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Patrizia Audenino (a cura di), Il prezzo della libertà. Gaetano Salvemini in esilio (1925-1949)

Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, pp. 426, € 24,00

I numerosi capitoli che compongono Il prezzo della libertàhanno origine dagli interventi di un convegno organizzato nell’ottobre del 2007 dal Comitato Passato-Presente, presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino, in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dello storico pugliese.

Sarebbe tuttavia riduttivo presentare il volume come una semplice raccolta di atti. Come giustamente rimarca nella nota introduttiva al libro il direttore dell’Istituto Salvemini, Marco Brunazzo, la curatrice, Patrizia Audenino, e gli autori hanno dato piuttosto vita a una raccolta di saggi di notevole coerenza interna. Tale risultato è frutto della scelta di concentrare i diversi contributi sugli anni che Salvemini ha trascorso lontano dal Paese. O meglio, di guardare alla produzione accademica e teorica di Salvemini, alla sua attività politica e militante, alle sue analisi della società e della politica italiana e internazionale, come variabili dipendenti, e alla sua esperienza di esule dall’Italia fascista come variabile indipendente. È così che le «domande relative agli spazi sociali e agli ambiti relazionali entro cui si è dispiegato l’esilio di Salvemini» informano costantemente i singoli capitoli, alcuni dei quali frutto di ricerche originali, altri già pubblicati altrove e qui riproposti in una contestualizzazione, che conferisce loro nuova linfa e significato storiografico.

Il libro si suddivide in tre sezioni: «L’antifascismo e l’esilio», composto di sette saggi; «La mentalità dell’esule e il confronto con l’Italia del dopoguerra», cinque saggi; e «Il pensiero politico», ancora cinque saggi. Nella prima sezione, si dà conto della fitta e intricata rete di relazioni amicali, intellettuali e di militanza antifascista comune, che Salvemini sviluppò negli anni della sua vita in esilio, dapprima, con un faticoso precariato accademico tra Parigi, Londra e gli Stati Uniti, tra il 1925 e il 1933, per stabilirsi finalmente – a partire da quell’anno e fino al suo rientro in Italia nel 1949 – a Harvard, dove gli fu assegnata la cattedra «Lauro De Bosis» in storia della civiltà italiana. È qui ricostruita in dettaglio la «crociata politica», come ebbe a definirla lo stesso storico, contro Mussolini e il suo regime, un’attività incessante di partecipazione, promozione e sostegno – ma anche di critica e rottura – nei confronti dei diversi movimenti antifascisti sorti nella diaspora antifascista in Francia (Santi Fedele) e Stati Uniti (Fraser Ottanelli, Maddalena Tirabassi). Interessanti i contributi di Bénédicte Deschamps, che riflette sulle ragioni di un’impermeabilità reciproca tra gli intellettuali francesi e italiani rifugiati negli Stati Uniti e sui limiti della loro capacità di pensarsi in termini europei agli occhi delle autorità americane, di Charles Killinger, che offre al lettore italiano una sintesi dei suoi lavori sulle frequentazioni che Salvemini intrattenne con intellettuali e politici americani, frequentazioni che permisero a Salvemini di apprezzare e comprendere in profondità i meccanismi e il funzionamento della democrazia americana, e di Davide Grippa, sul rapporto che Salvemini ebbe con un altro esule, Max Ascoli, figura di grande influenza negli ambienti governativi statunitensi e della coalizione rooseveltiana.

L’esperienza diretta – e l’ammirazione – che Salvemini maturò del sistema politico americano rappresenta un fattore cruciale per comprendere sia le posizioni che lo storico di Molfetta assunse nei confronti degli eventi dell’Italia del dopoguerra, del ruolo di Stati Uniti e Inghilterra nella ricostruzione e nel nuovo quadro internazionale della Guerra fredda (argomenti affrontati nella seconda sezione del volume), sia la sua riflessione più compiuta sul concetto di democrazia e sulla storia politica italiana dall’Unità al secondo dopoguerra (temi della terza e conclusiva sezione). Nella seconda sezione del volume, è particolarmente gustoso il dibattito sulla lettura proposta da Salvemini del nuovo scenario internazionale postbellico e della politica estera dell’Italia liberata e repubblicana, che i due saggi di Gian Giacomo Migone e Antonio Varsori intavolano a distanza. Quanto alla sezione dedicata al pensiero politico di Salvemini, il lettore troverà particolarmente interessanti i collegamenti, evidenziati nel saggio di Pier Paolo Portinaio, tra la condizione migratoria, che è anche e soprattutto, in Salvemini, apertura a nuove influenze intellettuali, specie ad Harvard, a esperienze che rimettono in gioco antiche convinzioni, e l’elaborazione, più articolata e solida, di una teoria della democrazia. Risulta meritevole di attenzione anche l’analisi proposta da Edoardo Tortarolo, di un Salvemini che non si apre completamente alle suggestioni delle scuole storiografiche americane e che è disposto a rivedere in misura in fondo ridotta le proprie consuetudini metodologiche.

Due sono i tratti comuni agli altri saggi che compongono le ultime due sezioni del volume, che, per ragioni di spazio, non è possibile trattare più diffusamente qui: ribadire l’importanza, per la vita pubblica italiana, di Salvemini – della sua produzione e della sua biografia, per l’intelligenza, la tensione morale e l’esempio di integrità che le ispirarono costantemente – e, malinconicamente, la sua marginalità, la sua condizione di eretico nel panorama degli intellettuali e pensatori italiani di allora, destinato a rimanere un esule agli occhi del dibattito politico contemporaneo.

Tale conclusione è, d’altronde, anticipata dal titolo del libro: l’esilio come prezzo da pagare per la libertà, l’indipendenza, la refrattarietà allo schieramento ideologico, nell’Italia di allora come di oggi.

Guido Tintori

 

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