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Premessa

Piero Bassetti

La glocalizzazione e l’avvento delle nuove mobilità

Per affrontare il tema dell’italicità come identità glocal è necessario premettere un dato storico innegabile, cioè l’avvento della glocalizzazione. Quando, diversi anni fa, in Globus et Locus abbiamo iniziato a parlare di glocalismo, ossia di quell’intreccio indissolubile fra la dimensione globale e quella locale prodotto con la glocalizzazione, c’era ancora chi si dichiarava «contrario» a questo fenomeno, non comprendendo che si tratta di un evento, di un dato empirico, e come tale non può essere messo in discussione. Il fatto che le tecnologie moderne abbiano cambiato i concetti di tempo e di luogo - basti pensare alla rete, tramite la quale possiamo entrare in contatto con qualunque persona al mondo in tempo zero – ha generato un modo di vivere e di gestire le relazioni completamente nuovo.

Quella rivoluzione che inizialmente è andata sotto il nome di «globalizzazione», e successivamente di «glocalizzazione», non è riducibile a un mero problema di espansione, ma va ricondotta al riposizionamento, nel mondo, della dimensione del globale e del locale. Si tratta di una svolta epocale, che può essere comparata solo con la rivoluzione agricola. Se allora l’uomo era di fronte alla scoperta della stanzialità come modo di stare nel mondo, oggi si sta sperimentando il fenomeno opposto, cioè la scoperta dell’opportunità di vivere in un contesto dominato dalla mobilità. Mobilità delle persone, delle cose e dei segni; pensiamo alla mobilità che ci consente di frequentare il web e che ci trasforma in persone cognitivamente mobili e in grado di accedere a fonti di informazione sparse ovunque nel mondo. Nel passaggio da un mondo inter-nazionale a uno glocal, è stata proprio la nuova concezione della mobilità (che ha sostituito il concetto di migrazione) a modificare profondamente l’idea di cittadinanza e di appartenenza, facendo emergere il tema della pluriappartenenza.

Questo è un passaggio importante: fino a oggi, tutta l’organizzazione politica era concepita sulla stanzialità e la parola più rappresentativa dell’assunto della stanzialità era appunto lo «Stato», soggetto creato dagli uomini per identificare un fattore di sicurezza e di stabilità, la cui denominazione deriva non a caso dal participio passato del verbo stare. L’organizzazione politica è stata a lungo basata sul fatto che i popoli vivessero ognuno nel proprio Stato e il loro problema principale fosse la difesa del territorio e dei confini. La sicurezza era dunque profondamente legata all’idea di difesa, mentre i rapporti con l’esterno andavano sotto la definizione di relazioni «inter-nazionali». Uno dei concetti fondamentali della teoria politica, nato alla fine del Medioevo, è non a caso quello di sovranità, l’esercizio della quale esprime la possibilità da parte di una comunità stanziata su un certo territorio di godere della supremazia sullo stesso. Fintanto che questo tipo di organizzazione ha funzionato, i rapporti fra i vari popoli sono stati regolati da trattati, e questo è il portato della pace di Westfalia.

Con l’avvento della glocalizzazione, e il tramonto delle sovranità nazionali, anche una delle funzioni principali dello Stato, la difesa, è diventata globale. Questa trasformazione, insieme a quella di tutta una serie di concettualizzazioni legate alla definizione di confine, di territorio, di identità e di appartenenza, richiede una riflessione profonda, per essere compresa appieno.

Ricostruire l’identità e l’appartenenza: i nuovi popoli glocal

I processi di cambiamento in atto, resi evidenti anche da elementi quali l’introduzione del passaporto europeo e l’abolizione delle frontiere, hanno infatti una loro rilevanza anche dal punto di vista culturale e antropologico. Non si può prescindere dal fatto che oggi la soggettività individuale e collettiva, a lungo legata al concetto di territorio, non è più rapportabile alla dimensione territoriale (come nel caso della Francia, dove dalla rivoluzione francese in poi lo ius soli è stato ispiratore dell’appartenenza alla comunità francese), né a quella del sangue (come l’Italia, con una tradizione territoriale meno forte, che ha scelto appunto il sangue come elemento di riconoscimento dell’identità).

