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Paolo Barcella, «Venuti qui per cercare lavoro». Gli emigrati italiani nella Svizzera del secondo dopoguerra; Toni Ricciardi, Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera

Bellinzona, Fondazione Piero e Marco Pellegrini – Guglielmo Canevascini, 2012, pp. 344, € 29; Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 306, € 20

Entrambi i volumi sono il risultato di ricerche compiute sulla base di archivi per nulla o solo in parte oggetto di precedente attenzione da parte degli storici. Qui sta dunque uno dei primi e importanti elementi di interesse per tutti coloro che sono interessati alla storia dell’emigrazione in Svizzera nel secondo dopoguerra, che rappresenta come è noto la principale meta degli emigranti italiani (insieme alla Francia) fino al 1958, quando fu superata dalla Germania.
Il volume di Ricciardi prende spunto dall’analisi dell’archivio della Federazione delle colonie libere italiane in Svizzera (FCLIS), conservato presso gli Archivi sociali svizzeri a Zurigo, per ricostruire le vicende di questa importante e unica esperienza associativa dell’emigrazione italiana, cercando di inserirne lo sviluppo nel contesto delle vicende migratorie nella Confederazione e della nascita di un forte tessuto associativo tra gli emigrati.
Nata il 21 novembre 1943 su impulso, tra gli altri, di Fernando Schiavetti e con radici ben salde negli ambienti della diaspora antifascista in Svizzera, la FCLIS si propose di inserirsi nel vuoto lasciato dalle organizzazioni fasciste dopo il crollo del regime «per coinvolgere le masse dell’emigrazione, politicamente incerte e disorientate in una risolutiva scelta di campo» (p. 20). Da questo inizio, maturato in una delle fasi più difficili della storia italiana e in un contesto – quello svizzero – tutt’altro che tollerante nei confronti dell’antifascismo, l’autore ci accompagna, grazie principalmente al ricorso all’archivio FCLIS, lungo lo sviluppo dell’attività dell’associazione, che orientò la sua azione sempre più nel senso del supporto alle lavoratrici e ai lavoratori italiani che arrivarono in massa in Svizzera con la fine della guerra.
Alla ricerca di un modo per innovare l’antifascismo nel tentativo di dargli un carattere meno elitario e favorire un suo radicamento tra gli emigranti e al tentativo, per lo più frustrato, di promuovere un’epurazione in profondità negli ambienti del fascismo in Svizzera si sostituirono compiti di assistenza e un’instancabile attività rivendicativa, sia nei confronti delle autorità elvetiche che di quelle italiane, per ottenere migliori condizioni sociali e di lavoro per gli immigrati.
Ricciardi ricostruisce le fasi principali dell’azione della FCLIS fino alla soglia degli anni novanta del secolo scorso, dalla critica all’accordo italo-svizzero del 1948 alla lotta contro le iniziative popolari contro gli immigrati degli anni settanta, descrivendo un impegno che cambiò nel tempo secondo le necessità imposte dalle varie fasi dei flussi migratori (come, ad esempio, la forte meridionalizzazione avutasi a partire dalla fine degli anni cinquanta) che imposero anche importanti e complessi adattamenti organizzativi per farvi fronte.
L’autore mostra come al centro dell’azione rivendicativa e di sostegno all’immigrazione svolta dalla FCLIS vi fu la tensione verso l’unità di classe, resa difficile dall’atteggiamento diffidente dei sindacati svizzeri ma che portò alle prime iniziative comuni a partire dalla fine degli anni settanta.
Continua fu poi la ricerca da parte della Federazione dell’unità d’azione tra le varie componenti dell’associazionismo italiano in Svizzera, che contribuì nel 1970 alla nascita del Comitato nazionale d’intesa, favorita anche dalla ventata unitaria che spirava dall’Italia, scossa dal suo «autunno caldo»che segnò profondamente anche il mondo cattolico.
Principale lotta di sempre della FCLIS – e che unì la componente laica e quella cattolica a partire dagli anni settanta – fu quella contro il principale scandalo della legislazione svizzera sull’immigrazione, lo statuto di stagionale. Ebbe purtroppo scarso successo perché lo statuto fu abolito soltanto nel 2002.
Accanto alla ricostruzione della storia delle FCLIS Ricciardi propone un imponente lavoro di inquadramento del fenomeno migratorio nel secondo dopoguerra, che tiene insieme l’analisi della situazione economica di Italia e Svizzera e quella dello sviluppo delle politiche immigratorie elvetiche. Ma proprio questa parte del volume – che ambisce nel sottotitolo a offrire anche una «storia degli italiani in Svizzera» – ne rappresenta forse la maggiore debolezza: la grande messe di dati e di analisi porta a una diluizione del lavoro più originale e interessante, quello focalizzato sulle vicende della FCLIS, e la ricchezza del suo archivio risulta messa un poco tra parentesi. Alcuni temi estremamente importanti per la storia dell’associazione vengono quindi soltanto abbozzati, come quello per esempio del rapporto con i sindacati svizzeri sul tema del lavoro degli immigrati e della loro sindacalizzazione. Anche il posto delle FCLIS all’interno del variegato e complesso mondo dell’associazionismo – e in particolare il rapporto con le Missioni cattoliche di lingua italiana in Svizzera (MCLIS) – risulta poco sviluppato, nonostante il titolo del volume di Ricciardi faccia riferimento proprio a questo aspetto dell’emigrazione italiana in Svizzera.
