute sino a diventare la grande quercia dell'Australia «italiana». Talvolta si percepisce una corrente sotterranea di radicalismo dal cuore sanguinante; i tempi erano duri e gli australiani pieni di pregiudizi, ma gli immigrati continuarono a combattere e riuscirono a venir fuori da quel passato per raggiungere il glorioso e confortevole presente.
        Questo tipo di storia, pertanto, ha tre caratteristiche fondamentali. Non ha alcuna percezione del lavoro di Mosse, Hobsbawm, Anderson o Richard White. Per quanto lo riguarda, la nazionalità è cosa statica e permanente. Le parole «italiano» e «australiano» hanno nel 1988 lo stesso significato che avevano nel 1788. In secondo luogo, la «comunità» è cosa organica e naturale. Gli italiani sono uniti e cercano sempre la propria identità con l'essere italiani. In tal modo, non viene assolutamente riconosciuta la realtà sintetizzata dal grande etnostorico americano Larry Levine: «Gli studiosi contemporanei hanno dimostrato più e più volte che, penetrando nella cultura di un gruppo trascurato, gli storici spesso trovano assai più di quanto avessero previsto. Ciò che sembrava un gruppo diventa un amalgama di gruppi; ciò che sembrava una cultura diventa una serie di culture»51. Invece la storia esistente dell'Australia «italiana» è estremamente manipolata e orientata sul presente. È poco più che propaganda.
        Per questo motivo, una rassegna della ricerca attualmente in corso sulla storia degli italiani in Australia deve essere più un catalogo di ciò che deve essere fatto, che non di quanto è stato fatto. Solo Gianfranco Cresciani ha compiuto un tentativo di studiare la vita politica degli immigrati italiani52, ma ha lavorato soprattutto su un livello formale e ideologico, e non ha ancora esplorato le reti informali, e probabilmente più importanti, dei vari piccoli «padroni» e «intellettuali» di specifici centri e periodi. Solo Roslyn Pesman Cooper ha pubblicato molto sulle relazioni culturali italoaustraliane, e anch'essa ha iniziato con la cultura alta più visibile e documentata53, anziché esplorare le culture popolari degli immigrati stessi. Non esistono studi dei contatti economici nel commercio bilaterale formale o, ancora più significativamente, negli universi finanziari degli immigrati: le loro pratiche nel campo bancario, assicurativo, nella rimessa di denaro in patria, nell'impiego, nel crimine, e in molte altre questioni. Conosciamo assai poco circa le culture degli italiani in Australia - le loro pratiche religiose, le credenze, i circoli, le canzoni, la cucina, gli accordi matrimoniali, i sistemi per allevare i figli. Non vi è alcun equivalente degli articoli di Vecoli o Harney, dei libri di Cinel, Orsi e Gabaccia sul Nord America, neppure uno studio locale decente, e sicuramente nessuna storia generale che abbia un livello professionale.
        Pertanto, l'equazione «storia delle migrazioni/storia nazionale» non ha ancora molto senso nel trattare la storiografia della presenza italiana in Australia. Solo quando saranno state scritte alcune storie di miglior qualità sull'immigrazione italiana, ci si potrà aspettare che gli storici australiani riconoscano un fatto sicuramente vero: che alcune storie delle Italie esistono sul «nuovissimo continente» così come esistono nella penisola italiana. A quel punto, anche l'Italia potrebbe giungere a riconoscere, più seriamente di quanto non faccia ora, che una parte della sua storia ormai risiede in Australia.

 

Note

1

La famosa tesi di George Mosse, pur essendo stata molto citata dalla storiografia italiana, di fatto è stata sorprendententemente poco usata. In inglese una brillante storia sociale delle Italie e dei rapporti tra queste Italie e lo stato liberale si trova in John A. Davis, Conflict and control: law and order in nineteenth centurv Italy, London, 1988.

