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Marisa Fenoglio Il ritorno impossibile

Roma, Nutrimenti, 2012, pp. 172, € 15.

Ora con pacata lucidità analitica, ora con superiore sorriso ironico, ora con intense investigazioni di una memoria mai arresa, Marisa Fenoglio disegna il percorso di un altro dove lungo l’esperienza ormai più che cinquantennale che la portò giovane sposa, nel 1957, nel cuore della Germania. Le tappe per arrivarvi sono state controverse, difficili, costellate di dubbi e di moti pendolari tra l’impegno nella nuova realtà e il tarlo doloroso della nostalgia. Il marchio autobiografico, che già era stato così produttivo nell’originale opera narrativa del fratello maggiore Beppe, ha lavorato in profondità anche nella coscienza di Marisa, posta di fronte al passo decisivo della sua vita. Il carattere della sua letteratura è, infatti, incontestabilmente testimoniale se si guarda ai suoi libri pubblicati dal 1997 ad oggi, tra i quali spiccano Casa Fenoglio e Vivere altrove (entrambi da Sellerio). Ma questa testimonialità è sorretta da una consapevolezza e da un piacere della scrittura che vanno ben al di là di un vivace affresco di epoche e di persone, questo proprio perché tutto è come più arricchito dal confronto tra il prima e il dopo di una cesura incolmabile.

La distanza degli spazi e la divaricazione dei tempi sono risarciti dal possesso ormai pieno di ciò che è successo, dall’acquisizione di una forza morale che non rifiuta mai l’onda di sentimenti ancor vivi, tutti convocati alla festa del ricordo. Il ritorno impossibile, che ora pubblica Fenoglio, ha il sapore giustamente drammatico di una constatazione che è un po’ il bilancio degli altri due libri citati, o forse ne è il terzo elemento dialettico di sintesi. Da dove veniamo, quale dove abbiamo assunto, quale altro dove abbiamo elaborato, ecco disteso in tre movimenti il senso di un destino, la capacità di accettarlo, la necessità di trasmetterlo in eredità agli altri con la saggezza di chi non ha smarrito la sua strada.

L’Italia? Le Langhe? Alba? Ritornano tutte in Marisa Fenoglio come dimensioni nutrienti modificatesi nel tempo, impercettibilmente passate a un’altra epoca che non coincide più con l’infanzia e la giovinezza. Negli strati profondi di quelle strade, di quei campi, di quei muri c’è l’immagine di ieri, ma gli occhi ora ne vedono una parvenza diffratta in più prospettive, smerigliata da un vetro protettivo. Scrive l’autrice a pagina 94: «Parlavo, raccontavo in un tedesco spigliato, affettuoso, che quasi mi mimetizzava, mi faceva una di loro, ma mi allontanava di secoli da quella che fui. Ero combattuta tra il piacere di raccontare e lo snaturamento linguistico del ricordare». Essere bilingui, bilocalizzati e dislocati, e così tornare a casa raccontandola stranamente agli altri, come se si trattasse di una cosa soltanto oggettiva e invece così intimamente vissuta. Come Beppe, anche Marisa ha avuto la sua chiamata alla scrittura per un’esigenza incontenibile: il primo a testimoniare la tragedia infinita della guerra, la seconda ad attestare un cambio di stato esistenziale. Entrambi, si direbbe, per salvare la propria identità, la dignità umana, quella «bellezza» italiana invidiata tanto dai tedeschi, Ferne Geliebte, amata da lontano: invertendo praticamente le parti, Beppe a combattere come un soldato di Cromwell contro la Germania, Marisa a dover naturalmente e in fin dei conti amare la Germania.

Dice un verso citato dalla scrittrice: «Ciò che hai così tanto amato non lo devi più rivedere». Insieme al marito, la protagonista del racconto acquista una villetta nei luoghi d’origine. Ci vivono di tanto in tanto, ricevendo amici e parenti. Ma non dura che undici anni, la lunga tesa oscillazione tra due realtà, non essendo più sostenibile. Il passato si è ormai armonizzato col presente, ha formato un altro dove, in cui un’altra primavera, diversa ma ugualmente sorridente, ha deciso di piantare la bandiera di una nuova patria, felice di indicare il mondo in italiano e in tedesco, la lingua degli avi e quella dei nipoti che ora giocano giulivi al Viktoria-Luise-Platz della riunificata Berlino.

 

Sergio D’Amaro

 

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