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Matteo Pretelli, La via fascista alla democrazia americana. Cultura e propaganda nelle comunità italoamericane

Viterbo, Sette Città, 2012, pp. 118, € 12.

 

A sette anni dalla sua discussione come tesi di dottorato presso l’Università di Trieste questo lavoro trova spazio in sede editoriale. Nel tempo trascorso da allora Pretelli ha dato alle stampe numerosi altri contributi di storia delle migrazioni italiane sotto forma di saggi e volumi e si è confrontato con la più avanzata storiografia nazionale e internazionale. Forte di queste esperienze, ha approfondito la tesi soprattutto dal lato metodologico e concettuale, inserendola pienamente nel crescente dibattito sulla cosiddetta «diplomazia culturale».

Obiettivo del libro è «delineare il progetto culturale di Mussolini negli Stati Uniti» (p. 19). Pretelli innesta la sua ricerca nel solco aperto sin dagli anni settanta da Gian Giacomo Migone e poi, alle soglie del xii secolo, dal lavoro pionieristico di Stefano Luconi sulla «diplomazia parallela» fascista; lavoro proseguito, almeno per quanto concerne gli Stati Uniti, dallo stesso Luconi e da Guido Tintori. Vi aggiunge l’originale contributo di concentrare l’attenzione sul tema dell’insegnamento della lingua italiana, individuato dal fascismo come uno dei canali privilegiati per organizzare politicamente la «diaspora» dal nostro paese, facendone elemento di pressione sull’opinione pubblica e sulle istituzioni statunitensi e al tempo stesso salvaguardando e anzi rafforzando il «vincolo con la madre patria» dei migranti e in specie delle più giovani generazioni (p. 18).

Su queste ultime e sulle sfide che esse ponevano per la politica fascista, strette com’erano fra le tradizionali famiglie patriarcali e gli emergenti modelli consumistici che spingevano all’emancipazione personale e sessuale, si sofferma il capitolo d’apertura. Esso ricostruisce il progressivo delinearsi di tale politica, non senza contraddizioni, come mostra negli anni venti la tensione fra l’esigenza dello stato fascista di mantenere buone relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e le attività decisamente radicali delle sezioni d’oltre oceano del partito fascista, dal 1925 riunite nella Lega Fascista del Nord America. In questo percorso – segnato dalla decisione del duce di sciogliere le troppo aggressive sezioni fasciste nel 1929, onde evitare guai con le autorità statunitensi e col montante nativismo dell’opinione pubblica wasp – la questione scolastica e della lingua emerge ben presto come sede cruciale ove combattere la complessa battaglia per rendere gli italiani «compatibili» con la liberaldemocrazia statunitense e al tempo stesso esaltarne la «nazionalità» di marca fascista, ma senza urtare la suscettibilità del paese ospite.

Su questo terreno, mostra bene Pretelli nel secondo capitolo, lo sforzo diplomatico fascista si incontra con l’opera dei prominenti e della stampa etnica, riuniti attorno all’Order Sons of Italy in America (osia), le cui posizioni coincidono con quelle del regime al punto che nel 1932 «Mussolini promosse ufficiosamente l’Ordine come rappresentante del partito fascista d’oltre oceano» (p. 40). Si disegna allora un reticolo di società civile italoamericana attraverso il quale il fascismo cerca di agire, che va dalla Casa Italiana prezzoliniana presso la Columbia University, all’Educational Bureau, formatosi presso la stessa Casa a opera del noto insegnante di East Harlem, e simpatizzante fascista, Leonard Covello (su cui Pretelli, per un giudizio più completo, avrebbe però dovuto ricordare il lavoro di Simone Cinotto), alle scuole religiose cui il regime si affida informalmente, specie dopo i Patti Lateranensi, alla Società Nazionale Dante Alighieri, sottoposta dal 1931 a un processo di fascistizzazione e sostenuta dal regime presso quelle Little Italies sulle quali aveva fino a quel momento esercitato una presa alquanto ridotta. Pretelli si muove con grande disinvoltura in questi meandri, così come legge con acume, nel terzo capitolo, i programmi didattici delle scuole italiane. Né manca di sottolineare, nel quarto e ultimo capitolo, le ambiguità del regime e i suoi sforzi di «evitare che gli strumenti di diffusione della nostra cultura apparissero come strumenti della politica del Governo italiano» (p. 86) o le difficoltà dei rapporti con le organizzazioni naziste e le paure italiane che «le pesanti critiche che venivano rivolte» nei confronti degli estremisti tedescoamericani mettessero «a repentaglio anche il locale movimento fascista italiano» (p. 94).

Il libro si chiude con un giudizio negativo sugli esiti della campagna pro-lingua italiana orchestrata dal regime, sullo sfondo di un progressivo drastico ridimensionamento dei suoi sforzi, con l’accrescersi delle tensioni internazionali. Come tutte le ricerche originali, il lavoro sollecita approfondimenti di indagine in numerose direzioni. Intanto sarebbe interessante seguire più da vicino il passaggio dalle iniziative propagandistiche e di pressione della guerra e dell’immediato dopoguerra a quelle successive. In secondo luogo, bisognerebbe vedere gli eventuali rapporti fra le iniziative trattate da Pretelli e momenti topici, e forse non adeguatamente esplorati sinora in tutta la loro pregnanza, della presenza fascista negli Stati Uniti come la partecipazione alle grandi esposizioni internazionali degli anni trenta. In terzo luogo, viene da interrogarsi sulle concrete dinamiche esistenti fra l’«americanismo fascista», cui Pretelli accenna sulle orme di Emilio Gentile, e l’interesse e il favore manifestato da segmenti dell’opinione pubblica statunitense nei confronti dell’Italia fascista. Tutte domande, queste, che, è bene ricordare, solo un lavoro ben congegnato e stimolante come questo di Pretelli ci consente di sollevare.

 

Ferdinando Fasce

 

 

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