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Susanna Iuliano ,Vite Italiane. Italian Lives in Western Australia

Crawley, W.A., University of Western Australia Press, 2010, pp. 210, $ 29,95.

La centenaria presenza italiana in Australia occidentale è oggi testimoniata, oltre che da numerose contaminazioni culturali che riguardano l’architettura, la musica e la cucina, da una comunità che conta più di 200.000 membri nati in Italia, che parlano ancora oggi italiano in ambiente domestico e ne fanno la seconda lingua più diffusa nella nazione dopo l’inglese, e da circa 500.000 loro discendenti, i cosiddetti italoaustraliani. Il carattere italiano è così un fattore identitario all’interno della società australiana e il segno di un legame ancora forte con i territori italiani da un punto di vista etnico-culturale.

Già dalla fine dell’Ottocento, in corrispondenza con la grande ondata migratoria che vide partire molti dei nostri connazionali in cerca di lavoro e di una migliore qualità di vita, gruppi sempre più numerosi di italiani si imbarcarono alla volta dell’Australia attratti dalle opportunità di lavorare nel settore della pesca e dell’agricoltura e dalla corsa all’oro. Inizialmente gli italiani si insediarono nelle aree rurali del sud-ovest. A partire dagli anni trenta del Novecento, molti di questi immigrati si trasferirono nell’area metropolitana di Perth dove, con la fine della Seconda guerra mondiale, si ebbe una nuovagrande ondata di arrivi e conseguenti ricongiungimenti familiari.

Non esiste a tutt’oggi una documentazione archivistica ampia che permetta di ricostruire con precisione le tappe dell’insediamento italiano in Australia, né le vicende che caratterizzarono l’integrazione di questo popolo in una nazione tanto lontana quanto diversa. Merito di Susanna Iuliano, la ricercatrice che ha dedicato la sua attenzione negli ultimi anni alla storia dei flussi migratori in Australia e al multiculturalismo, è quello di aver raccolto più di 200 testimonianze orali offerte da italiani di prima generazione residenti in Australia. Esse costituiscono la fonte primaria del progetto che ha permesso la pubblicazione di questo volume e, ancor più, di dare voce ad una generazione di italiani che per motivi anagrafici va sempre più assottigliandosi. Iuliano ha trascritto i vari racconti personali, cercando di rintracciare e di sottolineare i tratti comuni dell’esperienza degli immigrati italiani: le loro origini, il lungo viaggio, l’arrivo, la ricerca del lavoro e la volontà di mantenere le tradizioni e i rituali della vita nelle famiglie italiane.

Come riporta Iuliano nella breve introduzione, in seguito alle misure prese dagli Stati Uniti negli anni venti del Novecento per limitare gli ingressi degli immigrati secondo quote nazionali prestabilite, molti italiani – soprattutto quelli            provenienti dalle regioni più depresse economicamente della penisola, come Calabria, Sicilia e Abruzzo – trovarono in Australia una meta alternativa. Tra i due conflitti mondiali furono circa 14.000 gli italiani, prevalentemente maschi, che raggiunsero le coste occidentali dell’Australia. Di questi, tuttavia, solo pochi si insediarono permanentemente; la maggior parte invece fece rientro in Italia dopo qualche periodo con risparmi da investire nella terra o per finanziare altri viaggi. I governi liberali tesero a considerare l’emigrazione come una valvola necessaria ad alleviare il peso delle masse di disoccupati, generate dalla crisi in seguito alla Prima guerra mondiale, che una volta giunti a destinazione solitamente contribuivano all’economia della penisola con le loro rimesse. Durante il fascismo, invece, si assistette a una netta inversione di tendenza, in quanto il regime si convinse che l’emigrazione drenasse forza vitale alla nazione. Al termine della Seconda conflagrazione mondiale poi, si tornò a considerare l’emigrazione come un male dovuto e una panacea per la crescente inflazione. All’epoca si contavano poco più di 5.000 italiani residenti stabilmente in Australia, ma nel giro di pochi anni la presenza italiana crebbe costantementefino a raggiungere la quota di 30.000 residenti nei primi anni settanta, con una sempre maggiore presenza femminile.

Dal punto di vista del governo australiano, gli italiani erano poco tollerati (non a caso vennero ribattezzati «dings», cioè cani selvatici), ma necessari all’economia in crescita. Gli italiani erano talvolta emarginati, vittime di pregiudizi e usati come «capri espiatori» per le tensioni politiche e i periodi di incertezza economica, come dimostrano gli episodi delle drammatiche rivolte di Kalgoorlie nel 1934, nelle vicinanze di Perth, quando molti lavoratori australiani e i loro sindacati si ribellarono violentemente contro gli italiani, che erano abituati ad accettare condizioni di lavoro più disagevoli e paghe più basse rispetto ai loro concorrenti australiani. Tre italiani persero la vita in quella sommossa. Pochi anni dopo, si registrarono altri casi di discriminazioni e razzismo, come menziona Iuliano, nei bacini auriferi del sud e, durante la Seconda guerra mondiale, quando alcuni italiani furono addirittura internati in campi di detenzione in quanto cittadini di uno Stato nemico.

Nonostante vari episodi xenofobi a danno degli italiani, la loro integrazione nella società australiana fu tutto sommato rapida, se paragonata all’esperienza degli Stati Uniti, anche per ragioni legate ai grandi spazi territoriali e alla grande necessità di braccia da lavoro.

Al contempo, nei rapporti tra gli italiani in Australia e i loro parenti in Italia si diffuse quel tipico mito dell’immigrato, avvalorato da una regolare corrispondenza epistolare e dall’invio di fotografie, che aveva un doppio scopo: da un lato, persuadere le famiglie lontane che uno di loro aveva avuto successo nella società di accoglienza e, nonostante fosse partito con pochi spiccioli, era stato capace, in alcuni casi, di costruire piccoli imperi grazie al suo grande spirito di imprenditorialità; dall’altro, per auto-convincersi che gli enormi sacrifici avevano dato dei frutti e per considerarsi da esempio per nuove partenze.

Tra i pregi di questo volume sono da annoverare le numerose foto d’epoca degli immigrati e dei loro paesi d’origine. Nella parte finale, inoltre, Iuliano fornisce una ricca serie di dati e statistiche sulla presenza italiana in Australia. Sarebbe stato forse opportuno contestualizzare i racconti degli immigrati in un quadro storico più approfondito, sia italiano che australiano, dell’arco temporale tra la fine dell’Ottocento e gli anni settanta del Novecento per conferire ancora maggiore spessore alle testimonianze e per offrire un ulteriore contributo alla storia dell’emigrazione italiana in Australia. Iuliano ha preferito utilizzare il linguaggio del giornalismo d’inchiesta, più che quello della ricostruzione storica, per delineare un filone di studio che senza dubbio merita di essere approfondito ed esteso.

 

Lucia Ducci

 

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