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Marco Portaluppi, Tra l’Appennino e l’America. Una rete di affari lungo il XIX secolo

Reggio Emilia, Edizioni Diabasis, 2011, pp. 114, € 15.

Lo studio di Marco Portaluppi si inserisce nel progetto di ricerca del Centro Internazionale Studi Emigrazione Italiana di Genova (cisei), che nel 2005 ha dato vita alla collana «Dal porto al mondo», diretta da Antonio Gibelli, di cui Tra l’Appennino e l’America costituisce il quinto volume. Il cisei ha come finalità principale quella di preservare la memoria dell’esodo italiano, costituire banche dati, stimolare la riflessione sui temi dell’immigrazione, sia passata che presente. In questo contesto, il libretto di Portaluppi costituisce un contributo di storia locale, se non addirittura familiare.

L’attenzione dell’autore si focalizza sull’area di Genova, che costituisce da decenni un osservatorio privilegiato per lo studio dei flussi transnazionali e dei contatti tra Vecchio e Nuovo mondo, in quanto porto di primaria importanza e base di partenza di molte migrazioni transatlantiche. In particolare, Portaluppi ha studiato la realtà di Borzonasca, un Comune dell’entroterra appenninico, tra Genova e Chiavari.

L’apporto più significativo di questo studio, condensato in poco più di un centinaio di pagine, è quello di aver parzialmente confutato la diffusa convinzione che si debba necessariamente aspettare la fine dell’Ottocento per considerare l’emigrazione verso gli Stati Uniti come un fenomeno di massa, oltre a presentare un caso studio che ribadisce la prevalente provenienza settentrionale dell’esodo italiano preunitario. In Liguria, infatti, i flussi migratori assunsero una consistenza di un certo rilievo anche prima dell’unificazione nazionale. Spinta dalla fame, dalla povertà o dall’aspirazione a guadagni maggiori, la popolazione del genovese già a partire dai primi anni dell’Ottocento dette vita a vere e proprie diaspore, per utilizzare la terminologia di Donna Gabaccia nel volume Emigranti. Le diaspore degli italiani dal medioevo a oggi (Einaudi, Torino, 2003), citato varie volte nello studio di Portaluppi. Con questa ricerca, iniziata con una tesi di laurea, vengono portate alla luce le carte del Fondo Zanone, di cui alcune copie fotostatiche sono riprodotte alla fine di ogni capitolo, conservate presso l’Archivio Ligure della Scrittura Popolare di Genova. Il fondo prende il nome da un abitante di Sopralacroce, frazione di Borzonasca, a cui sono indirizzate la maggior parte delle corrispondenze raccolte: Giovanni Battista Zanone, personaggio-chiave intorno a cui ruotano amici e parenti trasferitisi negli Stati Uniti a partire della svolta del secolo. Zanone era un contadino particolarmente intraprendente, che si occupava delle proprie terre e, per procura, delle proprietà e degli interessi dei parenti e degli amici emigrati oltreoceano, dai quali riceveva periodicamente istruzioni e consigli su come sfruttare al meglio i campi coltivati.

Dallo studio di Portaluppi emergono vari elementi di riflessione non necessariamente storiografica. Uno è quello della nota questione identitaria, ovvero la difficoltà dei migranti di considerarsi italiani, anche nella fase successiva all’Unità, per sentirsi legati se mai agli stati regionali. Un altro è quello linguistico, con lo studio approfondito del livello di scolarizzazione dei «proto-immigrati» (pp. 103-08), come definiti dallo stesso autore. Il bagaglio culturale che gli immigrati si portarono negli Stati Uniti, da Chicago a St. Louis non era irrilevante, per quanto modesto e fortemente legato alla sub-cultura locale genovese. Gli abitanti di Sopralacroce generalmente sapevano scrivere, probabilmente anche grazie alla scuola parrocchiale. Il confine tra letterati e illetterati, tra scriventi e non scriventi, era comunque molto meno marcato di quanto di solito si tenda a pensare.

Le partenze dei cittadini della provincia genovese sembravano avere come scopo primario quello economico. Da un lato, quindi, c’era la volontà di incrementare i guadagni che, in un secondo tempo, sarebbero stati investiti in patria. Dall’altro, esisteva un forte desiderio di riscatto con l’avviamento di attività imprenditoriali di successo soprattutto nel Mid West e in California. Fu questo il caso del cugino di Giovanni Battista, Agostino G. Boggiano, di cui è attestata la presenza a Chicago a partire dal 1879. Agostino rappresenta «lo stereotipo dell’emigrante realizzato, che ha trovato “la Merica”» (p. 58) – come scrive Portaluppi – , un fruttivendolo che divenne il presidente di una fabbrica di maccheroni, che spediva in Liguria ogni anno doni e soldi e colpiva l’immaginario dei parenti rimasti a casa, inducendoli a sognare di poter ottenere anche loro le sue fortune sull’altra sponda dell’Atlantico. Oltre all’esperienza di Agostino, a testimoniare il continuo contatto epistolare tra i familiari sulle due sponde dell’Atlantico, ci sono descrizioni dettagliate, per esempio, per richieste di braccia conosciute per opportunità di lavoro o tentativi di dissuasione dal partire quando le condizioni economiche e sociali non si presentavano favorevoli.

Leggere i dettagli della vita personale di questi italiani, i loro problemi, i loro dissapori familiari – dovuti talvolta a mancati interessi o rendiconti poco chiari dei beni amministrati – fino al desiderio di vendere tutte le proprietà in patria per stabilirsi definitivamente oltreoceano, contribuisce ad avvicinare il lettore, non necessariamente accademico, alla vita e all’esperienza spesso traumatica dell’immigrato.

Dal punto di vista metodologico, questo libro rappresenta un passo verso il bilanciamento degli studi sui rapporti tra Italia e Stati Uniti, contraddistinti finora da una letteratura piuttosto sviluppata per quanto riguarda la seconda metà dell’Ottocento, a fronte invece di una carenza di ricerche sul primo cinquantennio del secolo, se si escludono alcuni studi sugli esuli risorgimentali o la monografia di Richard N. Juliani sulla formazione della comunità italoamericana di Filadelfia (Building Little Italy. Philadelphia’s Italians Before Mass Migration (University Park, Pennsylvania State University Press, 1998). Manca nel lavoro di Portaluppi, tuttavia, il riferimento al contesto storico in cui le vicende che ruotano intorno a Zanone ebbero luogo. Sarebbe stato, infatti, opportuno collocare le storie personali e familiari di una realtà locale e la rete di rapporti intrattenuti con i compaesani emigrati all’estero, nel quadro più ampio dei moti per il Risorgimento nazionale e delle tappe più salienti che hanno segnato l’Ottocento.

 

Lucia Ducci (University of Massachusetts, Amherst)

 

 

 

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