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Agostino Bistarelli, Gli esuli del Risorgimento

Bologna, Il Mulino 2011, pp. 370, € 30.

Assieme ai molti eventi celebrativi promossi in occasione della ricorrenza dei centocinquant’anni dell’unificazione del nostro paese, si è registrata una significativa ripresa di interesse scientifico sul tema del risorgimento, che non ha trascurato il tema dell’esilio. L’esigenza di tornare a interrogarsi sull’esperienza dell’esilio ottocentesco si è nutrita degli importanti apporti storiografici pubblicati nell’ultimo decennio, dedicati alla narrazione del risorgimento e alle sue immagini, all’analisi della genesi e dell’elaborazione dei suoi miti e degli eroi, all’idea di nazione che si è andata elaborando e alla sua costruzione sociale. Anche l’accoglienza – assai graduale e limitata – che la storiografia italiana ha offerto alla ricerca sui movimenti migratori ha contribuito a generare una nuova fase di indagine sul tema. Lo studio di Bistarelli giunge quindi opportuno e con intenti ambiziosi, confortati da un solidissimo impianto documentario e da un’accurata discussione metodologica. All’esordio di questa presiede l’illustrazione del quadro storiografico in cui si colloca la ricerca. In tale quadro, alla monumentalizzazione dell’esilio come luogo del martirio dei padri della patria, si è accompagnata una certa reticenza dell’indagine storiografica, caratterizzata, a suo giudizio, solo da tasselli, «parziali, se pur rilevanti», fra i quali, come particolarmente utile, viene indicata la raccolta di biografie pubblicata da Scioscioli nel 1937.

Diviso in due parti, il libro affronta nella prima l’esilio del 1821, inseguito nella sua destinazione principale, la Spagna del Trienio constitucional, e nei percorsi del ritorno. Nella seconda parte, dal titolo Verso l’Unità e divisa nei due capitoli Colonie e Comunità politiche, sono invece analizzati alcuni esempi di colonizzazione scaturiti dall’esilio, e viene tratteggiato il lacerante dibattito che divise i combattenti per l’unificazione politica della penisola in merito alle modalità per realizzarla e alle forme istituzionali che il nuovo stato avrebbe dovuto assumere. Nelle corpose conclusioni finali, infine, l’autore indica alcune tipologie di percorsi che sembrano poter emergere dall’esperienza dell’esilio, costruite soprattutto sulla base di quello che egli definisce come il suo «campione spagnolo», vale a dire quel primo contingente di esuli che per primi dovettero abbandonare il paese nel 1821.

Per analizzare questo gruppo di esuli viene adottato un approccio prosopografico, indicato come lo strumento più efficace per fornire la risposta al problema posto dall’esperienza degli esiliati come comunità, creata dalla condizione liminare dell’allontanamento, pur vissuto con differenti modalità da individui di diversa provenienza geografica e sociale. Grazie a tale scelta metodologica la composizione degli esuli è ricostruita appunto nei suoi aspetti quantitativi, che forniscono un contingente di circa 850 individui. Nei loro confronti, attraverso l’utilizzo di un Data Base Management System, è stato possibile all’autore ricostruire la professione, la provenienza geografica e le destinazioni, giungendo a identificare nel «territorio, economia e formazione, lo sfondo delle vicende biografiche dei nostri esuli e le loro reti». Tali vicende conducono per una parte consistente di essi verso la Spagna, destinazione privilegiata sulla base della fascinazione esercitata dalla Costituzione di Cadice e dalla guerra per l’indipendenza, il cui carattere di lotta di popolo, condotta per bande, avrebbe trovato in Carlo Bianco di Saint Jorioz il massimo estimatore e teorico. La sconfitta del 1823 e l’abbandono della Spagna furono il preludio di quello che viene indicato come secondo esilio, in Francia e in Gran Bretagna, in Oriente e nel nuovo mondo, ma anche nei paesi del Mediterraneo. In particolare fu la lotta per l’indipendenza combattuta in Grecia ad attrarre alcune decine di esuli nel corso degli anni venti, nell’ambito di un movimento filoellenico che attraversò l’Europa del tempo, recentemente ricostruito nelle sue valenze culturali e politiche da Maurizio Isabella. Particolarmente utile è il capitolo dedicato alle modalità del ritorno degli esuli, reso possibile da provvedimenti di amnistia, di conversione della pena capitale in periodi di detenzione che parvero preferibili al bando perpetuo, e anche da pentimenti e richieste di perdono al sovrano. Successivamente al 1848 furono all’opera i programmi di arruolamento del Regno di Sardegna, che da terra di partenza per l’esilio si convertì in luogo di accoglienza.