2

Una descrizione molto utile di queste statistiche si trova in Helen Ware, A profile of the Italian community in Australia, Melbourne, 1981.

3

Una storia generale dell'immigrazione in Australia, purtroppo incompleta, è quella di Geoffrey Sherington, Australia's immigrants 1788-1978, Sydney, 1980.

4

Questa è la famosa definizione dello storico sir Keith Hancock, che all'inizio della sua carriera è stato anche studioso del Risorgimento italiano. W. Keith Hancock, Australia, Brisbane, 19612 (prima edizione 1930), si veda inoltre il suo Ricasoli and the Risorgimento in Tuscany, London, 1926 e le sue memorie, Country and Calling, London, 1954.

5

Per un'introduzione si veda Diane Menghetti, «The internment of Italians in North Queensland» in Gianfranco Cresciani (a cura di), Australia, the Australians and the Italian migration, Milano, 1983. Don Dignan, dell'University of Queensland, sta lavorando ad una storia generale degli italiani nel Queensland.

6

Per un'introduzione si vedano Richard e Michal Bosworth, Fremantle's Italy (in corso di stampa) e Id., Studies in Western Australian History, vol. XII (in corso di stampa), 1990, che contiene quattro articoli sugli italiani in Western Australia. Joseph Gentilli, Italian roots in Australian soil, Marangaroo, 1983, offre una base statistica.

7

Si veda per esempio F. Lancaster Jones, «Italians in the Carlton area: the growth of an ethnic concentration», Australian Journal of Politics and History, X, 1964, pp. 83-95; Trevor R. Lee, «The role of the ethnic community as a reception centre for Italian immigrants in Melbourne, Australia», International Migration, VIII, 1970.

8

A tutt'oggi l'unico studio di rilievo è quello di Rina Huber, From pasta to pavlova: a comparative study of Italian settlers in Sydney and Griffith, St. Lucia, 1977, ma Huber è un'antropologa e non una storica.

9

Per un panorama più ampio sul tema ci sono libri utili sia per il contesto in cui sono stati scritti che per le loro dimensioni scientifiche: Wilfred D. Borrie, Italians and Germans in Australia, Melbourne, 1954; Charles A. Price, Southern Europeans in Australia, Melbourne, 1963.

10

Si veda il famoso Wilfred D. Borrie, Immigration, Sydney, 1949, p. 88; e, per il contesto generale, Janis Wilton e Richard Bosworth, Old Worlds and New Australia, Ringwood, 1984.

11

Sono fondamentali i testi seguenti: Anthony C. Palfreeman, The administration of the white Australian policy, Melbourne, 1967; Sandy T. Yarwood (a cura di), Attitudes to non-European immigration, Sydney, 1968; Herbert I. London, Non-white immigration and the «White Australia» policy, New York, 1970; Andrew Markus, «Fear and hatred»: Puryfying Australia and California, 1850-1901, Sydney, 1979.

12

Per una recensione si veda Richard Bosworth, «L'Australia d'Italia: 1988», discorso di apertura alla «Bicentennial conference on Italo-Australian relations» del 1988, che verrà pubblicato negli atti del convegno nel 1990 a cura di R. Ugolini.

13

Si veda Andrew Markus, « History of post-war immigration », introduzione a Graeme Osborne e William F. Mandle (a cura di), New History: studying Australia today, Sydney, 1982.

14

Un'amplia bibliografia si trova in Richard Bosworth, «Cop what lot? A study of Australian attitudes towards Italian mass migration in the 1950s», Studi Emigrazione, XX, 1983; «Conspiracy of the consuls? Official Italy and the Bonegilla riot of 1952», Historical Studies, 22, 1987; «Official Italy rediscovers Australia 1945-50», Affari Sociali Internazionali, XVI, 1988.

15

Un divertente esempio dello spirito dei tempi in Richard Bosworth, «Australia and assisted immigration from Britain 1945-54», Australian Journal of Politics and History, 34, 1988.

