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Isabella Insolvibile, Wops. I prigionieri italiani in Gran Bretagna (1941-1946)

Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012, pp. XXXVII-358, € 38

Nell’ambito delle vicende legate alla Seconda guerra mondiale, uno degli aspetti più controversi è rappresentato dalla questione delle «colpe dei vincitori». Per lungo tempo, gli storici (in particolare quelli tedeschi e quelli italiani) hanno trascurato, per vari motivi, il tema delle ingiustizie e delle violenze commesse dagli Alleati e dall’Unione Sovietica ai danni di militari e civili. E in tale contesto, si colloca pure la vicenda dei prigionieri di guerra italiani. L’opera di Isabella Insolvibile, in particolare, indaga su una questione tutt’altro che secondaria, sebbene generalmente ignorata, vale a dire la detenzione degli italiani nei campi di prigionia britannici. Durante la Seconda guerra mondiale, infatti, nel Regno Unito furono internati quasi 160.000 italiani e molti di loro, nonostante l’armistizio siglato l’8 settembre 1943 dagli Alleati con il governo italiano, poterono rientrare in patria solo a distanza di molti mesi dalla fine delle ostilità.
Finora, i principali contributi storici sull’argomento erano stati forniti da studiosi inglesi, i quali, però, hanno basato le loro ricerche esclusivamente sulle fonti locali. Del resto, come la stessa Insolvibile ha rilevato, la memorialistica prodotta dagli ex prigionieri italiani in Gran Bretagna è piuttosto limitata. Un fatto, quest’ultimo, dovuto probabilmente alla scarsa presenza di ufficiali sul suolo britannico, nonché alle condizioni di vita, più «umane» rispetto ad altri contesti, dei detenuti italiani. Per colmare questa lacuna storiografica, l’autrice ha condotto un’accurata e approfondita ricerca presso gli archivi italiani, in particolare quello del Ministero degli Affari esteri, e presso i National Archives londinesi, dove sono state consultate, principalmente, le carte del Foreign Office, del Ministero della Guerra e del Ministero degli Interni. Il risultato ottenuto è, a nostro avviso, eccellente: l’autrice, da un lato, ci fornisce un quadro molto dettagliato del regime di prigionia, delle condizioni di vita dei militari italiani e del trattamento da loro ricevuto dalla popolazione e dalle autorità britanniche. Dall’altro lato, vengono ricostruite con chiarezza le varie dinamiche politiche, molto spesso ambigue, che hanno determinato le scelte del governo britannico e di quello italiano.
L’opera, strutturata secondo il criterio cronologico, è suddivisa in due parti. Dapprima, vengono ripercorse le varie fasi della cattura degli italiani in Africa e il loro successivo trasferimento in Gran Bretagna. Il governo britannico, inizialmente, non intendeva detenere i prigionieri sul suolo della madrepatria, quanto, piuttosto, deportarli nei paesi del Commonwealth. Tuttavia, sulla base di considerazioni di natura prettamente economica, gli inglesi decisero di trasferire nel Regno Unito i prigionieri italiani (che erano ritenuti «docili» e sostanzialmente «apolitici») per compensare la carenza di manodopera, soprattutto nel settore agricolo. Vengono quindi delineati i tratti della cosiddetta «buona prigionia»: i soldati italiani, infatti, pur soffrendo delle privazioni tipiche della detenzione, ricevettero cibo e alloggi adeguati, oltre a una piccola retribuzione statale per il lavoro svolto. Anche i rapporti stilati da varie organizzazioni all’epoca evidenziavano che le condizioni generali dei prigionieri, nonché il loro grado di disciplina, erano complessivamente buoni. Naturalmente, la situazione era tutt’altro che idilliaca: in alcuni campi, le strutture non erano sufficienti e i rapporti con il personale britannico si rivelarono più difficili. Ciò nondimeno, dai documenti sembra emergere abbastanza chiaramente che le difficoltà dei detenuti erano di natura psicologica, più che fisica. Nel giro di poco tempo, i soldati italiani, nonostante la forte nostalgia di casa, si erano adattati alla vita di prigionia, una prigionia fatta di lavoro e vissuta in strutture confortevoli. Per alcuni, poi, l’impiego all’esterno dei campi offriva anche margini più ampi di libertà, nonché l’occasione di entrare in contatto con la popolazione civile. E per quanto le autorità britanniche avessero imposto ai prigionieri il divieto di fraternizzazione con i civili (in particolar modo con le donne), in molte occasioni, queste regole vennero violate.
Nella seconda parte del volume, viene analizzato l’impatto degli eventi dell’estate del 1943 sulla vita dei prigionieri, dalle divisioni che sorsero all’interno dei campi tra una popolazione che, dopo l’8 settembre e la cobelligeranza, si sentiva ancor più disorientata, alle difficoltà pratiche che i detenuti dovettero affrontare in seguito alla trasformazione del sistema di prigionia. D’altro canto, se con l’armistizio e la successiva dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre 1943) l’Italia aveva potuto modificare il proprio status da potenza nemica a cobelligerante, lo stesso non poteva dirsi dello status dei detenuti, che, al di là delle definizioni, restarono sostanzialmente «prigionieri di guerra». Ma non solo: come si evince dalle corrispondenze tra il governo britannico e il nuovo governo italiano guidato da Badoglio, ai detenuti, adesso in veste di «cooperanti», non sarebbero state più applicate le limitazioni imposte dalla Convenzione di Ginevra e, quindi, essi avrebbero potuto essere utilizzati in servizi e lavori direttamente connessi allo sforzo bellico. La questione dei rimpatri fu altrettanto controversa, nonché condizionata dalle più classiche pratiche clientelari. Peraltro, da un lato, il governo italiano non desiderava che il rimpatrio dei prigionieri avvenisse troppo alla svelta, date le condizioni in cui versava il Paese, e cercò, per quanto possibile, di lasciare agli Alleati l’onere del mantenimento e della gestione dei detenuti. Dall’altro, le autorità britanniche, nel giugno del 1945, decisero di non prendere alcun impegno preciso riguardo alla tempistica dei rimpatri per poter completare il raccolto di quell’anno. Pertanto, la parabola dei prigionieri italiani in Gran Bretagna si concluse solo dopo molti mesi dalla fine della guerra e il ritorno alla normalità non fu facile né per coloro che fecero ritorno in un’Italia in macerie, né per quella minoranza che decise di restare in Gran Bretagna. Si trattò di una prigionia «interminabile», ma anche, sotto molti aspetti, «fortunata» per coloro che la subirono. E se non c’è dubbio che il governo britannico agì non tanto sulla base di un presunto senso di correttezza, ma, piuttosto, sulla scorta di considerazioni meramente economiche e propagandistiche, è altrettanto vero che, come scrive l’autrice, «la cattività fu una conseguenza diretta della scelta fatta, e degli applausi sotto il balcone di piazza Venezia» (p. 330).
Luca Biancani

 

 

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