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Identità ed etnicità: il caso italiano

Richard N. Juliani, Villanova University, New York

Fin dai suoi primi lavori, Richard Alba ha lanciato sulla condizione degli italoamericani uno sguardo penetrante e piuttosto provocatorio, e continua a proporre una stimolante analisi sociale. In particolare, Alba offre un'interpretazione che può in qualche misura infastidire parecchi dei nostri colleghi che si occupano di studi sugli italoamericani, in quanto presenta una consistente quantità di dati empirici per documentare qualcosa che molti altri osservatori preferirebbero non vedere.
        Anni fa Edward P. Hutchinson della University of Pennsylvania, colui che mi avviò allo studio della vita etnica in America, lanciò un monito sul fatto che il modo in cui affrontiamo lo studio dell'immigrazione spesso è una proiezione dei nostri valori e delle nostre preferenze personali. Questo avvertimento era una prima versione di un'affermazione parallela comparsa più o meno nello stesso periodo in Assimilation in American Life, autorevole libro di Milton M. Gordon, il quale affermava che le prospettive degli studi sull'assimilazione venivano sovente convertite in ideologie riguardanti la vita e i problemi dei gruppi negli Stati Uniti e viceversa. Effettivamente, in molti di coloro che si occupano di studi italoamericani, e in particolare all'interno del sempre più folto numero di quelli che appartengono personalmente a tale gruppo etnico, si può talvolta rilevare una consistente presenza di questo tipo di ideologia e di mitologia. In breve si tratta della solida convinzione che l'etnicità, in termini di identità personale, valori e comportamenti distintivi, relazioni sociali e solidarietà verso i membri della comunità, resti un forte determinante della vita contemporanea. Per coloro che sostengono quest'opinione le conclusioni di Alba sono indubbiamente piuttosto irritanti.
        Diciotto anni fa Gunnar Myrdal criticò gli intellettuali e i leader della cosiddetta «nuova etnicità» per lo scarso (dal suo punto di vista) contributo offerto allo studio delle culture etniche, ma soprattutto per ciò che egli considerava brame reazionarie e romantico senso dell'etnicità. Myrdal sosteneva che la loro cultura era in realtà il rantolo di morte di uno strato sociale elevato che assisteva alla scomparsa delle culture tradizionali e che non voleva assolutamente rinunciare a esercitare una qualche influenza all'interno delle sue comunità. Anziché essere un esperienza condivisa da un'ampia base, continuava Myrdal, questa brama di identità storica era costruita e diffusa da «un piccolo numero di intellettuali, professori e scrittori affermati... [che cercavano] di spiegare a questo pubblico generale come si sentivano».
        Leggendo Alba e pensando all'afflizione che le sue considerazioni devono causare, torna in mente la polemica aperta da Myrdal. Personalmente ho sentito diversi italoamericani, presumibilmente con formazione universitaria, affermare che dobbiamo trovare prove per confutare il tipo di analisi proposto da Alba. Dopo il mio intervento introduttivo a una conferenza tenutasi alcuni fa, in cui citavo la tesi di Herbert Gans espressa in The Urban Villagers secondo cui ciò che aveva tenuto insieme la comunità degli italoamericani nel West End di Boston era la loro posizione sociale piuttosto che la condivisione dell'etnicità, un collega criticò con veemenza le mie osservazioni affermando che rifarsi a Gans a proposito degli italoamericani equivaleva a riconoscere l'autorevolezza di Parson Weems nei confronti di George Washington.
        L'American Italian Historical Association apparentemente venne fondata per promuovere lo studio dell'esperienza italiana nel Nord America. Nell'osservare il lavoro dei suoi membri a tratti vi scorgo un altro programma, quello di preservare l'etnicità fra gli italoamericani. E quando viene lanciato un messaggio diverso, quale ad esempio le conclusioni di Alba sull'assimilazione, persino alcuni studiosi e intellettuali sono pronti a sparare sul messaggero.
