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Giuliano Lapesa, Taranto dall’Unità al 1940. Industria, demografia, politica

Milano, LED, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Collana Il Filerete, Pubblicazioni della Facoltà di lettere e Filosofia dell’Università di Milano, 2011, pp. 274, € 32.

La ragione per cui la vicenda storica della città di Taranto, e della sua crescita urbana trainata a partire dal 1889 dalla presenza del più importante arsenale militare dell’Italia meridionale, riguarda a pieno titolo la storia delle migrazioni interne del nostro paese è presto detta: la città sperimenta fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e la vigilia della Seconda guerra mondiale il più importante incremento di popolazione di ogni altro centro urbano, superiore addirittura a quello di Torino o di Milano. Nel 1926 si calcolò che «facendo eguale a 100 la popolazione esistente nel 1871, l’indice di aumento di queste grandi città è rappresentato come segue: Taranto 375, Milano 330, Catania 314, Roma 301, Torino 238» (p. 117). La storia di questa città nel periodo successivo all’unificazione dell’Italia fu determinata da quella della nascita e dello sviluppo dell’Arsenale, la cui locazione venne decisa in base a logiche di strategia militare e coloniale, ma anche commerciale nei confronti della riva meridionale del Mediterraneo. La sua vicenda è quindi quella di una grande città industriale e per questo va accostata, come giustamente ricorda l’autore, a quelle di La Spezia e di Terni, la prima anch’essa sede di un importante arsenale militare mentre la seconda divenne, come è noto, un grande polo industriale siderurgico.

Divisa in due parti, la ricerca di Lapesa ricostruisce la vicenda dell’evoluzione della città pugliese dal punto di vista dello sviluppo economico provocato dalla scelta governativa di farne sede del più grande arsenale militare del Meridione e delle conseguenze sulla crescita urbana e demografica nella prima parte; mentre nella seconda si sofferma sulle caratteristiche del ceto dirigente cittadino e sulle politiche di espansione urbana proposte, discusse e attuate nei decenni considerati. Si tratta di un approccio esemplare, che, aprendo la ricerca con una descrizione storico-geografica dell’insediamento pugliese, mostra come la storia urbana possa e debba collocarsi all’incrocio fra varie discipline, dall’economia alla demografia, allo studio delle classi dirigenti, passando per la storia dell’urbanistica e delle istituzioni. In tale approccio l’autore riconosce esplicitamente nella prefazione il debito di riconoscenza scientifica che lo lega all’insegnamento di Anna Treves, e, attraverso di lei, a quelli di Lucio Gambi e di Bruno Caizzi, nella ricerca dell’intersezione fra discipline storiche e geografiche, coniugando i metodi e i risultati provenienti dalle differenti scienze sociali. Alla memoria di Anna Treves è infatti dedicato il volume anche da Paolo Inghilleri e da Guglielmo Scaramellini, a nome dell’intero Dipartimento di Geografie e Scienze Umane dell’Ambiente, dove si è svolto per un quarto di secolo il suo magistero.

La ricerca scaturisce da domande che non sono affatto di storia locale e la scelta del tema è illustrata a partire dagli interrogativi posti dalla crescita urbana e dai concomitanti fenomeni di modernizzazione che hanno investito i diversi territori italiani fra Otto e Novecento. Per tale motivo anche lo studio delle classi dirigenti non risulta in tale contesto un elemento accessorio, ma funzionale a uno studio delle trasformazioni dello spazio urbano, in particolare nel Meridione che intende interrogarsi, per citare le parole dell’autore «sui problemi e sui caratteri assunti dai processi di urbanizzazione nel nostro paese e sulle interdipendenze con i nodi cruciali della storia nazionale» (p. 14). Per rispondere a tali interrogativi Lapesa ha fatto ricorso a una vasta documentazione sia archivistica, nazionale e locale, sia relativa alle fonti a stampa fino alle descrizioni che di volta in volta hanno lasciato della città osservatori esterni e viaggiatori.

L’evento cruciale che ha condizionato l’intera storia della città fra Otto e Novecento, differenziandola da quella degli altri centri urbani del Salento, come Lecce e Brindisi, è indicato nella decisione governativa di farne sede dell’Arsenale della Marina militare, preferendola ad altre sedi anch’esse meridionali come Castellamare, Augusta, Siracusa e Brindisi, a causa di una collocazione geografica già valutata come di cruciale importanza strategica dallo stesso Napoleone Bonaparte. Tale decisione, a partire dal 1889, ha prodotto uno sviluppo industriale, demografico e urbano che ha tuttavia avuto costantemente la caratteristica di rendere la città dipendente da politiche e da forze economiche centralizzate, collocandola in una costante posizione eterodiretta, soggetta a logiche esogene rispetto agli equilibri economici e sociali dell’intero territorio.

