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Morena La Barba, Christian Stohr, Michel Oris e Sandro Cattacin (a cura di), La migration italienne dans la Suisse d’après-guerre

Lausanne, Éditions Antipodes, 2013, pp. 390, chf 42 (€ 33)

La Svizzera ha spesso dovuto fare i conti con l’afflusso verso il proprio territorio di ondate migratorie di diversa provenienza. Se oggi raggiungono il paese elvetico soprattutto africani e asiatici, nel secolo scorso il primato degli arrivi è spettato per decenni ai lavoratori italiani. A partire dal secondo dopoguerra sono stati infatti loro, seguiti a distanza dagli spagnoli, ad aver fatto registrare un numero sempre crescente di ingressi e ad essere oggetto del dibattito sull’immigrazione. Le autorità elvetiche cercavano di arginare le stabilizzazioni dei lavoratori provenienti dalla Penisola attraverso provvedimenti che favorivano e incentivavano le presenze stagionali e temporanee, mentre limitavano l’acquisizione dei diritti civili e politici. La partecipazione alla società svizzera era difficoltosa e consentita solo a chi ne possedeva la cittadinanza. L’idea di fondo era quella di accogliere manodopera utile alla crescita del paese, ma di mandarla via all’occorrenza. Ad accompagnare e sostenere questa strategia intervenivano le spinte delle forze politiche xenofobe che vedevano nell’incapacità di assimilare culture e usi diversi la presunta irrealizzabilità della convivenza, in base a un razzismo che oseremmo dire «culturale», in quanto concepisce l’identità come immutabile. La manifestazione più rilevante di questa concezione fu l’iniziativa Schwarzenbach del 1970, che proponeva di limitare – attraverso un referendum – la presenza degli stranieri. La proposta venne respinta dal voto popolare, ma rappresentò un fatto emblematico, più volte citato anche nel lavoro qui recensito.
Questa collettanea affronta il tema della presenza italiana in Svizzera proponendo punti di vista sfaccettati, ricerche accademiche e tematiche di diversa tipologia. La materia è trattata tenendo conto, in molti dei dieci saggi, della pluralità degli attori, alcuni dei quali – patronati, associazioni, sindacati, colonie libere – erano finora risultati poco indagati dalla storiografia. Nel complesso, la raccolta di saggi testimonia una particolare attenzione per protagonisti diversi da quelli istituzionali.
L’esame dei contatti tra lo stato svizzero e le associazioni degli immigrati italiani in rapporto alle politiche migratorie mostra che i nuovi arrivati, soprattutto nei primi anni, non avessero sostegno e assistenza, ma cercassero di creare autonomamente occasioni di inserimento e partecipazione nella società nella quale vivevano. In risposta alle iniziative xenofobe, gli italiani si organizzavano dando vita ad iniziative, come ad esempio quelle dei cineforum, volte all’integrazione, all’occupazione del tempo libero dei lavoratori ma soprattutto alla loro istruzione e arricchimento culturale (Morena La Barba). Inoltre, le loro associazioni cercavano di non puntare sul nazionalismo e sull’identità del paese di provenienza bensì sul discorso di classe, proprio in opposizione al nazionalismo degli elvetici (Angelo Maiolino). Occasioni di confronto vere e proprie tra autorità e associazionismo stentarono ad arrivare, nonostante l’accordo italo-svizzero sull’emigrazione del 1964. L’unico incontro con le associazioni italiane avvenne nel 1970, quando il grosso del flusso era ormai superato (Matthias Hirt).
Già nel primo contributo di Christian Stohr, relativo alle politiche di ammissione dei lavoratori stranieri, la pluralità delle voci ascoltate è l’elemento che balza agli occhi per primo. Sono infatti presi in considerazione patronati e sindacati dei settori nei quali gli immigrati erano maggiormente impegnati, gli uffici federali e cantonali, così come le leggi, i regolamenti e i principi sui cui erano organizzati. A emergere sono le condizioni di precarietà del lavoratore straniero, contrapposte agli sforzi del sindacato prima e delle amministrazioni locali e federale poi, nel dare priorità alla salvaguardia dei livelli occupazionali dei cittadini svizzeri. Ci sembra interessante l’aver messo in rilievo il ruolo dei sindacati, soprattutto alla luce di altri studi che negli ultimi anni ne hanno sottolineato l’importanza nella difesa dei lavoratori autoctoni in contrapposizione agli stranieri (per il caso francese, ad esempio, si veda Giuseppina Sanna, Il riscatto dei lavoratori. Storia dell’emigrazione italiana nel sud-est francese 1880-1914, Roma, Ediesse, 2011). Un tale approccio aiuta a comprendere in quali modi e misure gli immigrati si siano opposti a questo modus operandi e quanto essi si siano a volte trovati più in comunione d’intenti col patronato che con il resto della classe operaia svizzera.
Uno dei saggi getta luce su un altro dei temi che meriterebbe un discorso transnazionale e di più ampie prospettive: quello relativo all’immagine dell’immigrato. Christelle Maire, analizzando alcuni manifesti politici tra il 1965 e il 1981, arriva a individuare tre fasi: la costruzione dello stereotipo, la decostruzione e l’oblio. Osservando le immagini di propaganda politica, si nota come a diverse esigenze sociali corrisposero diverse figurazioni dell’immigrato italiano che, dopo decenni, non fu più visto come il portatore di conflitti e instabilità sociale.
I capitoli di Paolo Barcella e Mattia Pelli, invece, utilizzano le parole degli stessi immigrati per parlare dell’inserimento e della vita in Svizzera. Nel primo vengono presi in esame i temi di scuola, soprattutto di istituti italiani che gli adulti frequentavano per ottenere il diploma divenuto ormai indispensabile in Italia per l’inserimento nel mercato del lavoro con l’introduzione della media unificata nel 1962. Nel secondo ci troviamo di fronte a testimonianze orali dei lavoratori dell’acciaieria Monteforno. I protagonisti raccontano gli intrecci tra lotte sindacali, i contatti con la manodopera autoctona e la xenofobia. Degna di nota è l’ipotesi di Pelli, che vede nell’inasprimento delle discriminazioni razziali uno dei motivi del maggiore impegno degli italiani nelle lotte sindacali.
Il volume si conclude con un’analisi della corrispondenza di due sindacati svizzeri negli anni cinquanta, dimostrando che essi chiedevano sempre molto al lavoratore straniero, subordinando i suoi bisogni a quelli dei lavoratori nazionali oppure esigendo l’adesione agli usi e ai valori del posto. Ma non è solo la conflittualità che emerge da questo volume, quanto un esempio di buona riuscita nella convivenza, quando l’interesse delle organizzazioni locali ai temi dell’integrazione e il dinamismo degli immigrati sembravano convergere verso un obiettivo comune, come nel caso di Losanna (Giuseppe Fonte).
Sara Rossetti

 

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