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Paola Corti e Matteo Sanfilippo, L’Italia e le migrazioni

Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 184, € 22.

Nell’ultimo decennio, e per la precisione a far data dall’uscita, nel 2001-2002 presso Donzelli, della Storia dell’emigrazione italiana in due volumi curata da Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi ed Emilio Franzina, sono state pubblicate numerose sintesi sulla vicenda migratoria italiana. Si tratta, come sottolineano Paola Corti e Matteo Sanfilippo nell’introduzione al loro lavoro qui recensito, di opere rese necessarie dall’urgenza di fare ordine in quella che è ormai come «una produzione sterminata» sull’emigrazione dalla penisola, secondo il titolo di una recente rassegna bibliografica dello stesso Sanfilippo, offrendo un’interpretazione d’insieme di un fenomeno che rischierebbe di risultare poco leggibile attraverso il puro accumulo di studi locali o limitati a singoli periodi.

Questo libro si inserisce nel solco tracciato dalla più recente di tali sintesi, l’Annale della Storia d’Italia di Einaudi, coordinato sempre da Corti e Sanfilippo e pubblicato nel 2009 col titolo Migrazioni. Rappresenta, al contempo, una summa delle ricerche qui raccolte e un tentativo di andare oltre, ampliando ulteriormente l’arco cronologico considerato.

La lettura proposta nel 2009, infatti, vedeva l’Italia come un crocevia di movimenti migratori, in entrata, in uscita ma anche interni, intrecciatisi senza soluzione di continuità dal Medioevo ai nostri giorni. Il nuovo saggio estende all’indietro la prospettiva della «lunga durata» e della sovrapposizione costante nel corso dei secoli di arrivi da e partenze per l’estero e spostamenti nel territorio della penisola, includendo nell’analisi anche preistoria e storia antica, periodi ai quali è dedicato il primo dei sei capitoli che compongono il volume.

È un approccio, questo della lunga o lunghissima durata, senza dubbio fecondo, che raccoglie i frutti della positiva contaminazione prodottasi negli ultimi anni tra gli studi storici e quelli sociologici e antropologici sulle migrazioni, e del progressivo spostamento dell’attenzione dalle grandi strutture economiche e politiche all’esperienza dei soggetti, individuali e collettivi, che ne sono protagonisti. Esso da un lato consente di rintracciare gli elementi di continuità nei meccanismi di funzionamento dei processi migratori, mostrando i fili che legano la mobilità di un determinato periodo a quella di epoche precedenti, attraverso le reti e le catene che i migranti costruiscono tra luogo di origine e nuovi luoghi di insediamento.

Dall’altro, verrebbe da dire che nel caso specifico dell’Italia la valenza di una simile impostazione trascende il mero ambito storiografico: rappresenta, infatti, un antidoto alle distorsioni prodotte nella politica e nella società dalla totale mancanza di prospettiva storica, per cui i flussi immigratori che hanno interessato il Paese negli ultimi trent’anni sono stati considerati come una novità assoluta e di proporzioni incontrollabili. Corti e Sanfilippo dimostrano che non è così, che la presenza di stranieri è stata una costante nella storia d’Italia, data la posizione della penisola al centro del Mediterraneo.

Certamente, l’operazione di rilettura in chiave migratoria di fenomeni quali le invasioni barbariche, che gli autori compiono, implica anche dei rischi, in primis quello di annegare in un mare indistinto forme di mobilità con caratteristiche, dimensioni e impatto sostanzialmente differenti. Che cosa accomuna, infatti, i fenici che stabiliscono colonie commerciali nelle zone costiere della penisola nei secoli centrali del primo millennio avanti Cristo e i rumeni giunti in Italia a partire dagli anni novanta del Novecento, oltre al fatto che si tratta in entrambi i casi di persone che si spostano da un luogo ad un altro?

Tuttavia il libro presta grande attenzione sia ai contesti geografici e storici, di cui vengono indicate le specificità pur senza isolarli, sia ai numeri, che sarà passatista affermarlo, ma restano a nostro avviso fondamentali per inquadrare e comparare epoche diverse. Così emerge chiaramente, per esempio, che nella fase postunitaria, su cui si concentra il terzo capitolo, l’esodo dalle campagne della penisola assunse dimensioni quantitative tali da cambiare la stessa natura qualitativa di un’emigrazione che pure si mosse in molti casi seguendo percorsi, europei e transoceanici, già noti e sfruttando reti sociali costruite nei decenni precedenti.

Inoltre, Corti e Sanfilippo ci spiegano che, nel medesimo periodo compreso tra l’Unità d’Italia e la Grande guerra, di solito associato esclusivamente alla «grande emigrazione», l’immigrazione dall’estero non fu affatto insignificante. Dopo un iniziale ridimensionamento della tradizionale presenza di stranieri nella penisola, provocato dalle modalità stesse con cui si svolse la lotta risorgimentale, la ripresa fu rapida: dai circa 450.000 registrati nel 1897 si passò ai 900.000 censiti nel 1911.

Queste cifre, a prima vista inattese (laddove si tenga conto che la popolazione complessiva del Regno alle due date era di poco inferiore ai 33 e ai 36 milioni di persone, rispettivamente), sono analizzate puntualmente nel testo, per cui scopriamo tra l’altro che le statistiche conteggiavano anche le molte migliaia di turisti, in particolare russi e nordeuropei, che trascorrevano i mesi invernali sulle coste, soprattutto liguri, della penisola. Per quanto temporanei, peraltro, questi soggiorni erano prolungati e ripetuti negli anni e portavano in alcuni casi alla formazione di microcomunità, che disponevano di chiese per celebrare i propri riti e sviluppavano commerci per l’importazione di prodotti dei Paesi di origine.

Anche per quanto riguarda la stretta contemporaneità, gli autori sfumano interpretazioni consolidate, mostrando in particolare che all’aumento esponenziale degli arrivi dall’estero, a partire dagli anni ottanta del Novecento, non ha fatto riscontro un’interruzione dei flussi in uscita dalla penisola: gli italiani hanno continuato ad emigrare, soprattutto dalle regioni meridionali. È una mobilità diversa da quella del passato, in cui spicca il dato del livello di istruzione dei nuovi emigranti, che sono laureati o diplomati in percentuali elevate (oltre il 70 per cento complessivo nei paesi asiatici, ad esempio). In tal senso, molte partenze dall’Italia si iscrivono in uno dei filoni delle attuali migrazioni internazionali, caratterizzato da alte qualifiche e attratto dalle possibilità offerte dal capitalismo globalizzato.

Paradossalmente (o forse no), le classi dirigenti del Paese, più che preoccuparsi di mantenere vincoli e sfruttare il potenziale culturale ed economico rappresentato dagli italiani che si spostano oggi dentro e fuori dall’Europa, sembrano interessate a preservare il valore identitario e simbolico (in verità più presunto che reale) del nostro lontano passato emigratorio. Lo dimostra la riforma della legge sulla cittadinanza del 1992, che ha ribadito il principio dello ius sanguinis, per cui possono chiedere il passaporto italiano persino discendenti di emigrati partiti nell’Ottocento che mai hanno messo piede in Italia. Una scelta politica anacronistica, segnalano Corti e Sanfilippo in chiusura del volume, che nega la realtà – in Italia il 6, per cento della popolazione è straniera – e danneggia il Paese, ostacolando l’integrazione degli immigrati e dei loro figli che vivono e lavorano da noi.

Federica Bertagna

 

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