16

La storiografia sull'Australia britannica è sorprendentemente scarsa ma si veda A. Frederick Madden e Wyndraeth H. Morris-Jones (a cura di), Australia and Britain: studies in a changing relationship, Sydney, 1980; o, sulla generale situazione della politica dominante, Neville K. Meaney (a cura di), Australia and the world, Melbourne, 1985.

17

Si veda Patrick O'Farrell, The Irish in Australia, Sydney, 1987. Sebbene la sua tesi sia opinabile, quella di O'Farrell è la migliore storia di un gruppo etnico in Australia.

18

Ironicamente Johannes Lyng, Non-Britishers in Australia, Melbourne, 1927, il più serio (e deplorevole) tentativo di applicare teorie razziali all'Australia, venne pubblicato lo stesso anno con l'appoggio del professor Scott.

19

Si vedano ad esempio i cinque volumi della Oxford History of Australia (per il momento sono stati pubblicati quelli di Stuart MacIntyre e di Beverly Kingston), l'opera a più volumi del bicentenario di Fairfax, Syme e Weldon Australians, e la più radicale Penguin, A People's History of Australia, 4 voll.; si veda anche John Rickard, Australia: a cultural history, London, 1988.

20

R. Max Crawford, Australia, London, 1952, p. 11.

21

Louis Hartz (a cura di), The Founding of new societies, New York, 1964, pp. 275-318 sull'Australia.

22

Russel Ward, The Australian Legend, Melbourne, 1958.

23

Richard White, Inventing Australia, Sydney, 1981.

24

I grandi lavori interpretativi sono quelli di George Mosse, The nationalisation of the masses, New York, 1975; Eric Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), The invention of tradition, Cambridge, 1983; B. Anderson, Imagined communities, London, 1983.

25

Per una sintesi si veda Jack Collins, Migrant hands in a distant land, Sydney, 1988; per interviste orali si veda Morag Loh (a cura di), With courage in their cases, Melbourne, 1980.

26

Si veda ad esempio Arthur J. Rose, «Some social aspects of Australia's immigration population», Australian Quarterly, XXX, settembre 1958, pp. 56-70.

27

Per un esempio basilare che non offre soluzioni a causa dell'ingenuità con cui usa categorie razziali, si veda Ronald D. Francis, Migrant crime in Australia, St. Lucia, 1981.

28

Christabel M. Young, «Migration and mortality: the experience of birthplace groups in Australia», International Migration Review, XXI, 1987, pp. 531-54.

29

Sue Hopkins, «The Lucky Country after all? Satisfaction with work, income and housing among Italian immigrants in Australia», Journal of Intercultural Studies, 4, 1983, pp. 57-64, ma si veda anche Elie Vasta, If you had your time again would you migrate to Australia? A study of long-settled Italo-Australians in Brisbane, Canberra, 1985.

30

Per alcuni esempi divertenti si veda il curioso James Jupp (a cura di), The Australian People: an encyclopedia of the nation, its people and their origins, Sydney, 1988.

31

Paul R. Wilson, Immigrants and politics, Canberra, 1973.

32

Stephanie L. Thompson, Australia through Italian eyes, Melbourne, 1980.

33

Ian McAllister e Jonathan Kelly, «Immigrants' status, earning and politics» in James Jupp (a cura di), Ethnic politics in Australia, Sydney, 1984, p. 66, e si veda per una critica generale Andrew Jacubowicz e Stephen Castles, «The inherent subjectivity of the apparently objective in research on ethnicity and class», Journal of Intercultural Studies, 7, 1986.

34

Geoffrey Blainey, Triumph of the nomads, Melbourne, 1975.

35

Geoffrey Blainey come riportato in Bulletin, 3 luglio 1984, si veda Geoffrey Blainey, All for Australia, Sydney, 1984.

36

Andrew Markus e Merle C. Rickleffs (a cura di), SurrenderAustralia? Essays in the study and use of history, Geoffrey Blainey and Asian immigration, Sydney, 1985.

