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Premessa

Negli ultimi tempi, grazie anche al contributo di diversi giornalisti e commentatori, l’attenzione dell’opinione pubblica italiana si è focalizzata sul fenomeno delle «migrazioni» dei giovani. Nel tentativo di denunciare i tagli alla ricerca, le cattive condizioni del mercato del lavoro giovanile e la mancanza di meritocrazia diffusa nel Paese, i media si sono occupati della perdita di talenti verso l’estero e hanno svelato l’esistenza di un fenomeno migratorio contemporaneo che tra gli studiosi viene definito con il termine di «nuove mobilità». Quello che fino a qualche anno fa era letto con curiosità come il segno della sprovincializzazione della società italiana – ci si trovava di fronte alla prima generazione in grado di parlare inglese e di muoversi con disinvoltura nel mondo – o, quasi con orgoglio, come il riconoscimento del genio italico all’estero, esemplificato nella sua stessa denominazione «la fuga dei cervelli», ora comincia a suscitare serio allarme. Che non si tratti più di un fenomeno considerato fin qui tutto sommato di élite lo dimostrano le denunce che da anni vengono dai meridionalisti sulle partenze verso l’Europa e verso il Nord Italia della loro «meglio gioventù». I dati del censis del maggio 2011 segnalano che la situazione dell’Italia tutta, paradossalmente, fatica a integrare i giovani nel mercato del lavoro nonostante un calo vistoso del numero – meno di due milioni tra i 15 e i 34 anni dal 2000 a oggi con una disoccupazione giovanile che è quasi del trenta per cento. Secondo il recente Rapporto sulle Economie Regionali della Banca d’Italia sono circa 2,2 milioni i giovani definiti neet (Not in Education, Employment or Training) che non lavorano e non sono impegnati in corsi di studio o di formazione. Il dato è in crescita: nel 2010 la percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni è passata al 23,4 per cento rispetto al 20 per cento circa registrato tra il 2005 ed il 2008.

Secondo Banca d’Italia, «l’aumento è stato più marcato nel Nord e al Centro, meno pronunciato nel Mezzogiorno, dove tuttavia l’incidenza di giovani neet era prossima al 30 per cento già prima della crisi». Inoltre, caso unico in Europa, a fronte di un numero di laureati al di sotto della media dell’Unione Europea, in Italia si trova più facilmente lavoro con un diploma che con la laurea. E i giovani laureati vanno all’estero, con una perdita per lo stato italiano calcolata attorno a 852 milioni di euro.

Se volessimo guardare ancora più lontano ci chiederemmo poi come un paese che allontana i propri talenti, per non parlare del sottoutilizzo delle competenze intellettuali degli immigrati, sarà capace di trattenere le seconde generazioni, i nuovi italiani, dopo aver investito nella loro scolarizzazione.

I dati economici da soli non spiegano, però, del tutto le nuove mobilità. Altri fattori hanno esercitato un ruolo decisivo nello sviluppo del fenomeno in epoca globale: il processo di unificazione europea e la libera circolazione, lo spostamento del mercato del lavoro dal settore secondario a quello terziario, la rivoluzione «mobiletica» e il successo dei programmi di scambio universitari (in primis il programma Socrates/Erasmus) hanno contribuito a stimolare un flusso migratorio «qualificato» e «istruito» che comprende accanto a tecnici specializzati, manager o ricercatori universitari e non, anche studenti, infermieri, tecnici di medio livello, impiegati del clero, esponenti della middle class ambiziosi e avventurosi, giovani precari, artisti e tanti altri.

Dall’analisi delle cancellazioni dalle anagrafi di residenza, il trend è chiaramente percepibile. Di fatto, gli italiani restano ancora al primo posto tra i migranti comunitari e nel corso degli ultimi anni il flusso di espatriati si è aggirato intorno alle cinquantamila unità all’anno. In particolare, si registra un aumento dei flussi in uscita che riguarda in primo luogo i neolaureati.

Delineare un profilo degli esponenti delle «nuove mobilità» contemporanee dei giovani italiani, è difficile dal momento che risultano spesso «nascoste» dalle statistiche ufficiali. Molte volte infatti i «nuovi mobili» non si iscrivono all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, si muovono liberamente attraverso i confini dell’Area Schengen e si recano all’estero con pendolarità difficilmente tracciabili. Come lo è comprendere se le partenze siano dettate da scelte o da necessità, e la nostra ipotesi è che negli ultimi anni si sia passati sempre più dalla prima alla seconda supposizione. Molte sono le domande che attendono una risposta: che tipo di rapporti i giovani mantengono con i luoghi di origine; la propensione al rientro; nel caso del prolungarsi del soggiorno all’estero che rapporti stabiliscono con l’Italia; quanto è italiano l’ambiente in cui si muovono all’estero, se cioè sono membri di comunità reali o virtuali italiane; chi rientra cosa porta in Italia dell’esperienza lavorativa e culturale acquisita fuori e così via.

Per iniziare ad affrontare la questione abbiamo dedicato una sessione della Summer Academy del Centro Altreitalie, Globus et Locus che qui presentiamo assieme ad alcuni studi di casi nazionali. Sergio Nava che, nella trasmissione «Giovani talenti» su Radio24, denuncia «non c’è più tempo da perdere, siamo a un passo dal dirupo» e Claudia Cucchiarato che ha promosso l’iniziativa «Italiani all’estero, la vostra storia» su repubblica.it, segnalano le difficoltà del reperimento dei dati sulle nuove mobilità. Accanto ai loro interventi abbiamo l’analisi di esperti delle migrazioni: Luca Bianchi che, analizzando la doppia migrazione dei giovani meridionali, va alla radice del disagio che determina questo nuovo esodo mentre Stefano Luconi contestualizza le nuove migrazioni all’interno del dibattito storiografico contemporaneo. A questi interventi si affiancano le ricerche di alcuni giovani studiosi che hanno iniziato a esaminare più in profondità alcuni casi nazionali: Margherita Di Salvo coniuga vecchie e nuove migrazioni in Inghilterra, Emanuele Toscano esamina il caso francese, mentre Nicola Guerra analizza la Finlandia.

A fronte delle molte iniziative individuali manca però uno studio sistematico del fenomeno che ci proponiamo, a partire da questo numero della rivista, di sviluppare poiché, per concludere con le parole di Luca Bianchi «Oggi più che mai […] politica e istituzioni pubbliche dovrebbero assumere la consapevolezza che le giovani generazioni rappresentano la “frontiera” tra rilancio e decadenza dell’intero Paese e della sua economia».

m.t

 

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