In tale quadro, lo studioso dei fenomeni migratori trova tuttavia di particolare interesse il capitolo conclusivo della prima parte, dedicato appunto ai fenomeni di immigrazione nella città. Nei primi decenni di funzionamento dell’arsenale questo aveva prodotto un modesto impatto sulla composizione sociale e occupazionale della popolazione tarantina, a causa dei limiti nei finanziamenti, che avevano indotto a ridurre il progetto iniziale, e quindi della scarsa produzione cantieristica: una sola nave varata dopo quasi un decennio di attività. Furono l’apertura di un secondo cantiere navale, quello delle Officine Tosi di Legnano, incoraggiate all’iniziativa dalle facilitazioni offerte dalla legge del 1907 per le province meridionali, e l’incremento della produzione dovuto alla guerra che provocarono l’impatto demografico e urbanistico più vistoso. Questo fu tuttavia guidato dalle particolari esigenze dell’industria cantieristica, dove la manodopera locale non superò mai soglia del 30 per cento, e che invece per molte occupazioni specializzate funzionò da magnete per una quota consistente di addetti provenienti da altre regioni, e in particolare dagli altri poli cantieristici di Venezia e di La Spezia, ma anche da quello di Napoli.

Il carattere particolare dell’immigrazione provocata dall’attività dell’arsenale si riflesse, come illustra Lapesa, nella circostanza che, in concomitanza ai flussi migratori in entrata, si mantennero alti anche i flussi migratori in uscita, delineando una situazione di intensa fluttuazione demografica, giustamente accostata a quella sperimentata da altri centri industriali nello stesso periodo, come Sesto San Giovanni, recentemente indagata dalla bella e complessa ricerca di Francesca Sudati. Per delineare la mobilità della città pugliese l’autore si interroga sull’origine geografica degli immigrati, su cosa facessero nel luogo di partenza e su dove abbiano trovato impiego nel luogo di destinazione, per verificare come la percentuale di quanti arrivarono da altre regioni e in particolare dalla Campania e da quelle settentrionali sia stata nel tempo particolarmente alta: superiore al 36 per cento, a fronte di un 63 per cento di provenienza regionale. Tale carattere dell’immigrazione si riflesse nella circostanza che già nel primo decennio di attività dell’arsenale la manodopera specializzata giungeva per il 60 per cento da altre regioni. L’immigrazione proveniente dalla regione era invece quella meno qualificata e quella dove si affollavano maggiormente le componenti inattive, come donne, vecchi e bambini.

La crescita urbana produsse tuttavia, secondo le più generali dinamiche dell’urbanizzazione, anche la crescita dei ceti professionali, degli addetti al terziario e degli amministrativi. Sulla base di tali circostanze, già nel corso degli anni venti si verificò la situazione paradossale per cui la manodopera immigrata, che era anche quella più qualificata, continuò ad essere richiesta e assunta in deroga ad ogni disposizione varata per limitare le migrazioni interne, mentre quella locale, meno qualificata, andò a costituire una vasta massa di sottoproletariato urbano, sottoposto a tutte le fluttuazioni economiche cui era soggetta l’industria pesante. Questa fascia di popolazione si affollava nei vicoli della città antica, dove le sue condizioni di degrado erano talmente allarmanti che il prefetto che nel 1929 si incaricò di denunciarle a Mussolini fu prontamente destituito dall’incarico.

Ma l’interesse dell’autore, memore della lezione di Anna Treves, la studiosa che con maggiore rigore ha studiato le dinamiche delle migrazioni interne nell’Italia fascista e l’impatto della legislazione su di esse, è rivolto agli effetti della legislazione contro l’urbanesimo sui flussi migratori tarantini. Poiché l’economia e in definitiva lo sviluppo urbano e l’evoluzione dell’intera società di Taranto dipendevano interamente dalle sorti dell’industria cantieristica – e avrebbero continuato a farlo anche nel secondo dopoguerra – l’andamento dei flussi migratori rimase impermeabile all’introduzione delle leggi contro l’urbanesimo, e continuò per tutti gli anni trenta una inarrestabile fase ascendente.

 

Patrizia Audenino

 

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