Nel nuovo contesto scaturito dalla dissoluzione delle tradizionali forme di identità e di appartenenza, sono nati nuovi popoli glocali, trasversali rispetto agli stati e ai territori, posti all’intersezione fra il locale delle origini e delle radici e il globale delle funzionalità. Questi popoli – intesi come individui o gruppi collocati in percorsi di mobilità territoriale e transnazionale – sono i nuovi demos, i popoli emergenti dell’epoca della glocalizzazione.

Si tratta di nuove realtà socio-culturali, risultato di diverse forme di mobilità, le quali hanno generato appartenenze multiple, dominate da un complesso crescente di relazioni transnazionali, fisiche ma perlopiù attive attraverso le reti. Sono gruppi di persone che hanno cominciato a immaginare e sentire le cose in comune, avendo per la prima volta l’opportunità di conoscere e di scegliere possibilità esistenziali e modelli di vita differenti e praticati da altri e altrove. Non più popoli nazionali, dunque, nati e consolidatisi sull’assunto «cuius regio, eius religio» e tenuti separati da confini territoriali, ma nuovi popoli glocali, risultato di appartenenze plurime. Sono quelle che vengono definite comunità «di sentimento», la cui identità non è tanto o soltanto etnica, linguistica o politico-istituzionale, quanto piuttosto culturale e valoriale, e al tempo stesso comunità «di pratica» o «di funzione», aggregazioni che si sono costituite appunto intorno all’esercizio di pratiche comuni.

Mobilità e identità glocal

In questo contesto si inserisce il tema dell’italicità come identità glocal. La domanda alla quale si ritiene importante rispondere è quale collocazione dare all’idea di popolo nel mondo glocal. In altre parole, come possiamo essere popoli nel mondo, oggi? La prima tentazione, per rispondere a questa esigenza, è partire da un assunto di ispirazione localista e autodefinirsi in relazione alla propria città, al proprio paese di origine. È da questa linea di pensiero che viene il leghismo, dalla volontà di presidiare il proprio luogo, quasi arroccandovisi. Ma questa posizione non funziona quando ci si muove nel mondo. Non a caso, il modo di vivere l’istituto familiare di una famiglia costruita sulla stanzialità è completamente diverso da quello di una famiglia dominata dalla mobilità. Se nel primo caso il focolare è quello di casa (interessante pensare alle imposte sui fuochi, ancora esistenti) nel secondo diventa Skype. Eppure anche chi vive in una dimensione di stanzialità non può considerarsi immune dalle influenze e dai cambiamenti prodotti dai nuovi processi di mobilità. Ne sarà anzi toccato quotidianamente, ogni volta che si collega al web, che prende un aereo per trovarsi dall’altra parte del mondo in poche ore, che acquista un prodotto made in China.

All’interno di questo scenario, come si colloca l’identità glocal italica? E quali sono i valori essenziali e condivisi dell’italicità? Con il termine «italici» noi, in Globus et Locus, indichiamo un’identità e un’appartenenza non di tipo nazionale, etnico-linguistica o giuridico-istituzionale, ma essenzialmente antropologico-culturale e funzionale. Gli italici per noi non sono soltanto i cittadini italiani in Italia e fuori d’Italia, ma anche i ticinesi, i titani, i dalmati, i discendenti degli italiani, gli italofoni e gli italofili: una comunità globale stimata attorno ai 250 milioni di persone nel mondo, alle quali la globalizzazione conferisce significati e potenzialità nuove. L’italicità è anzitutto una «comunità di sentimento», una condizione esistenziale, un’esperienza condivisa, una modalità del tutto particolare e riconoscibile di essere comunità nei diversi ambienti in cui si è integrata. È dunque, nella sua essenza, collegata al mondo glocal piuttosto che a quello inter-nazionale. Ciò che aggrega e accomuna il mondo italico sono valori intrinseci o acquisiti, interessi presenti, richiami che l’Italia di oggi e altri territori italici come il Ticino, divenuti grandi realtà economiche ma in misura crescente anche culturali, hanno ripreso a sentire come propri e voler rafforzare.