Ricciardi si concentra sulla ricostruzione dello sviluppo poltico-organizzativo della FCLIS; resta la necessità di una storia del suo sviluppo sociale, inteso come lavoro quotidiano di radicamento e dibattito culturale nelle varie città svizzere in cui sorsero le sue numerose sezioni.
La monografia di Barcella presenta il risultato di una ricerca svolta su tre tipi di fonti documentarie inedite e di grande interesse, che potremmo catalogare nel grande gruppo delle fonti soggettive, cioè prodotte dagli stessi immigrati in Svizzera. La principale consiste nelle migliaia di scritti scolastici degli studenti della scuola privata Dante Alighieri di Winterthur (Canton Zurigo), legata alla locale Missione cattolica, alla quale si aggiungono le oltre 100 interviste realizzate da Barcella in Svizzera e la corrispondenza recuperata durante la ricerca. A questi fondi l’autore ne associa un altro, che permette un inedito approccio quantitativo all’immigrazione italiana in Svizzera: i registri di matrimonio delle MCLIS di La Chaux-de-Fonds e Winterthur.
Lo scopo dichiarato dall’autore nell’introduzione al volume è quello di «narrare attraverso la contestualizzazione di un intreccio di voci, i percorsi degli emigrati e delle emigrate italiani nella Svizzera del secondo dopoguerra» (p. 31), descrivendone sia i percorsi materiali, di vita e socialità, nei primi due capitoli, sia quelli «ideologici» e di costruzione di un’identità – complessa e multisfaccettata – in emigrazione negli ultimi due capitoli.
Le fonti soggettive non vengono dunque utilizzate in funzione banalmente memorialistica, ma vengono sottoposte al vaglio dell’analisi per trarne elementi utili alla comprensione del fenomeno migratorio. Il volume non è quindi «un magma informe di soggettività» ma, come si propone l’autore, una ricerca che «definisce alcune categorie di percorsi comuni con i loro elementi di analogia e di differenza, che si possono rappresentare individuando le variabili adeguate» (p. 34).
Il risultato è un viaggio nell’immigrazione italiana in Svizzera che fin dal primo capitolo dedicato alle origini del fenomeno migratorio decostruisce – restituendole complessità – la nozione di «immigrazione italiana in Svizzera». Sulla base delle intervistate raccolte e delle narrazioni contenute nei temi analizzati (svolti da emigranti di ogni età e di entrambi i generi che intendevano ottenere la licenza di terza media), Barcella racconta per esempio di come le motivazioni alla partenza siano state non soltanto di natura economica e di come esse si evolsero a partire dagli anni sessanta. Con uno sguardo che cerca di liberarsi dal vincolo nazionalistico che attanaglia spesso la storiografia sulle migrazioni (Barcella ha ben presente il dibattito svizzero sul tema), l’autore individua la principale frontiera attraversata dai migranti nel Secondo dopoguerra non in quella che separa due stati confinanti ma quella che divideva la (quasi) immobile campagna italiana dalle città dove si stava avviando lo sviluppo industriale europeo, di cui la Svizzera era uno dei centri. Altro luogo comune storiografico è che l’emigrazione in Svizzera sia stata tutta al maschile: il libro di Barcella mostra al contrario l’importanza delle donne in emigrazione e fa della questione di genere un tema ricorrente nel corso di tutto il suo volume.
È negli ultimi due capitoli che le fonti soggettive esplicano tutto il loro originale valore, quando Barcella cerca di tematizzare la questione dei percorsi ideologici e culturali, descrivendo il complesso rapporto tra costruzione di un’identità, xenofobia e marginalizzazione, mostrando come varie e contraddittorie siano le concettualizzazioni elaborate dai migranti, messe in relazione a variabili come la provenienza sociale, il genere e l’età.
Interessante il tentativo di applicare al caso svizzero una versione rivista della «linea del colore», già ampiamente studiata per gli Stati Uniti: secondo l’autore è possibile stabilire un sistema xenologico che ha ad un capo «gli svizzeri» (i «bianchi») e all’altro gli zingari, «negri» d’Europa, con i quali gli italiani (detti cinkali dagli svizzeri) venivano identificati e a volte si identificavano. Un sistema che richiedeva un posizionamento che cambiava a seconda delle diverse esperienze migratorie e della loro evoluzione nel tempo, a seconda del raggiungimento di uno status più o meno stabile e meno marginale nella società svizzera.
Mattia Pelli

 

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