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Carmine Abate, La collina del vento

Milano, Mondadori, 2012, pp. 260, € 17,50.

Da Tra due mari a La moto di Skanderbeg, da La festa del ritorno a Il mosaico del tempo grande lo scrittore di origine calabrese Carmine Abate persegue la strada fedele di un ritrovamento, di un ritorno. Sa bene cosa significa allontanarsi, emigrare, entrare in contatto con un altro universo, lui che è stato per alcuni anni in Germania e ne ha tratto esperienze di studio e di riflessione. E sa altrettanto bene cosa significa oscillare tra due realtà, rimanere irretito nel limbo di una scelta impossibile, tradire alcune promesse ritenute importanti. Quando l’oblio sembra aver steso la sua nebbia anestetica su una vita che galoppa verso il futuro, ecco che basta un antico sentore di passato, un’antica immagine di terra primigenia per risvegliare un intero continente di ricordi, con cui la coscienza ora vuole misurarsi, anzi non si trattiene più, esige risposte e magari il racconto di una lunga vicenda.

Nell’ultimo romanzo di Abate, La collina del vento, la memoria si distende ad abbracciare un secolo di storia familiare intrecciata con la storia più grande e disegna in cornici di riflessione che si staccano dalla linea narrativa la presenza di un sé tutto inteso a capire la filigrana delle epoche, la distanza degli eventi, il coinvolgimento emotivo mescolato alla razionalità di una spiegazione. Perché si torna indietro, perché la creatura umana è così impegnata nel salvaguardare un’eredità e un’evoluzione? La strada percorsa da Abate sembra quella di tutte le generazioni che si sono guadagnate un ruolo distinto nel mondo, ma che sono insoddisfatte della lunga traiettoria che ha portato specialmente le genti dell’Italia Meridionale a una faticosa traversata di terre e continenti diversi, ritrovandosi poi in una dimensione globalizzata, non meno inquietante della solitudine del loro microcosmo d’origine.

La famiglia raccontata dall’autore è quella, autobiograficamente travasata, degli Arcuri della terra di Rossarco, affacciata sugli splendidi scenari della Calabria ionica. Bisnonno, nonno, padre del più giovane Rino si danno il testimone da un decennio all’altro del Novecento, confrontandosi con la prepotenza del secolare latifondo, con la rigidità del regime fascista, con i drammi dell’ultima guerra, con le contraddizioni del nuovo capitalismo. Uno dei fuochi del lungo racconto, in cui si può scorgere la mano felice di un rinnovato Verga, di un Pavese o di uno Steinbeck, ruota attorno alle ricerche del famoso archeologo Paolo Orsi, convinto di aver intuito sotto il suolo pieno di rosse sulle del Rossarco, le vestigia della mitica città di Krimisa. L’indagine avviata da Orsi diventa l’altra faccia dell’itinerario di Rino, deciso a ricostruire per generosi affreschi le ragioni che lo hanno portato a quella temeraria sfida della memoria. In fondo, tutto quel viaggiare, indagare, scoprire non porta forse alla casa delle origini, a una patria, e ancor più matria, capace di essere dissepolta e di rivelare la validità di una radice, l’insostituibilità di uno spazio interamente proprio?

Abate è un attento muratore del suo edificio. Usa una lingua piana, franca, ricca dell’humus linguistico della sua terra, riassaporando nelle parole scolpite dal martello del dialetto la consistenza vitale di un popolo e la sua stessa fragilità, la sua esposizione a un’altra eventuale scomparsa. Il finale del romanzo, in cui un’ennesima alluvione travolge un fianco della collina mettendone a nudo gli strati profondi e le pietre cercate da Orsi, vuol essere un monito e un’epifania, una conferma e un’apocalisse. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro, se nel crollo di un mondo si può scorgere la continuità delle generazioni e la fede nei valori della terra che ci ha generato.

Sergio D’Amaro

 

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