I differenziati percorsi dell’esilio, affrontati nella seconda parte del volume, offrono alcune vicende esemplari della varietà di esperienze scaturite dalla partenza: dagli esperimenti agricoli condotti in Asia minore dalla principessa Cristina Trivulzio, in fuga dopo il crollo della repubblica romana, alle colonie fondate in Brasile dal gruppo dei deportati romani del 1837, fino al dibattito serrato che coinvolse gli esuli sparpagliati fra le capitali europee e il Piemonte. Più che i percorsi geografici, sono quelli intellettuali che hanno posto interrogativi ai quali Bistarelli cerca di offrire risposte che tengano conto anche delle ultime sollecitazioni poste alla ricerca storica da versanti diversi, compreso quello cinematografico, direttamente evocato in riferimento al film di Martone Noi credevamo. A tale proposito, alla contrapposizione tra rivoluzione e pragmatismo e alle categorie di tradimento e trasformismo, tradizionalmente adoperate per spiegare le dinamiche del risorgimento italiano, l’autore sembra propendere per un’interpretazione, proposta anni fa da Gilles Pécout, che ipotizza piuttosto un incontro tra élites moderate e democratiche, che avrebbe anche facilitato il reinserimento nella vita nazionale di una parte consistente degli esuli. La ricostruzione più convincente è tuttavia quella dei percorsi e delle parabole esistenziali del gruppo dei esuli del 1821 approdato nella Spagna del Trienio e poi incamminato su sentieri diversificati, scelti sulla base di convinzioni ideali, ma anche e soprattutto di opportunità e legami interpersonali. In tal modo, viene con grande efficacia dimostrato il funzionamento di una vera e propria catena migratoria professionale, legata alla specificità del mestiere delle armi. Essa avvia, ad esempio, alcuni a combattere per l’indipendenza greca, ma induce anche altri, appunto per le opportunità offerte dalla carriera militare, ad arruolarsi nelle formazioni militari dell’impero ottomano, impegnate a fronteggiare i combattenti per l’indipendenza ellenica. Più frettolosa e, per gli storici dell’emigrazione, meno convincente, è certo la seconda parte, in cui i tanti approdi dell’esilio risorgimentale sono tratteggiati lasciando molti vuoti. Anche il dibattito politico sul progetto istituzionale del paese che lottavano per far nascere e che per decenni contrappose gli uni agli altri fra gli esuli, risulta ripercorso in modo forse un po’ riduttivo.

Alla domanda su cosa il lettore possa apprendere dell’esilio risorgimentale da questa ricerca si può tuttavia rispondere che le acquisizioni sono copiose e importanti. Il libro permette infatti per la prima volta di tracciare una biografia collettiva del contingente degli esuli del 1821 che si diresse in Spagna, che viene seguito nelle successive complesse traiettorie sulla base di un’abbondante documentazione sia archivistica sia memorialistica. Tale operazione di prosopografia permette in primo luogo di aprire significativi approfondimenti nella direzione di una storia sociale dell’esilio finora mai tentata. Su tale base essa consente anche di delineare una convincente galleria di figure paradigmatiche: il militare (quello su cui si addensano maggiormente le informazioni), il politico, l’intellettuale, con esperienze esistenziali, progetti e esiti individuali assai divergenti, pur scaturendo dalla sventura comune.

 

Patrizia Audenino

 

 

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