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Martino Marazzi, A occhi aperti. Letteratura dell’emigrazione e mito americano

 

Milano, Angeli, 2011, pp. 304, € 30.

Il volume di Martino Marazzi, che raccoglie e sviluppa saggi precedentemente editi, non è solo uno strumento prezioso per chi dell’emigrazione ha fatto il proprio campo di ricerca. È anche un’ottima lettura per qualsiasi lettore colto, curioso di queste storie italiane, ma extra-italiane ed esigente di buona prosa. L’autore infatti ha il talento di raccontare e ragionare al contempo, guidato da un autentico desiderio di descrivere e capire, non sembra possedere certezze assolute né teorie preconcette, non si preoccupa di cerchi e botti, insomma (per usare un’espressione sua) sfugge alle «maglie soffocanti delle esercitazioni storico-accademiche» (p. 91) ed è per ciò che la sua pagina è viva, ed è un piacere semplice e raffinato immergersi in questo libro.

Già dall’introduzione, Marazzi ci fornisce una serie di informazioni, esempi, riflessioni per ribaltare lo stereotipo popolare dell’emigrante legato acriticamente alle sue radici culturali, fermo nel tempo, che subisce la sua cultura. Invece, propone Marazzi, le comunità di espatriati spesso reinterpretano la tradizione culturale in modo smaliziato, ironico, antiretorico: è un bagaglio non passivo, una risorsa di cui talora sembrano più consapevoli di chi espatriato non è.

Marazzi poi divide il suo studio in quattro parti e diciassette capitoletti. Nella prima parte, «Contesti», utile e godibilissimo è l’excursus attraverso le letterature d’emigrazione dei vari paesi, il dramma della lingua (sineddoche dell’esperienza di rinascita, una delle forme costitutive, dice Marazzi) e le peculiari espressioni di autocoscienza linguistica. L’autore parte dalla letteratura degli Stati Uniti, definendo «autentici capolavori» – in una letteratura che si ritiene spesso mancante di un capolavoro che la renda universale – due romanzi: The Grand Gennaro di Garibaldi Mario Lapolla e Christ in Concrete di Pietro Di Donato. Dagli Stati Uniti, Marazzi si sposta in Brasile, e focalizza l’attenzione sul talian, che ha ottenuto il riconoscimento istituzionale di lingua ufficiale dello Stato di Rio Grande del Sul e in cui, fra gli altri, sono raccontati i travagli del contadino veneto Nanetto Pipetta in Vita e storia di Nanetto Pipetta, di Aquiles Bernardi, di inaudita fortuna editoriale. Dal Brasile Marazzi ci conduce in Argentina, col suo cocoliche (italiano irradiato di spagnolo) e una cultura generale che avverte lo specifico italiano come elemento definente. Dopo aver ricordato con ammirazione Gente come me di Syria Poletti, del 1961, impariamo di lingua e letteratura migrante in Francia, Belgio, Germania, Svizzera, Canada, e infine Australia, paese la cui presenza italiana è fra le più studiate, grazie anche al lavoro di Gaetano Rando (che ha tradotto il libro italoaustraliano forse più noto, Paese fortunato di Rosa R. Cappiello).

La prima sezione si chiude con un breve saggio, forse il più blando dei diciassette capitoletti, su come, nei racconti d’emigrazione della fine dell’Ottocento, la tappa iniziale – Mediterraneo – venga sovente taciuta, quasi a voler dimenticare il simbolo di una condizione medioevale; e infine un pezzo interessante su giornalismo e letteratura a San Francisco.

La seconda parte del libro, «Il punto di vista dall’Italia», si apre con un saggio a proposito di Sull’oceano di De Amicis (datato 1889), un romanzo a metà fra Cuore e Primo maggio dove, sostiene Marazzi, De Amicis si sente diviso e ondeggiante tra mondo di prua e mondo di poppa, e la parola chiave è «miseria». Secondo il critico, De Amicis coglie con tempismo l’importanza e la gravità del fenomeno emigrazione: l’emigrazione è lucidamente valutata come la prova bruciante del fallimento degli ideali umanitari («patria» è un’altra parola chiave). Acuto, poi, Marazzi nell’esaminare lo stile e farne motivo d’indagine e riflessione (p. 110). Dopo De Amicis, si parla della fine della scoperta dell’America di Cesare Pavese ed Elio Vittorini, della «coscienza policentrica» che diventa l’America per Guido Piovene (anche qui le osservazioni di Marazzi sullo stile sono davvero gustose: attraverso lo stile lungo, l’efflorescenza aggettivale, la prosa ritmata dal punto e virgola, Piovene «scrive l’America», pp. 136-137). Questa seconda tranche si chiude con Alberto Arbasino, la cui America è bella in quanto totalmente contradditoria.