Che esista un’organizzazione globale di appartenenza italica, alla stessa stregua di quella anglosassone, quella ispanica e, anche se in modo diverso, quella cinese, è una realtà di cui bisogna prendere atto. Noi italici non siamo quei 57 milioni di abitanti che vivono nello Stivale. Nei secoli, siamo andati alla scoperta del mondo con modalità diverse da quelle adottate da altri popoli – il colonialismo o l’azione militare – ma semmai connesse con un processo di affermazione intellettuale: il diritto e l’organizzazione strategica – prima che le legioni – in epoca romana, l’universalismo cattolico al tramonto dell’epoca classica, le élite intellettuali di viaggiatori, di artisti, nel Medioevo e nel Rinascimento, le diplomazie e le migrazioni in epoca più recente, e, oggi, le nostre imprese, i nostri costumi, i nostri prodotti. Questa presenza, che configura un’aggregazione transnazionale, mai nella storia è stata in conflitto con quelle locali. Oggi come vogliamo definirla? Siamo tutti sfidati a darle un nome, e a trovarle una collocazione nel mondo.

L’italicità e la rete

Il primo passo per dare avvio a questo processo è sviluppare questa riflessione che, nel prendere in considerazione la propria identità, la inserisca in una visione che si potrebbe definire copernicana e non tolemaica ed eliocentrica. Non più, quindi, una monoidentità che sviluppa sue appendici indipendenti, un sole – per restare in metafora – con attorno dei pianeti, bensì un sistema di nodi collegati in una rete, tutti in perfetto equilibrio. Il concetto di italicità è intrinsecamente collegato all’assunto ontologico della rete. Sebbene sia un desiderio di tipo antropologico, che tutti noi condividiamo da secoli, quello di voler ritrovare la pace identitaria nel monismo identitario, è nella capacità di far coesistere, senza drammi conflittuali, una pluralità di identità che si definisce la ricchezza psicologica ed esistenziale a cui ci sfida la glocalizzazione. Si potrebbe dire che la glocalizzazione sfida a gestire la contraddizione fra l’essere nodo e l’essere in rete. Per questo, è fondamentale stimolare la nascita di un atteggiamento critico verso modelli interpretativi che non siano quelli della rete, completamente assunta in tutte le sue potenzialità.

L’esperienza politica degli italici

La sfida dell’uomo moderno è proprio quella di capire come la globalizzazione e il localismo si relazionano. Che siano in costante relazione è un dato di fatto: nel mondo glocal, il global contiene tutti i local e viceversa ogni local contiene tutto il global. Per dimostrarlo, basti pensare al web, che raccoglie esperienze aggregative multiformi, dalla community globale e al gruppetto familiare. Quando il mondo si appresterà ad avere popoli che, come gli anglosassoni, agiscono in sostanziale intesa, da Londra a New York, noi italici come vorremo esistere? È proprio il modo con cui si affronteranno queste sfide che caratterizzerà l’identità dei grandi popoli che il mondo si appresta a eleggere a soggetti della sua storia. Nel caso di noi italici, si tratta di comprendere la natura del nostro nascente stato identitario; un lavoro poderoso ma necessario perché legato a un processo che in parte è stato già avviato. Stiamo infatti constatando che la comunità degli italici si sta costruendo attraverso sottocomunità che hanno interessi comuni (le comunità di pratica di cui si è parlato) che confluiscono e si sinergizzano. Il prossimo passaggio sarà l’identificazione del quadro di valori e degli interessi degli italici, e questo è un tema molto importante. È un impegno al quale tutti siamo chiamati a prendere parte. Proprio come Mazzini e gli altri protagonisti del nostro Risorgimento, dopo la frase di Metternich, «l’Italia è un’espressione geografica», riuscirono a vederla e a farla diventare «un’espressione politica», anche noi dobbiamo agire, seppure procedendo all’inverso. Fatti gli italici, dobbiamo fare l’italicità.

 

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