        A un livello più elementare, tuttavia, questo argomento solleva un'altra questione: il dubbio che i membri di un gruppo, studiosi o profani, proiettino immagini corrispondenti o meno alla condizione del gruppo stesso. Inoltre, in modo ancora più sostanziale, emerge un ulteriore interrogativo di evidenza sistematica, che riguarda gli studiosi impegnati a esaminare la loro vita di gruppo: sono finalmente pronti ad accettare gli imperativi metodologici dell'Illuminismo, ossia a fare assegnamento sulla ragione e sull'empirismo, ancorché più di due secoli dopo?
        D'altro canto gli studiosi concentrati sull'oggetto di studio, come su qualsiasi altro argomento, sono in effetti attratti da un più intenso grado di esperienza rispetto alla vita e alla cultura italoamericane. A livello personale per loro possono esserci una rivitalizzazione e una persistenza dell'etnicità che non toccano la popolazione in generale. Tuttavia, essi non possono permettersi di confondere il proprio stile di vita e i propri interessi con quelli di altri italoamericani.
        Questa raccomandazione è, in parte, ciò che rende le osservazioni empiriche e le interpretazioni di Alba così apprezzabili. Ma le implicazioni del suo lavoro vanno ben oltre. Alba ci ricorda che il significato di assimilazione è in continuo cambiamento; l'assimilazione messa a fuoco da Alba non è una semplice sequela di esperienze attraverso cui una popolazione si modifica; proprio l'autore evidenzia come tali esperienze alterano lo stesso processo di trasformazione.
        La riflessione di Alba sull'affiorare di un'identità euroamericana contiene una premessa che riassume il concetto centrale del suo contributo. «Ciò che sta emergendo» dice Alba «è un cambiamento dell'equilibrio relativo tra i tipi di etnicità coesistenti piuttosto che la scomparsa di vecchie forme di etnicità sostituite da un nuovo modello». Il passo rischia di ingenerare una certa confusione nel lettore. Nel prosieguo del discorso, tuttavia, le affermazioni di Alba si fanno più chiare ma anche più controverse: «C'è anche la vecchia forma di identità, che generalmente è accompagnata dalla mancanza di interesse per le origini etniche e che spesso si ritrova in individui provenienti dall'Europa nord-occidentale di formazione protestante». Non è chiaro quanto sia vasto il campo a cui Alba intende applicare questa osservazione, ma un sociologo o un italoamericano che vive in una località raggiunta dalla linea ferroviaria principale nei sobborghi di Philadelphia, come me, vi individua alcuni limiti. Gli euroamericani a cui si riferisce Alba potrebbero essere perlopiù europei del Sud o dell'Est, soprattutto di aree geografiche o classi sociali in cui chi proviene dall'Europa settentrionale o occidentale considera ancora importanti le proprie radici, ad esempio quando ciò comporta anche una differenza sul piano della fede religiosa. In ogni caso l'evoluzione dell'etnicità non dovrebbe essere confusa con quella che è stata definita «etnicità simbolica».
        Allo stesso modo, i dati raccolti da Alba sulla suburbanizzazione potrebbero essere più attentamente verificati. Tali dati esprimono un valore piuttosto positivo di dispersione e di integrazione nelle zone periferiche in generale o anche in comunità specifiche dei sobborghi. L'Indice di difformità, lo strumento statistico impiegato dai sociologi per la valutazione di questi fenomeni, in effetti rivela complessivamente un valore molto basso di segregazione in quest'area. Ma un esame più ravvicinato di casi particolari può evidenziare una situazione più complicata. Ad Ardmore, un sobborgo di Philadelphia, ad esempio, gli italoamericani mostrano una palese struttura di separazione e persino di collocazione istituzionale che è espressione di una distinzione sia etnica che sociale. A sud dell'arteria principale, Lancaster Avenue, la concentrazione di italoamericani è evidente (circoli sociali, campi da bocce, negozi di alimentari). Al contrario, a nord di Lancaster Avenue, nelle viuzze tortuose dei quartieri della classe medio-alta e del ceto più elevato la presenza di residenti italoamericani è scarsa. Questa situazione ci ricorda che la suburbanizzazione non è un processo uniforme, ma un ampio spettro di traiettorie variabili di sviluppo della comunità che talvolta possono trovarsi una accanto all'altra all'interno della stessa realtà patrimoniale territoriale. La realtà territoriale patrimoniale è, dopo tutto, un costrutto artificiale sviluppato per finalità amministrative che non necessariamente rispecchia la più capillare struttura di distribuzione della popolazione.
