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Michele Colucci, L’Umbria e l’emigrazione. Lavoro, territorio e politiche dal 1945 a oggi

Foligno, Editoriale Umbra, 2012, pp. 173, € 11

Il volume di Michele Colucci offre un accurato case study sui molteplici aspetti dell’emigrazione umbra dalla fine della Seconda guerra mondiale ai nostri giorni.
Gli anni della ricostruzione postbellica sono per l’Umbria duri e complessi. Crisi ricorrenti sono causate da antiche questioni che si saldano a problemi più recenti legati alla struttura del mercato del lavoro, all’assetto produttivo, alla conformazione del territorio. Non diversamente dalle regioni meridionali, l’emigrazione diventa la risposta inevitabile alla delusione delle aspettative seguite alla liberazione e ad una disoccupazione crescente e strutturale, causata dalla crisi della mezzadria, dallo sblocco dei licenziamenti del polo siderurgico ternano e del polo estrattivo. Anche in Umbria, un’emigrazione auspicata e organizzata dalle classi dirigenti allarmate dal possibile acuirsi del conflitto sociale, viene ritenuta – in una prima fase – «una scelta grave ma inevitabile» anche da ampi settori della sinistra politica e sindacale che dal 1950 in poi si fa sempre più perplessa e critica (p. 57). L’emigrazione irrompe, dunque, nel discorso pubblico, spesso scompagina il fronte dei partiti e quello sindacale. In ogni caso, tutti – seppure ognuno in modo diverso – fanno i conti con un parente, un amico, un paesano, un vicino emigrato. L’emigrazione si configura come un’esperienza socialmente pervasiva, aspetto cui forse il volume concede poca attenzione.
La mobilità verso l’estero – soprattutto verso l’Europa centrale – rappresenta una tra le tante possibilità migratorie degli umbri nel secondo dopoguerra. Più spesso è soltanto l’esito ultimo di una migrazione prima diretta verso le pianure, poi verso i piccoli e medi centri urbani e poi nelle grandi città e nelle metropoli dell’Italia centrale e settentrionale. Ci troviamo di fronte, dunque, a quattro tipologie di migrazione: la migrazione interna alla regione, quella verso Roma, quella verso l’Italia settentrionale, quella verso l’estero. Secondo l’autore, la realtà fuori confine è caratterizzata da una dimensione temporanea e rotatoria dell’esperienza lavorativa, da una diffusa specializzazione professionale, in cui il lavoro operaio e minerario risultano predominanti. Prima tappa dell’emigrazione sono gli uffici del lavoro, dove si acquisiscono le informazioni fondamentali e si avviano le pratiche necessarie per partire. In Umbria gli uffici hanno sede a Terni e Perugia e dipendono dall’Ufficio regionale del lavoro di Roma; in seguito è necessario superare una seconda visita presso il Centro Nazionale per l’emigrazione di Milano. Tuttavia anche in Umbria, dove l’emigrazione ha un andamento incostante negli anni, i problemi nell’organizzazione del reclutamento non fanno che ingrossare le fila di aspiranti emigranti presso intermediari non istituzionali, spesso parenti o amici già emigrati.
Forte è l’attrazione esercitata dal costante flusso di rimesse dall’estero, che integrando sensibilmente i bilanci familiari, rappresenta sostegno irrinunciabile ai redditi e dunque ai consumi nella regione. Ad esempio i dati del Ministero del Lavoro relativi al 1949 dimostrano che la provincia di Perugia è una delle zone verso la quale i minatori stabilitisi in Francia inviano più rimesse. Il sistema delle rimesse genera legami economici di causa ed effetto in zone anche molto distanti tra di loro come dimostrano gli effetti della riduzione del cambio tra franco e lira nel 1957 particolarmente sentito proprio in Umbria.
Successivamente, l’emigrazione all’estero non si esaurisce, ma cambia lentamente volto. Aumenta la presenza di lavoratrici e lavoratori qualificati, si intensificano i ricongiungimenti familiari, mutano radicalmente le modalità di associazione e di organizzazione dei migranti, si modifica l’atteggiamento delle istituzioni, soprattutto a livello locale. Tutto ciò lascia tracce profonde e durature sul territorio e sul tessuto sociale. Il volume si spinge, meritoriamente, agli anni Settanta e alla lunga fase dei rientri dovuta alla difficile congiuntura della crisi internazionale seguita al 1973 che i migranti scontano per primi con licenziamenti, rimpatri ed espulsioni. Questa fase si configura come un’«emigrazione al contrario» perché forzata dall’incapacità di ricollocarsi in un mercato del lavoro in fase di contrazione. Tuttavia guardando i dati sugli espatri e i rimpatri, il saldo migratorio umbro è positivo in misura «più diffusa e più spalmata nel tempo rispetto ai valori nazionali» (p. 142). Le annate 1964, 1966, 1967, 1968, 1969, 1970, 1971 e 1972 presentano un maggior numero di rimpatri rispetto agli espatri, mentre il dato nazionale è afflitto ancora da un saldo negativo che diventa positivo solo a partire dal 1973. Il saldo positivo umbro dipende dalle possibilità offerte dall’emigrazione interna ma anche dalle destinazioni prettamente europee caratterizzate da flussi temporanei se non addirittura stagionali.
La complessa stagione dei ritorni – colpevolmente trascurata dalla storiografia – nel caso umbro è accompagnata da interventi istituzionali e politiche di sostegno che difficilmente si incontrano in contesti diversi. In seguito all’applicazione del dettato costituzionale sulla creazione delle regioni, nel 1973 l’Umbria è la prima a legiferare in materia di emigrazione. Il dispositivo prevede la nascita della Consulta regionale dell’emigrazione e dell’immigrazione e l’istituzione di un fondo regionale di solidarietà a favore di lavoratori emigrati o immigrati e delle loro famiglie. La copertura finanziaria viene individuata nel bilancio regionale, nei contributi statali e, importante novità, nel fondo sociale europeo. Il tentativo è quello di scongiurare l’isolamento sia sociale che occupazionale di chi rientra. Con un successivo provvedimento del 1979 – anno in cui la regione stanzia 350 milioni di lire – viene riorganizzato il sistema intero delle indennità: borse di studio per minori e studenti universitari, copertura per il rimpatrio delle salme (problema che affligge particolarmente gli emigrati), copertura delle spese mediche, riqualificazione professionale, agevolazioni nell’acquisto di macchinari per l’agricoltura e terreni agricoli. Tuttavia, l’aspetto più rilevante, che molto ha da raccontare sulla storia nazionale, è il sostegno concesso ai mutui, agli acquisti delle abitazioni, alla ristrutturazione vincolata a standard di compatibilità e fattibilità che scongiura l’impatto sregolato che in altre regioni il ritorno ha comportato in termini di abusivismo edilizio legato alle «case degli emigranti», rientrati stabilmente o meno.
Sulla base del caso umbro, la monografia di Colucci conferma di nuovo – con sicura efficacia – come l’intera storia dell’Italia contemporanea abbia ereditato dal fenomeno migratorio i suoi caratteri più essenziali.
Alessandra Gissi



 

 

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