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Alessandro Fadelli, Cercando l’Eldorado nel paese del caffè. Emigranti polcenighesi in Brasile nell’800

Pordenone, Edizioni l’Omino Rosso, 2008, pp. 79, € 8,00.

Luisa-Nicoletta Bosser
Dì via a lavorà. Da Polcenigo in Francia, Belgio e Svizzera. Storie di emigrazione
Polcenigo, Comune di Polcenigo, 2010, pp. 49.

Antonio Giusa e Manuela Astore (a cura di)
Oltre l’oceano una nuova frontiera / A new frontiera across the ocean. Immagini dell’emigrazione dal Friuli Venezia Giulia negli Stati Uniti
Udine, Forum, Editrice Universitaria Udinese, 2008, pp. 95.

Antonio Giusa (a cura di)
Verso il «continente novissimo» / Towards the «Newest continent»
Udine, Forum, Editrice Universitaria Udinese, 2008, pp. 94.
 

Il Friuli ha occupato a lungo, nelle statistiche migratorie regionali del nostro paese, una delle prime posizioni in classifica. Componente strutturale dell’economia di tante parti della regione, dalla Carnia dell’età moderna, dalla Pedemontana fino alla pianura bagnata dal Tagliamento, l’emigrazione ha segnato in modo indelebile l’evolversi della società friulana, come molte ricerche hanno illustrato nel corso degli ultimi decenni, da quelle di Alessio Fornasin e Giorgio Ferigo per la montagna Carnica a quelle di Francesco Micelli e di Gino e Alberto Di Caporiacco per le vicende migratorie nell’Ottocento e nel Novecento. Nel 2006 venne inoltre organizzato da Javier Grossutti un convegno a Cavasso Nuovo sulla vicenda dei terrazzieri della Pedemontana, di cui ha dato conto Stefano Luconi nel numero 33 di questa rivista. Per questo motivo gli approfondimenti declinati nel caso della piccola comunità di Polcenigo e delle raccolte documentarie dell’Ammer vanno letti e inseriti all’interno dello sforzo collettivo compiuto dalle istituzioni culturali locali per riappropriarsi del passato migratorio allo scopo di farne elemento costitutivo dell’identità regionale.

Come tessere di un mosaico antico, il cui disegno originale si recupera a poco a poco, le storie degli emigranti dalla piccola comunità friulana di Polcenigo emergono dalle carte dell’Archivio parrocchiale e di quello comunale, coniugate con le testimonianze e le informazioni fornite da una serie di siti dedicati all’emigrazione italiana in Brasile, dai più generici fino a quelli dedicati alla vicenda di singole dinastie familiari. I frammenti documentari raccolti sul luogo di partenza e le storie familiari narrate in quello di arrivo permettono a Alessandro Fadelli di continuare con questo volume l’opera di ricostruzione della vicenda migratoria di Polcenigo, iniziata nel 2003 con Storie polcenighesi e tre anni dopo con un volume dedicato all’emigrazione friulana in Germania. Si tratta di vicende legate alla fase ottocentesca dell’esodo transoceanico, che sperimentò le prime partenze verso il Brasile alla fine degli anni settanta, in concomitanza con la crisi agraria, e il culmine una decina d’anni dopo, quando, fra il 1887 e il 1888, gli emigranti friulani diretti in Brasile divennero 1.028 e poi 2.437. In realtà, come ci illustra la ricerca di Luisa-Nicoletta Bosser, gli emigranti di Polcenigo nel lungo periodo si sono diretti in preferenza da un lato verso le città costiere di Venezia e di Trieste, sedi privilegiate del lavoro domestico femminile, e dall’altro lato al di là delle Alpi, verso l’Impero Austro-ungarico e le province prussiane della Renania e della Westfalia. Su queste consuete rotte europee sperimentate dalla maggioranza dell’emigrazione veneta e trentina, gli uomini friulani hanno condiviso con questa l’esperienza del lavoro nei cantieri ferroviari come lisimponèr, termine non molto distante dal trentino aisemponèr, con riferimento orecchiato alla Eisenbahn, ossia alla denominazione tedesca di ferrovia.