La terza sezione del libro, dedicata agli «Autori», parte con la figura di Arturo Giovannitti, americano di sinistra, intellettuale e attivista etnico ante-litteram, che scrive in inglese, ma attinge alla tradizione italiana, in particolare D’Annunzio. Dimenticato, in Italia, per motivi linguistico-estetici e politici, va recuperato, nell’opinione di Marazzi, il quale giudica un capolavoro «The Walker», componimento del 1912 in prosa lirica. Affascinanti anche i ritratti che seguono: Efrem Bartoletti, sindaco di Costacciaro, minatore, attivista politico, poeta umbro autodidatta, autore della raccolta Nostalgie proletarie; Ludovico Michele Caminita, giornalista, comunista, anticlericale, intellettualmente audace, capace di trasformare una citazione dell’Addio ai monti manzoniano in critica sociale, che tuttavia finirà nei ranghi, abbracciando l’americanismo più conformista e il fascismo; Garibaldi Mario Lapolla, autore di tre romanzi fra i quali The Grand Gennaro (del 1935, uno dei capisaldi della letteratura dell’emigrazione) per cui Marazzi spende pagine appassionate, denunciando l’assurdità del silenzio che grava su questo scrittore (che, ci ricorda Marazzi, già Prezzolini apprezzava per forza e finezza): «Uno degli scandali di Lapolla, forse una delle ragioni per cui è stato poco capito e ascoltato, sta proprio nel non rifugiarsi in un comodo anatema antimodernista e antiamericano, in nome – come non è infrequente in autori a lui vicini – di un unanimismo popolare e cattolico, o di un vitalismo individualista» (p. 201). Marazzi non lo cita, ma il riferimento è probabilmente a John Fante, protagonista del ritratto successivo, che in Italia si rischia di far assurgere al ruolo – per lui troppo impegnativo e fuorviante, sottolinea giustamente il critico – di pater delle lettere italoamericane. Ma il successo editoriale e i numerosi adepti, fra gli scrittori italiani, del culto di Fante sono anche l’occasione per un paio di appuntiti e sacrosanti paragrafi polemici nei confronti di editori e scrittori fantologi (che di Fante han fatto bandiera, prendendone solo gli aspetti che fan loro comodo), del giovanilismo militante e della versione consumistica dell’etnicità, della «giovinezza coatta e sognatrice tipica del nostro paese […] il che fa sorridere ma fa anche un po’ tristezza» (p. 220).

La quarta ed ultima parte del libro («Letture») comprende una breve riflessione sulla novella del 1886 Peppino il lustrascarpe di Luigi Donato Ventura (che alcuni critici ritengono la prima pietra della letteratura italoamericana); una nota su Moon Harvest, romanzo del 1925 di Giuseppe Cautela, più interessante come documento storico/etnografico/psicologico che come opera d’arte (dove importante, sottolinea Marazzi, è la lezione dannunziana); una disamina del realismo greve ma ironico di Michael Fiaschetti, personaggio-autore, la cui biografia è affascinante almeno quanto i suoi racconti; un saggio su Carlo Tresca, la tragica fine del quale, dice Marazzi, fa spesso dimenticare quella che fu poi l’origine della fine stessa: «l’incontenibile (e anche arruffata, contradditoria, scomoda, violenta...) carica d’energia, il carisma, o slancio vitalistico del protagonista» (p. 249); e infine una lettura, densa di ammirazione, della «parola autobiografica» di Joseph Tusiani.

A occhi aperti è un testo che ha forza e vitalità: sarà utile per lo studioso, essenziale per qualsiasi corso sulla letteratura dell’emigrazione italiana, ma anche esperienza gradevolissima per il lettore indipendente e curioso, che vi troverà sollecitazioni continue alla riflessione e stimoli a iosa per nuovi sentieri, nuovi mondi, nuovi libri.

Emanuele Pettener

 

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