        Le osservazioni di Alba sull'identità sono egualmente stimolanti. Tuttavia, nel rilevare la maggiore tendenza da parte degli italiani a conservare un certo senso di identificazione etnica, ci si deve chiedere se ciò ha un peso in termini di conseguenze oggettive, ad esempio se influenza in qualche modo il loro comportamento. Alba indica successivamente diverse aree di manifestazioni comportamentali: consumare cibo etnico, parlare del retroterra etnico e far conoscere ai figli il proprio passato. Tuttavia osserva anche che, con l'autorevole eccezione degli schemi che governano i rapporti d'amicizia, queste manifestazioni di identità non portano a nulla.
        La parte più apprezzabile dello studio di Alba sull'identità etnica è forse quella riguardante gli aspetti peculiari. L'attenzione di Alba alla variabilità situazionale dell'etnicità ci rimanda alla rilettura da parte di Amitai Etzioni di The Ghetto, un eccellente studio di Louis Wirth sulla comunità ebraica di Chicago. Etzioni sostiene che con la dissoluzione del ghetto degli immigrati in quanto realtà fisica l'etnicità non si esprimerebbe più in una vita complessiva e compatta basata sull'essere membri di una comunità ecologica. L'etnicità diventerebbe invece un'episodica esperienza di un gruppo di riferimento messa in moto da specifici determinanti situazionali. I dati forniti da Alba illustrano la validità di quest'ipotesi nel caso degli italoamericani.
        Malgrado tutto, però, non so pronunciarmi con sicurezza rispetto al futuro, che si presenta sempre pieno di rischi per lo studioso di fenomeni sociali e può essere soltanto descritto con una certa cautela. L'acculturazione degli italiani come americani venne stimolata sia da aspetti non previsti e involontari, aventi a che fare con la vita in una nuova società, sia da un programma ben documentato di deliberata e consapevole americanizzazione. Il desiderio di diventare americani era incoraggiato dall'obbligo materiale, psicologico e politico, di fare la scelta opposta in un periodo molto difficile della storia americana. Negli ultimi decenni di questo secolo la situazione si è rivelata molto diversa. L'assimilazione e la mobilità sociale degli italoamericani hanno rimosso quelle inibizioni che comportavano nelle prime generazioni la negazione o il soffocamento della propria etnicità. Gli italoamericani, anche di ascendenza mista, che scelgono l'Italia come meta turistica alla ricerca delle radici sembrano essere sempre più numerosi. Può essere che le associazioni italoamericane non restino così statiche nelle prospettive, nei programmi e in ciò che offrono ai potenziali membri in termini di strumenti per cementare la consapevolezza e la realtà delle proprie origini. Negli ultimi decenni c'è anche stata una continua emigrazione di italiani dalla madrepatria verso il Nord America, un flusso ridotto rispetto a quello di inizio secolo, ma comunque reale, che ha dato origine ancora una volta a una nuova prima generazione di italiani negli Stati Uniti. Certo non possiamo prevedere le intenzioni del governo italiano nei confronti dei suoi figli della diaspora oltreoceano. Anche la rilevanza di queste circostanze in termini di conseguenze per gli italoamericani sul piano sociologico è ancora da verificare. Di sicuro, comunque, i figli e i nipoti nati in America degli immigrati non potranno ritrovare la più piena e autentica etnicità delle generazioni precedenti. Tuttavia, il definitivo sradicamento di ogni traccia della loro etnicità e la mancata riconoscibilità nella società americana in quanto sottopopolazione restano ancora da provare.

*Precedenti interventi al dibattito sull'identità etnica sono stati pubblicati su Altreitalie n. 6. L'intervento di Richard Alba è comparso su Altreitalie n. 8.

 

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