In questo quadro complesso di sedimentate abitudini migratorie stagionali e temporanee, legate all’esercizio dei mestieri dell’edilizia, e nell’Ottocento alle costruzioni ferroviarie, va collocato il fenomeno delle partenze familiari dirette in Brasile. Il quadro generale dell’esperienza di questi primi migranti è conforme a quello fornito dalle ricostruzioni fatte da Di Caporiacco nel 1978 e dalle molte ricerche di Piero Brunello sugli emigranti veneti: dalle illusioni della partenza, alimentate ad arte dagli agenti di emigrazione, alla durissima esperienza della colonizzazione delle terre vergini, per lo più nello stato di Espirito Santo con qualche propaggine in Rio Grande di Sul, segnata dal confronto con l’ambiente e con le popolazioni indigene egualmente ostili, fronteggiati con poche risorse materiali e diffuso senso di abbandono. Il racconto rifugge dagli stereotipi miserabilisti, sovente utilizzati soprattutto a proposito dell’esodo contadino verso l’America meridionale, per sottolineare invece la diffusa condizione di piccoli proprietari agricoli di quanti decidevano di tentare di migliorare la propria sorte attraverso l’avventura transoceanica, disponendo di terre e di case da vendere per affrontare le spese del viaggio e di conseguenza il carattere di investimento piuttosto che di fuga dalla povertà di queste partenze. Nondimeno l’esito fu speso rovinoso, come testimoniano alcuni resoconti – non disinteressati – pubblicati sul Bollettino dell’Associazione agraria friulana. La destinazione di Santa Cruz, in Espirito Santo, ora denominata Ibiracu, è una di quelle dove meglio è documentata, grazie alle liste di sbarco di una serie di navi giunte fra il 1877 e il 1888, la presenza di famiglie provenienti da Polcenigo. È su questo contingente che il lavoro di ricerca, svolto sui siti internet dedicati all’esperienza italiana in Brasile e su quelli attivati dalle stesse famiglie, permette di riannodare i fili della vicenda migratoria ricostruendo le vicende familiari attraverso le generazioni e raccontando i loro molti percorsi di integrazione, anche sulla base di testimonianze personali.

Queste ultime costituiscono anche la fonte privilegiata su cui Luísa-Nicoletta Bosser ricostruisce le vicende dell’esodo novecentesco diretto da Polcenigo verso Francia, Belgio e Svizzera, dove agli antichi mestieri svolti in Germania di muratore, tagliapietre e operaio dei cantieri ferroviari si aggiungono quelli di minatore, di taglialegna, di operaio edile e infine anche di alberghiero. L’importanza quantitativa dell’esodo oltralpe diretto verso l’Impero tedesco non sfuggì agli osservatori dell’età della grande migrazione, quando si calcolò che su una popolazione di poco più di 6.500 abitanti fossero non meno di 1.500 gli emigranti temporanei, risospinti all’estero alla fine della Prima guerra mondiale dalle devastazioni belliche, particolarmente feroci in questo lembo orientale, teatro di battaglie, occupazioni militari e razzie compiute a turno da truppe tedesche, austriache e ungheresi. L’esperienza di lavoro nelle miniere e nelle cave, iniziata negli anni venti e rinnovata fino agli anni sessanta, ha lasciato per lo più il consueto strascico di malattie polmonari e di incidenti e il ricordo dell’isolamento, ben vivo anche in quanti hanno lavorato nelle cave di pietra svizzere del Guber, nel cantone di Oberwalden. Particolarmente significativa, al riguardo delle nuove destinazioni nelle zone minerarie della Francia settentrionale e del Belgio, è l’esplicita menzione del fastidioso aggravio burocratico attribuito agli accordi italo-francesi del 1919 per la gestione dell’emigrazione: anche in questo caso, come in quello di altre aree di sedimentata abitudine migratoria, regole e accordi internazionali vennero accolti come inutili impedimenti, che limitavano la libera circolazione e l’accesso al lavoro, solitamente garantito dal buon funzionamento delle catene migratorie, ben messo in evidenza da alcune foto di gruppo scattate in Belgio e in Svizzera negli anni quaranta e cinquanta.