37

John A.C. Mackie, «Asian immigration to Australia: past trends and future prospects», Australia Outlook, 41, 1987, pp. 104-5.

38

Geoffrey Blainey, The Causes of War, Melbourne, 1973, p. 245.

39

Manning H. Clark, A history of Australia, vol. VI: «The Old Dead Tree and the Young Tree Green, 1916-1935», Melbourne, 1987.

40

Si veda ad esempio F. Barry Smith, «Australian studies: a comment», Australian Cultural History, 5, 1986, pp. 113-14.

41

John Hirst, «Australia's absurd history: a critique of multiculturalism», Overland, 117, 1990, pp. 5-10; per una prospettiva molto diversa si veda Stephen Castles, et al., Mistaken identity: multiculturalism and the demise of nationalism in Australia, Sydney, 1988.

42

James Jupp, The Australian People, cit., pp. 596-635 tratta degli italiani.

43

Maria Triaca, Amelia, a long journey, Richmond, 1985, p. 35.

44

Joseph Raffa, The happy children, Perth, 1984, p. 78, si veda inoltre il romanzo decisamente negativo di Rosa Cappiello, Oh Lucky Country, St. Lucia, 1984.

45

Ma si veda Emma Ciccotosto e Michal Bosworth, Emma: a translated life, Fremantle, 1990.

46

Ad esempio si veda Lena Gustin, The story of Mamma Lena, Homebush, 1977; Maria Mantello, Now and then: the Sicilian farming community at Werribee Park, 1929-49, Carlton, Il Globo Press, 1986; Alfredo Strano, Luck without joy, Fremantle, 1986; Rino A. Baggio, The Shoe in my cheese: an immigrant family experience, Footscray, 1989.

47

Tito Cecilia, We didn't arrive yesterday, Red Cliffs, 1985; Ivano Ercole, et al., The Scalabrinian fathers, s.l., 1987.

48

Pino Bosi, On God's Command: Italian missionaries in Australia, Sydney, 1989; si veda il migliore anche se più generale Frank W. Lewins, The Myth of the Universal Church, Canberra, 1978.

49

Si veda Robert Pascoe, Buongiorno Australia: our Italian heritage, Richmond, 1987. Questo libro ambizioso contiene molte informazioni utili ma è scritto e organizzato male, e si pone poche domande interessanti; si veda anche se ancor più carente Giovanna Capone (a cura di), L'Australia, atti del convegno «Australia and Italy: contributions to intellectual Life», Ravenna, 1989.

50

Si vedano alcuni recenti lavori prodotti nell'Australia del sud come David Faber, «Prigionieri di guerra e internati civili in Australia fra guerra e dopoguerra», relazione presentata al convegno dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, 1987, e Paul Nursey-Bray, «Francesco Fantin: internment and anti-Fascism in Australia», Studi Emigrazione, 94, 1989, pp. 221-45; e si veda Kay Saunders e Helen Taylor, «The enemy within? The process of internment of enemy aliens in Queensland 1939-45 », Australian Journal of Politics and History, 32, 1988. Contrasta con questi il sentimentale e superficiale Alan Fitzgerald, The Italian farming soldiers, Melbourne, 1981.

51

Larry W. Levine, «The unpredictable past: reflections on recent American historiography», American Historical Review, 94, 1989, p. 678.

52

Si veda in particolare Gianfranco Cresciani, Fascismo, antifascismo e gli italiani in Australia 1922-45, Roma, 1979; G. Cresciani (a cura di), Australia, the Australians and the Italian migration, Milano, 1983.

53

Si veda in particolare Roslyn Pesman Cooper, «Some Italian views of Australia in the Nineteenth Century», Journal of the Royal Australian Historical Society, 1984; Id., «Le relazioni culturali tra l'Italia e l'Australia nell'Ottocento», Il Veltro, XXXII, 1988, pp. 39-48.

 

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