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Gianpaolo Romanato, L’Italia della vergogna nelle cronache di Adolfo Rossi (1857-1921)

Ravenna, Longo Editore, 2010, pp. 452, € 30.

Già autore di monografie sulla storia dei veneti, Gianpaolo Roma-nato si propone di far «riscoprire» (p. 9) Adolfo Rossi, una figura poliedrica i cui scritti lasciarono una certa impronta tanto nel mondo politico italiano quanto fra gli emigrati delle Americhe.
Rossi fa parte di quei personaggi quasi mitici della fine dell’Ottocento, la cui vita fu così ricca da meritare di essere portata sugli schermi cinematografici. Nato a Valdentro nel 1857, ebbe infatti un percorso eccezionale che lo portò dalla provincia di Ro-vigo, dove iniziò la sua carriera come semplice impiegato postale, all’Argentina, dove morì nel 1921 mentre ricopriva la carica di ministro plenipotenziario del Regno d’Italia. Tale ascesa professio-nale fu il risultato delle scelte avventurose di Rossi, che lasciò a ventun anni il Polesine alla volta degli Stati Uniti senza progetto preciso, ma con la prontezza di cogliere le opportunità che gli si presentarono. A cambiare il corso della sua vita fu la proposta di diventare il caporedattore de «Il Progresso Italo-Americano», il neonato quotidiano newyorkese destinato a divenire un pilastro della stampa in lingua italiana negli Stati Uniti. Lo stesso Rossi narrò questa vicenda e altre storie in vari opuscoli autobiografici che ebbero un notevole successo in Italia: Naccociù, la venere italiana. Avventure degli emigranti al nuovo mondo (Roma, Perino, 1889), Un Italiano in America (Milano, Treves, 1892) e Nel paese dei dollari (Tre anni a New York) (Kantorowicz, Milano, 1893).
Le carte di Rossi, conservate all’Archivio di Stato di Rovigo, attestano l’intensità della sua attività giornalistica sia nei tre anni che rimase alla redazione de «Il Progresso», sia una volta tornato in Italia nel 1884. Infatti, da reporter instancabile e orgoglioso di aver adottato uno stile giornalistico americano, Rossi pubblicò migliaia di articoli sulle maggiori testate italiane, cercando di offrire al lettore un quadro obiettivo delle difficili condizioni in cui versavano gli emigrati italiani nelle Americhe, i contadini in Sicilia, le truppe italiane in Eritrea e così via. Dovunque si trovasse come inviato, Rossi si mostrò molto critico delle scelte del governo italiano e non esitò a condannarne pubblicamente gli orientamenti. Tuttavia tale atteggiamento non sembrò essere d’ostacolo alla sua carriera di-plomatica, iniziata dopo anni trascorsi al servizio del Commissariato Generale dell’Emigrazione, che lo condusse a rappresentare l’Italia nei consolati di Denver negli Stati Uniti, Santa Fe in Argentina e Asunción in Paraguay, per finire all’ambasciata di Buenos Aires.
In un’introduzione biografica di quaranta pagine che costituisce la prima parte del libro, Romanato ripercorre questo ricco itinerario, sottolineando «l’attualità politica» delle «fotografie dell’Italia» proposte da Rossi nei suoi innumerevoli scritti (p. 10). Il volume – di carattere antologico – si suddivide poi in quattro parti, ognuna delle quali riproduce in facsimile un rapporto steso da Rossi quando era ispettore del Commissariato Generale dell’Emigrazione: Condizioni dei coloni italiani nello Stato di S. Paolo del Brasile (1902), Le questioni del lavoro nell’Africa del Sud (1903), Per la tutela degli italiani negli Stati Uniti (1904) e Note e impressioni di un viaggio nel distretto consolare di Rosario (1914). Questi testi, originariamente pubblicati sul Bollettino dell’Emigrazione e oggi accessibili anche su Internet, sono ben noti agli studiosi dell’emigrazione, che li hanno abbondantemente usati per ricostruire l’esperienza degli italiani all’estero. Tuttavia la selezione fatta dall’autore è pertinente perché stimola il lettore a cogliere nella loro globalità le condizioni di vita e di lavoro degli italiani in Africa e nelle Americhe all’inizio del Novecento e rappresenta, dunque, un utile strumento per chi fa ricerca su queste tematiche.
Il volume non ha la pretesa di essere né una vera biografia (per la quale non basterebbero certo le quaranta pagine dell’introduzione) né un’antologia completa del lavoro di Rossi come pubblicista. Eppure, la scelta intermedia compiuta tra queste due possibili opzioni, per quanto giustificata dal titolo, costituisce uno dei limiti del libro. Infatti, a voler lasciare parlare l’opera di Rossi – della quale sono citati ampi brani anche nell’introduzione – si perde un po’ il quadro interpretativo. Non viene neanche completamente appagata la curiosità di chi vorrebbe approfondire la vita del giornalista dopo aver già letto il breve opuscolo di Antonio Cappellini (Adolfo Rossi. Memorie biografiche, Lendinara, Il Pilastrello, 1962), il saggio di Pier Luigi Bagatin («La grande emigrazione e il Polesine di fine Ottocento nella pubblicistica di Adolfo Rossi», in Chiesa e Società nel Polesine di fine Ottocento, a cura di Gianpaolo Romanato, Rovigo, Minelliana, 1991, pp. 215-28), i lavori autobiografici dello stesso Rossi e l’analisi che ne hanno fatto storici come Emilio Franzina. Inoltre, Rossi è un personaggio così affascinante che non è sempre facile resistere alla tentazione dell’agiografia. Non a caso traspare in maniera forse troppo accentuata l’ammirazione di Romanato per un uomo «partito dal nulla, emigrante senza un soldo in tasca e senza titoli», ma «diventato uno dei più noti giornalisti italiani», un uomo capace di guidare «con intelligenza ed equilibrio» (p. 32) il «Corriere della Sera» in momenti di crisi, di richiamare l’attenzione sui «carusi» delle zolfare in un ritratto che fu «una pagina di grande giornalismo» (p. 25) e di guardare «alla nostra politica africana senza pregiudizi, armato solo di buon senso e di oneste intenzioni» (p. 31).
Ciononostante Romanato raggiunge lo scopo di riportare alla luce il lavoro di un pubblicista, scrittore e diplomatico fuori dal comune. Il suo libro ha, inoltre, il grande merito di dare risalto a relazioni sulle vicende migratorie che sono – come rileva l’autore – molto «attuali», perché «ci dicono che gli emigranti italiani vissero esperienze disperate, del tutto simili a quelle dei tanti infelici che giungono oggi in Italia dall’Africa o dall’Oriente» (p. 10).

Bénédicte Deschamps
 

 

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