Le foto raccolte e offerte alla ricerca sono la fonte dei due volumi gemelli curati l’uno da Antonio Giusa e l’altro da quest’ultimo con Manuela Astore. Questi sono il risultato di una formula elaborata nell’ambito di un progetto denominato Ammer (Archivio multimendiale della memoria e dell’emigrazione regionale), frutto della collaborazione fra la regione Friuli Venezia Giulia e le università di Udine e di Trieste. Inaugurato nel 2006 sulla base di un primo gruppo di 100 interviste e 5.000 fotografie raccolte in Argentina e in Uruguay e poi proseguito sulle altre mete dell’emigrazione regionale, il progetto è fondato sulla formula della gestione partecipata. Grazie a tale metodo gli emigrati, le loro famiglie e i loro discendenti risultano contemporaneamente fornitori della documentazione e destinatari privilegiati, assieme agli studiosi, del prodotto della ricerca. Nel caso dei volumi Oltre l’oceano una nuova frontiera e Verso il continente novíssimo sono state riunite le testimonianze fotografiche di un gruppo selezionato di oltre cinquanta famiglie, originarie del Friuli, dell’Istria e della Dalmazia, emigrate in dieci stati degli Stati Uniti orientali e centrali e nelle aree metropolitane dell’Australia. L’organizzazione dei materiali ripercorre gli utilizzi e le destinazioni del medium prescelto come fonte principale: a un capitolo iniziale dedicato alle fotografie portate in valigia (quelle dei luoghi di partenza, della famiglia delle istituzioni locali), seguono quelle che documentano il viaggio e la nuova realtà dei luoghi di destinazione, fino al singolo case study di Frisanco, nel percorso dei suoi emigranti verso Chestnut Hill alle porte di Philadelphia. In sintonia con altre realtà di tradizione migratoria dell’area alpina, dal Biellese al Comasco fino al Trentino, troviamo l’insistenza nella rappresentazione del mestiere: esso è raffigurato nelle forme associative, nei momenti di ritualità, come nelle foto dei gruppo scolastici, fino a quella più emblematica, dei diplomati della scuola di mosaico, in quelle delle realizzazioni (talora importantissime come quella del mosaico pavimentale della piazza del parlamento di Canberra) e in quelle delle feste annuali della Associazione Terrazzo e Mosaico (la più antica associazione di mestiere italiana, negli Stati Uniti, nata nel 1888). Nelle immagini individuali si disegnano i percorsi nella società di arrivo con la volontà di illustrare il nuovo ambiente urbano, in un caso la New York dei grattacieli e nell’altro i campi, i cantieri e le baracche australiani, una nuova quotidianità domestica dominata dai mobili in formica e dalla televisione, o dalla nuova automobile, fino alle rievocazioni di una memoria regionale irrigidita dal tempo e dalla lontananza, come quelle offerte dalla festa del Fogolar Friulan di Washington del 1987. Gli oggetti che arredano la ricostruzione di un finto «fogolar» forniscono una misurazione puntuale quanto involontaria della distanza che la vicenda migratoria ha posto fra il ricordo di questi manufatti, un tempo vivi strumenti della quotidianità, e la volontà della loro rievocazione. al di là dell’oceano. Ancora più struggenti, nella consapevolezza della loro insostituibile funzione identitaria svolta nel tempo, le foto conservate relative ai raduni dei profughi istriani, consegnate alla ricerca da quegli emigranti, diretti prevalentemente in Australia, che sono stati protagonisti di uno dei capitoli più dolorosi dei molti in cui si è declinato l’esodo regionale.

 

Patrizia Audenino

 

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