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La Colonia Trinacria in Paraguay, 1897-1908

Marcello Saija , Messina, Edizioni Trisform, 2010, pp. 294 

L’anniversario dell’unificazione italiana ha accresciuto l’attenzione degli studi per l’identità nazionale e le comunità italiane all’estero. Collocato in tale ambito, il volume di Marcello Saija focalizza il suo raggio di indagine su una peculiare e poco conosciuta realtà italiana nell’America del Sud. Infatti, nonostante la ricca letteratura storiografica concernente il flusso migratorio italiano in Argentina, in Brasile, in Cile e in Venezuela, mancavano ricerche esaustive su comunità, per così dire, minori, in quanto a dimensioni, come quella in Paraguay, ma sicuramente significative per quanto riguarda il contributo che gli italiani seppero dare allo sviluppo economico e alla vita culturale anche in Stati dell’America Latina dove la loro presenza non risultò particolarmente considerevole in termini quantitativi. Si tratta di una dimensione la cui rilevanza è stata indicata in passato, tra gli altri, da Emilio Franzina (Gli italiani al Nuovo Mondo, Milano, Mondadori, 1995, pp. 406-50) e da Vittorio Cappelli (in Storia dell’emigrazione italiana. Arrivi, Roma, Donzelli, 2002, pp. 97-109)e che, con questa monografia, si arricchisce di un ulteriore tassello.

Il libro di Saija si presenta come uno studio agile e accurato, con una introduzione che ripercorre in chiave diacronica le tappe principali della costruzione della Colonia Trinacria, nel cuore del Paraguay, e le imprese del suo principale ideatore, Giuseppe De Stefano Paternò. In appendice è collocata una vasta genealogia di dati biografici e fotografie di singoli individui e famiglie siciliane che erano partiti per l’impresa colonizzatrice e dettero vita all’insediamento paraguaiano.

La grave crisi economica che colpì la penisola italiana tra gli anni ottanta e novanta dell’Ottocento ebbe ripercussioni ancora più accentuate e pesanti in Sicilia. I contadini, in particolare, oltre a chiedere miglioramenti contrattuali e salariali, davano voce alla loro aspirazione al possesso individuale della terra, rivendicando la spartizione dei demani usurpati e la divisione dei latifondi. Il «sogno» dell’insediamento oltre l’Atlantico nasceva dal desiderio di giustizia economica – che, come dimostrato dall’esito fallimentare delle vicende dei fasci siciliani, non riusciva a trovare realizzazione in patria – e dalla volontà di rivalsa contro le secolari élites locali.

In questo contesto, si situò l’esperienza di Giuseppe De Stefano Paternò. Ragusano, giovane radical-socialista e massone, Paternò fu il promotore della Società Colonizzatrice Italo Americana, un progetto che avrebbe dovuto permettere, almeno nei presupposti teorici, il riscatto del proletariato agricolo. L’iniziativa si basava sull’impulso di aspiranti coloni, che miravano a diventare piccoli proprietari terrieri in Paraguay, e sugli investimenti di modesti capitali privati. Paternò giunse ad Asunción il 25 aprile 1898, presentandosi a colloquio con le massime autorità paraguaiane. «Venni accolto con molto entusiasmo dal governo del Generale Egusquiza e dal Ministro degli Esteri De Coud, ambedue sinceri ammiratori dell’Italia e grandi propugnatori del progresso patrio» (Relazione sulla Colonizzazione nel Paraguay. Fondazione della Trinacria, Catania, Guttemberg, 1899, p. 14), scrisse in un dettagliato diario dell’insediamento, di cui Saija cita direttamente molti passi.

La spedizione di siciliani partì da Napoli il primo settembre 1898 e fece tappa a Buenos Aires il tre ottobre, dopo un viaggio estenuante per la durata e per le pessime condizioni delle compagnie di navigazione. Per un errore organizzativo, non fu possibile il trasferimento ad Asunción e i 237 o più coloni rimasero nel porto della capitale argentina per vari giorni, abbandonati a loro stessi. Questo episodio causò le durissime critiche della stampa italoargentina a Paternò e valse a quest’ultimo l’epiteto di «faccendiere senza scrupoli», attribuitogli dal giornale «La Patria degli Italiani» di Buenos Aires. L’anno seguente il governo italiano incaricò Obizzo Malaspina, ministro plenipotenziario del Regno d’Italia presso le repubbliche dell’Uruguay, Argentina e Paraguay, di verificare e riferire le effettive condizioni dei coloni siciliani. Le conclusioni dell’inchiesta furono piuttosto deludenti. Si rilevò che molte delle aspirazioni dei coloni erano andate frustrate, le strade e le altre vie di comunicazione erano spesso impraticabili e, in molti casi, l’indigenza affliggeva la colonia siciliana. Nel 1899, delle 500 persone partite dall’Italia per fare i coloni in Paraguay ne erano rimaste solo 150, a causa prevalentemente di abbandoni volontari. Perplessità e scetticismo nei confronti del disegno di Paternò non erano più celati negli ambienti governativi italiani. Sempre più scoraggiati, i coloni vivevano secondo un modello economico basato quasi esclusivamente sull’autoconsumo. Così, con una lettera al Governo italiano, nel 1900, Paternò dichiarò fallito il progetto in cui tanto aveva creduto. Tuttavia 23 famiglie siciliane decisero di restare e confermare la loro scelta originaria, dando vita a una nuova, e più prolifica, stagione coloniale. Saija ferma la sua narrazione al 1908, in corrispondenza del colpo di stato militare che depose il presidente Benigno Ferreira.

Con un linguaggio molto discorsivo, Saija sintetizza una vasta mole di fonti diplomatiche e consolari, oltre alla documentazione dell’Archivio del distretto notarile di Catania e dell’Archivio Centrale dello Stato, alle cronache riportate dalla stampa coeva italiana e sudamericana, avvalendosi anche di alcune carte private custodite dagli eredi degli originari coloni.

In questo volume, la storia personale dei nuclei familiari dei coloni si intreccia con la storia locale siciliana e con quella, più vasta, nazionale italiana. L’autore non manca poi di dare rilievo all’ignoranza che il governo italiano mostrò nei confronti della realtà paraguaiana, così distante e sconosciuta, e verso l’impresa di Paternò che fu sempre attorniato da sospetti e accuse. Non si fa riferimento, invece, ad alcuna interferenza di mafiosi isolani, che del resto, nella tradizione siciliana, avevano sempre caratterizzato le più importanti vicende locali.

Nonostante l’esperimento di colonizzazione agricola di Paternò fosse stato intrapreso secondo le migliori e più oneste intenzioni, l’autore non può far a meno, nelle conclusioni, di giudicare l’impresa utopistica. Anche per questo sostanziale fallimento, il lascito più importante dei siciliani in Paraguay, ancora oggi, è quello culturale, in particolare architettonico, che si può notare chiaramente in alcuni palazzi, chiese, ospedali e scuole di Asunción e di altri centri urbani della repubblica, come sostiene nella prefazione del libro Pietro Porcarelli, ambasciatore italiano in Paraguay.

Lucia Ducci

  

 

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