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Beatriz Pellizzetti Lolla, L’ideologia e la creatività dell’immigrazione europea in Brasile

Cuneo, Primalpe, 2011, pp. 598, € 22.

Il voluminoso lavoro di Beatriz Pellizzetti merita una segnalazione se non altro per il fatto di essere tra i pochissimi studi pubblicati recentemente in Italia su tematiche migratorie in Brasile. Malgrado il titolo, esso è sostanzialmente incentrato sulla popolazione italiana (e tedesca) nello stato di Santa Catarina e si snoda lungo tre percorsi principali, il primo dei quali è quello del pionierismo. D’altronde, già all’inizio degli anni ottanta, l’autrice aveva illustrato la figura del genitore in un libro intitolato appunto Pioneirismo Italiano no Brasil Meridional, tema che qui riprende sulla base di una ricchissima documentazione soprattutto diaristica ed epistolare a carattere familiare, dedicando gran parte della sua fatica alla ricostruzione della biografia paterna e sacrificando parzialmente i riferimenti bibliografici relativi alla tematica generale. Il pionierismo è quello di Ermembergo Pellizzetti, giunto in Brasile alla fine del xix secolo, emigrante atipico per origine sociale e sbocchi professionali, divenuto amico del fondatore della colonia anarchica Cecilia, Giovanni Rossi, con cui scambiò una lunga corrispondenza anche dopo il rientro di quest’ultimo in patria, qui abbondantemente riportata. Convinto sostenitore dell’idea di progresso, Pellizzetti divenne il leader riconosciuto della collettività italiana di Santa Catarina, tenace difensore e orientatore dei propri connazionali, occupati in attività rurali nel vasto territorio, impiegando l’intera esistenza a fornire strumenti volti a migliorare le loro condizioni, dalle strade alle cooperative, alla diffusione del credito agricolo.

Il secondo punto caratterizzante del volume è l’ampiezza delle tematiche, che risulta spesso debordante visto che molte di esse vengono riproposte più volte, rincorrendosi e affastellandosi senza ordine né periodizzazione, come se l’autrice non nutrisse particolare interesse a organizzarle e sistematizzarle, difetto, questo, che un po’ riguarda la totalità di un lavoro in cui la narrazione viene sovente interrotta da inserti scarsamente pertinenti. L’autrice, a ogni modo, non vuole limitarsi all’illustrazione di una storia di vita ma cerca di offrire al lettore un affresco di storia brasiliana tra la metà del xix secolo e la metà del xx, toccando una serie di questioni. In quella che dovrebbe essere la cornice al cui interno si snoda la vicenda del padre, uno spazio privilegiato è riservato alla politica di colonizzazione agricola messa in atto dalle classi dirigenti brasiliane e portata avanti attraverso iniziative pubbliche o private, soprattutto nelle aree meridionali del Brasile, tra cui appunto Santa Catarina, che ricevette inizialmente vasti contingenti di tedeschi, i quali monopolizzarono la colonizzazione sino agli anni settanta del xix secolo, mentre non sopravvisse la precoce esperienza del fourierista francese Benoit Malot.

A partire dal 1875 cominciarono a giungere flussi significativi di italiani prevalentemente trentini – e quindi di nazionalità austriaca – ma in misura apprezzabile anche veneti, che all’inizio del Novecento si aggiravano intorno ai 30.000 residenti, per la massima parte disseminati nei nuclei coloniali tedeschi, sfruttando probabilmente la familiarità che i trentini avevano con la lingua germanica, mentre in esperienze analoghe in Brasile italiani e teutonici rimasero rigidamente separati. Le difficoltà iniziali furono molteplici, a causa anche dell’isolamento degli insediamenti, determinando talvolta manifestazioni di malcontento, ma non si produssero grosse sperequazioni di reddito tra i membri della collettività. Con il passare del tempo, ad ogni modo, si registrò l’espansione della frontiera agricola e le condizioni dei coloni migliorarono sensibilmente, anche grazie alle idee e alle realizzazioni di Pellizzetti.

La terza importante tematica presente è quella dell’italianità. Il padre dell’autrice rimase, infatti, profondamente legato alla nazione d’origine e fu uno strenuo promotore della diffusione tra gli immigrati di un forte senso di appartenenza etnica, sforzi, questi, testimoniati dalle oltre trenta scuole elementari italiane da lui fondate – con l’appoggio delle strutture diplomatiche – che gli costarono l’ostilità dei francescani tedeschi di cui rompevano il virtuale monopolio da essi esercitato sull’istruzione in quelle località. Indissolubilmente vincolato alla patria – e Beatriz Pellizzetti riporta per quasi venti pagine il suo diario all’epoca in cui prestò servizio come carabiniere prima di partire per il Brasile – Ermembergo risultò attivo nella divulgazione delle ragioni e nella difesa delle alleanze dell’Italia nel corso della prima guerra mondiale e, dopo la sua conclusione, propagò l’idea della vittoria mutilata. È, però, sul ventennio successivo al conflitto che il volume diventa improvvisamente afasico e mentre ci fornisce un quadro di notizie sufficientemente ricco e articolato circa le attività degli immigrati tedeschi e dei loro discendenti a favore del nazismo, non ce ne offre praticamente nessuna sull’atteggiamento degli italiani di Santa Catarina nei confronti del fascismo né ci illustra la posizione del padre riguardo a Mussolini e al regime che vide tanti immigrati in Brasile, specie di ceto medio, simpatizzare col duce, al di là che lo facessero per adesione ideologica o per aver risollevato il prestigio dell’Italia in campo internazionale.

Viene, viceversa, sottolineato come il profondo attaccamento alla terra natale non abbia escluso un altrettanto profondo legame con ciò che convenzionalmente si usa chiamare seconda patria, tanto che Pellizzetti ricoprì cariche pubbliche a livello comunale e fu eletto per due volte deputato al parlamento di Santa Catarina, pur essendo stato corrispondente consolare dell’Italia. Nel corso di queste esperienze cercò, ci dice la figlia, di prestare sostegno alla sua collettività d’origine, dimostrando con i fatti che la partecipazione alla vita politica del Brasile non rappresentava – come invece ritenne a lungo la quota maggioritaria dell’élite intellettuale ed economica immigrata – un tradimento, configurandosi anzi come il modo più efficace di tutelare i connazionali.

 

Angelo Trento

 

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