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Javier P. Grossutti e Corinna Mestroni, «In lontano suolo a guadagnarsi un incerto pane!». Emigrants dal Friûl di Mieç

Prefazione di Emilio Franzina, Mereto di Tomba, Associazione culturale Le Grame, 2012, pp. 567

Con questo ponderoso volume Javier Grossutti e Corinna Mestroni ci consegnano un ottimo esempio di ricerca microstorica applicata alle migrazioni. Il loro studio si incentra su una zona d’Italia – il Friuli centrale e in particolare il territorio comunale di Mereto di Tomba, in provincia di Udine – in cui il fenomeno dell’emigrazione ha avuto per decenni assoluta centralità socioeconomica.
Utilizzando magistralmente un’ampia tipologia di fonti, che va dalle anagrafi comunali ai documenti consolari, dalle memorie autobiografiche alle interviste con emigrati, i due autori ricostruiscono le dinamiche dei flussi migratori dall’area studiata nel corso di circa un secolo, dagli anni settanta dell’Ottocento alla fine degli anni sessanta del Novecento, dopo aver opportunamente segnalato che i decenni della «grande emigrazione» segnarono non l’inizio bensì solo una forte intensificazione dei flussi medesimi.
Ne emerge un quadro ricchissimo, in cui risaltano aspetti dell’emigrazione friulana e italiana indubbiamente già noti alla studiosi, come il suo carattere diremmo oggi «globale», l’importanza quantitativa dei ritorni nel paese d’origine e il peso delle catene migratorie, in molti casi professionali, in ognuna delle fasi studiate. Tuttavia Grossutti, che già vanta una produzione notevole per quantità e qualità sul tema, e Mestroni sfruttano al meglio le potenzialità che offre la scala micro qui appunto utilizzata, per andare oltre il livello meramente descrittivo, a cui si limita invece la grande maggioranza dei lavori di storia locale di questo tipo, e analizzare a fondo il funzionamento in concreto di tali meccanismi.
Il libro è organizzato in quattro parti. La prima, redatta da Grossutti, si concentra sull’emigrazione da Mereto di Tomba nella fase compresa tra la crisi agraria che segnò l’inizio del grande esodo dalle campagne italiane e la Prima guerra mondiale. In questi decenni, sottolinea l’autore, sono soprattutto le specializzazioni di mestiere a connotare le partenze. A prevalere fino alla fine dell’Ottocento è, in continuità con la prima metà del secolo ma con numeri di gran lunga superiori, l’emigrazione stagionale nei cantieri edili, e in particolare nelle fornaci della Germania e dell’Europa centrale. È una scelta che le condizioni dell’economia locale rendono in molti casi obbligata in questo periodo: non a caso una componente di questo flusso temporaneo è costituita da minori di sedici anni chiamati a integrare i bilanci familiari. I friulani di Mereto emigrano inoltre nelle Americhe, negli Stati Uniti, in Canada e più numerosi in Argentina. In quest’ultima nazione si trasferiscono inizialmente soprattutto per continuare a fare i contadini nelle colonie agricole dell’interno e poi anche per svolgere altri mestieri a Buenos Aires. Ne costituisce un esempio l’esperienza degli infermieri, grazie a una classica catena migratoria innescata da un pioniere divenuto capoinfermiere presso l’Ospedale italiano della capitale argentina, che si sarebbe prolungata per decenni coinvolgendo dopo la prima guerra mondiale anche varie donne.
Nella seconda parte del libro Corinna Mestroni analizza i flussi che si sviluppano dopo la cesura bellica e arrivano fino agli anni sessanta. In questa fase l’emigrazione in Europa continua a prevalere, ma le mete principali, sia negli anni del fascismo che dopo la seconda guerra mondiale, sono Francia e Belgio. In quest’ultimo caso, i friulani, come il resto degli italiani, vanno a fare i minatori nel quadro di un accordo tra Italia e Belgio. La novità dell’intervento dello Stato nella gestione dell’emigrazione risaliva in realtà agli anni del fascismo, quando – come ci spiega Mestroni – nella fattispecie di Mereto le destinazioni erano state Rodi, le colonie italiane in Africa orientale e la Germania. Nel secondo dopoguerra da Mereto si riprende ad emigrare anche verso le Americhe, e in particolare verso il Sudamerica, dove all’Argentina si affianca negli anni cinquanta una meta nuova, il Venezuela del boom petrolifero.
La terza e la quarta parte del volume si integrano in un certo senso reciprocamente. Una contiene infatti una serie di storie di vita di emigrati ed ex emigrati, queste ultime basate su interviste raccolte dai due autori a Mereto di Tomba. L’altra, che è anche la più corposa del volume, si presenta a prima vista come un elenco di ben 3.587 nominativi di emigrati dal capoluogo e dalle frazioni del comune di Mereto di Tomba nel periodo compreso tra il 1878 e la fine degli anni sessanta del secolo scorso. Al di là del dato numerico, ancora più impressionante ove si tenga conto che attualmente i residenti del comune di Mereto solo soltanto 2.760, questa sezione in realtà offre molto di più, perché i due autori hanno ricostruito qui per ogni emigrato l’intero percorso di partenze e ritorni. Basta una rapida scorsa alle trecento e più pagine che la compongono per imbattersi in vicende migratorie che si prolungano per decenni, con ripetuti soggiorni all’estero, in svariati paesi e talvolta anche in diversi continenti. Ecco allora che le storie di vita che ci vengono raccontate da Grossutti e Mestroni diventano un’esemplificazione di questa storia collettiva. Nello stesso tempo, l’elenco di nominativi e destinazioni della parte finale può offrire lo spunto per nuove ricerche.
Federica Bertagna

 

 

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