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Partire, tornare, restare? L’esperienza migratoria dei lavoratori italiani nella Repubblica Federale Tedesca nel secondo dopoguerra

Grazia Prontera, Fondazione isec, Sesto San Giovanni, Milano, Edizioni Angelo Guerini e Associati Spa 2009, pp. 281, € 26 

Ai diffusi rilievi riguardanti i ritardi e le carenze della ricerca nei confronti dell’emigrazione italiana in Europa nella seconda metà del Novecento, ha corrisposto nell’ultimo biennio la pubblicazione di alcune importanti opere riguardanti quest’ultima fase dell’esodo, finora gravata da quella che è stata definita come una «memoria debole». Le politiche migratorie della giovane repubblica e il ruolo dell’emigrazione nella ricostruzione sono state al centro dell’opera di Michele Colucci, Lavoro in movimento, del recente libro di Andreina De Clementi, Il prezzo della ricostruzione e degli innovativi studi di Sandro Rinauro sull’esodo clandestino, nel volume Il cammino della speranza. Un numero monografico della rivista Studi emigrazione, curato nel 2005 da Roberto Sala sulle collettività di origine italiana nell’Europa contemporanea è stato seguito nel 2008 da una ricerca dello stesso Sala e di Giovanna Massariello sulla più consistente fra di esse, quella degli italiani in Germania, attraverso la vicenda di Radio Colonia.

A questa stessa esperienza migratoria in Germania, prevalentemente maschile e temporanea, è dedicata la ricerca di Grazia Prontera, che, già nel dilemma posto dal titolo, delinea alcune delle caratteristiche fondamentali di questo esodo. Si tratta della temporaneità e dei problemi non risolti di integrazione che essa ha posto ai soggetti migranti in un versante e nell’altro del percorso migratorio. Inaugurato dall’accordo bilaterale italotedesco del 1955, quello per la Germania è presto divenuto uno dei principali corridoi migratori dalla penisola, per l’effetto congiunto della libertà di circolazione garantita dal trattato di Roma del 1957 e della spinta espansiva dell’industria tedesca. Nei confronti di questa destinazione, che ha finito per sedimentare la più consistente collettività italiana in Europa, con oltre seicentomila presenze nel 1973, rimaste poi sostanzialmente tali fino ai giorni nostri, questa ricerca si concentra su uno dei casi più emblematici. Si tratta della città di Wolfsburg, sede delle officine Volkswagen che, dal 1962 al 1970, nella necessità di impiegare anche manodopera straniera, scelse di assumere soltanto italiani. L’indagine si concentra quindi nel periodo compreso fra la metà degli anni sessanta e quella del decennio successivo, quando la collettività italiana raggiunse il massimo di oltre 6.700 persone, di cui nel 1972 oltre seimila occupate nella fabbrica automobilistica. Da quella data, il numero degli operai italiani alla Volkswagen sarebbe sceso drasticamente a oltre la metà, ma non così il numero complessivo dei nostri connazionali, che non subì sostanziali variazioni. Poiché per effetto dei meccanismi della catena migratoria, incoraggiati dalla stessa direzione aziendale, la maggior parte degli assunti proveniva da poche località calabresi, siciliane e pugliesi, l’autrice ha scelto di concentrare l’attenzione, per quanto riguarda il racconto delle esperienze personali dell’emigrazione, su un paese della provincia di Lecce, Supersano.

Organizzata in tre parti, la ricerca affronta rispettivamente l’analisi dell’emigrazione in Germania promossa dagli accordi bilaterali del 1955, indicata come E-migrazione, quella del case-study immigratorio offerto dalla collettività di Wolfsburg, indicata come Im-migrazione, e quella costituta dalle testimonianze di vita degli emigranti di Supersano, indicata come Re-migrazione. Queste ultime affrontano le varie scelte di ritorno o di trasferimento definitivo all’estero da loro adottate, perseguendo, attraverso l’analisi della memoria dell’emigrazione, anche quella della costruzione dell’identità dei migranti. Tale organizzazione espositiva corrisponde, come l’autrice spiega nell’ampia introduzione in cui presenta i criteri metodologici adottati, alla necessità, ormai affermata, di ricomporre l’integrale dispiegarsi dei fenomeni migratori, abbandonando la ricerca condotta esclusivamente sul versante della partenza (emigrazione) piuttosto che su quello dell’arrivo (immigrazione).

Per ottenere questo risultato, l’indagine è condotta su documenti di archivio spesso ancora inesplorati. Innanzitutto per la prima volta sono stati indagati quelli del Centro emigrazione di Verona, oltre che quello di Milano, da cui passò una percentuale importante dell’esodo assistito verso la Germania, e quelli della Commissione tedesca di selezione degli aspiranti alla partenza, conservati presso l’archivio federale di Coblenza. Nel primo capitolo, che affronta e approfondisce con nuove evidenze documentarie il funzionamento del sistema di reclutamento tedesco e il suo andamento nel tempo, integrando l’analisi con quella delle reazioni della stampa tedesca all’immissione di manodopera straniera, la documentazione analizzata fornisce il quadro cronologico e demografico del flusso migratorio italiano in Germania.

Ma è nel secondo e soprattutto nel terzo capitolo che l’esperienza di questa corrente migratoria prende forma in tutta la sua complessità. Per la ricostruzione dell’esperienza migratoria nella città di Wolfsburg, oltre alla stampa locale, Prontera fa ricorso alla documentazione archivistica municipale e alla stampa italiana, con una diversificazione di fonti che persegue la ricostruzione della presenza degli italiani da tre punti di vista, quello della popolazione tedesca, quello delle forze sindacali e quello degli emigranti stessi. La voce di questi ultimi domina nel capitolo conclusivo, dedicato alle loro testimonianze. Qui vengono ricostruite le loro scelte di vita, oscillanti fra gli estremi del ritorno e della permanenza in Germania, con le varianti del ritorno progettato ma rinviato o anche della nostalgia per gli anni dell’emigrazione, fino ai tormentati percorsi della costruzione identitaria. Le parole dei protagonisti, analizzate con passione e rigore, ci restituiscono un mondo complesso e contraddittorio di sentimenti nei confronti del paese ospite, della sua società, dell’esperienza migratoria, del suo valore nel bilancio esistenziale di ciascuno. Ne escono squarci inediti che, mentre riconfermano e ribadiscono le difficoltà di adattamento, aprono nuovi spiragli su sentimenti di riconoscenza verso mondo aziendale che ha permesso l’emancipazione economica e verso una società più sollecita ed efficiente. Le testimonianze raccolte nel paese di Supersano e a Wolfsburg accompagnano il lettore attraverso la ricostruzione della genesi di quella esperienza transnazionale che permette ai soggetti di fare confronti fra la società tedesca e quella italiana. Il ritorno stesso, in genere vissuto come insopprimibile dimostrazione della propria appartenenza alla comunità, diviene occasione e strumento per confronti che non sempre vanno a favore del paese di origine. Il rientro in Italia è anche, tuttavia, occasione per verificare la condanna di ciascun migrante a una condizione di estraneità insopprimibile, in cui, dopo anni spesi a sognare l’Italia e a fare ogni giorno il conto dei risparmi necessari per costruire la casa della vecchiaia, quel momento si configura un definitivo e ulteriore slittamento e smarrimento dell’identità nei soggetti migranti.

 

Patrizia Audenino 

 

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