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Emigrazione e ricostruzione. Italiani in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale

Michele Colucci, Foligno, Editoriale Umbra, 2009, pp. 130, € 9 

Fondamentali per la ripresa economica britannica del secondo dopoguerra, appena arrivati in Inghilterra gli immigrati italiani diventarono un danno da limitare, un problema da gestire: una storia che continua a ripetersi, negli ultimi decenni anche in Italia, divenuta a sua volta terra d’immigrazione. Alle aziende di Bedford serviva un certo numero di lavoratori italiani, purché rimanessero a vivere in ostelli vicini alla fabbrica, non cercassero casa in paese e non venissero raggiunti dalle famiglie; servivano braccia, non esseri viventi con esigenze umane. Intorno a questa ambiguità, che portò a momenti di conflitto fra i vari protagonisti (istituzionali e non) coinvolti nella vicenda, si sviluppa il documentato e interessante lavoro di Michele Colucci. Attraverso una ricerca su fonti italiane e inglesi, il volume approfondisce una storia che è al tempo stesso transnazionale e locale: quella di una comunità italiana a Bedford negli anni cinquanta, di provenienza dall’Italia meridionale, selezionata alla partenza secondo accordi tra i due paesi. Italia e Gran Bretagna erano entrambe impegnate, in quegli anni, nella ricostruzione post-bellica, ma con una differenza fondamentale: priva di materie prime e con un’elevata disoccupazione la prima, alle prese con mancanza di manodopera la seconda. Dopo gli anni del fascismo in cui l’emigrazione, anche per motivi ideologici, era stata relativamente contenuta, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi tornò a indicare le vie del mondo ai disoccupati italiani, e la Gran Bretagna, insieme ad altri paesi come la Germania e il Belgio, offrì una soluzione.

A differenza delle grandi partenze della seconda metà dell’Ottocento e dei primi del Novecento, lo spostamento fu controllato e gestito istituzionalmente in tutti i suoi particolari. Protagonisti di questo scambio furono, oltre agli immigrati italiani, le aziende inglesi e i due governi – in particolare, i ministeri del Lavoro, degli Esteri e degli Interni e le due ambasciate. Uno scambio, come questa ricerca chiarisce subito, non certo alla pari. Pesava, infatti, nel rapporto fra i due paesi, l’eredità della guerra, in cui gli inglesi, da nemico, erano diventati l’alleato-vincitore; nel contesto politico dell’immediato dopoguerra l’Italia era il partner debole, sottoposta inoltre a una pressione enorme sul proprio mercato del lavoro. Le continuità tra fascismo, guerra e dopoguerra sopravvivevano nei conflitti fra lavoratori inglesi e italiani, nemici fino a pochi anni prima. Se gli italiani residenti in Gran Bretagna non dimenticavano il periodo della prigionia o una tragedia come quella dell’Arandora Star, era passato troppo poco tempo perché gli inglesi potessero dimenticare i conflitti locali provocati dalla cobelligeranza, soprattutto in zone, come Harrow a nord-ovest di Londra, in cui gli italiani erano diventati collaboratori dopo l’armistizio. In quel caso, con gli inglesi dell’East End rimasti senza casa e i lavoratori italiani sistemati nelle case del quartiere, i giornali locali avevano dato voce al conflitto tra le due nazionalità. Risonanza mediatica ancor maggiore ebbero le ostilità provocate dall’arrivo degli italiani a Bedford negli anni del dopoguerra. Anche questa destinazione, luogo di depositi d’argilla e quindi dell’industria del mattone, non era una novità per gli italiani, che già ci avevano lavorato come prigionieri durante la guerra. La ricerca di Colucci si spinge però agli anni cinquanta e ai nuovi contratti collettivi stipulati dai due paesi, contratti che portarono in Inghilterra più di 5.000 italiani tra il 1951 e il 1957. Nelle prime fasi del reclutamento più del 60 per cento ritornava in Italia al termine del contratto. I motivi della non permanenza di tanti italiani vanno cercati, come ricostruisce l’autore, nell’iniquità salariale (tanto che gli immigrati non riuscivano quasi a inviare le rimesse alle famiglie rimaste in patria) e negli ostacoli posti dalle autorità locali al loro trasferimento nel centro cittadino e ai ricongiungimenti familiari. E qui si aprono le questioni più importanti del volume: quali furono le conseguenze dell’insediamento, in una piccola cittadina, di un numero così elevato di italiani? Quali le loro condizioni abitative? E le risposte della comunità locale?

Dopo un periodo forzato negli ostelli in prossimità delle fabbriche, dove le aziende speravano di tenere, ben nascosti alla comunità locale, i lavoratori italiani, questi ultimi iniziarono a spostarsi in città. Negli ostelli non potevano avvenire i ricongiungimenti familiari; la scarsa qualità del cibo era un problema quotidiano; le lamentele continuavano a fioccare all’ambasciata italiana e da lì a Roma. Gli italiani affittarono case a Bedford, le famiglie li raggiunsero e le donne iniziarono anch’esse a trovare lavoro nella zona. Come avviene in tutte le comunità di prima immigrazione, più famiglie convivevano nella stessa casa, a volte nella stessa stanza – una condizione di igiene precaria e sovraffollamento che suscitò proteste tra gli inglesi lì residenti e tra le autorità locali, subito diffuse da una campagna stampa anti-italiana. Ora che non erano più tenuti nascosti, questi lavoratori divennero un problema per la popolazione. Le trade unions costituirono uno dei maggiori ostacoli, ostili a una mano d’opera difficile da sindacalizzare e che quindi rappresentava una minaccia per i lavoratori britannici. Dal 1960 il reclutamento con contratti collettivi venne sospeso, con l’avvio, di conseguenza, di forme di reclutamento meno istituzionali: gli immigrati stessi fornivano alle aziende i nominativi di conoscenti e parenti. Terminati i quattro anni di contratto, i lavoratori che non lo rinnovavano e che non tornavano in Italia, si stabilivano spesso a Londra, cercando impiego all’interno della comunità italiana impiegata già da decenni nel settore del catering. E qui si apre un altro tema importante della ricerca di Colucci: quello della costruzione di una comunità coesa negli anni del dopoguerra, tentata dalle autorità italiane e dalle missioni cattoliche, che si trovavano di fronte a italiani provenienti da diverse regioni (la comunità preesistente era soprattutto dalle regioni del centro-nord) e di differente strato sociale. Lo studio del giornale La Voce degli Italiani di nuovo suggerisce un confronto con il periodo precedente, nel suo tentativo di superare le divisioni tra italiani e inglesi create in epoca fascista, di risolvere le divided loyalties (studiate da Lucio Sponza per gli anni della guerra), ma anche di riunire gli italiani sotto la comune bandiera (ora democristiana) di Dio, patria e famiglia.

Il volume si chiude con una riflessione sul ruolo centrale delle missioni cattoliche nella vita della comunità, mostrando anche le difficoltà della chiesa in terra protestante e in un periodo di transizione, in cui gli italiani iniziavano ad assimilarsi all’ambiente inglese. Muovendosi così dalla partenza in Italia al caso di Bedford e arrivando alle trasformazioni interne alla comunità immigrata, questo contributo ben illustra le divergenze tra «l’architettura istituzionale ed economica» (p. 128), che aveva progettato la migrazione, e i bisogni, le aspettative e i progetti dei migranti.

Claudia Baldoli 

 

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