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Gianni Paoletti, Vite ritrovate. Emigrazione e letteratura italiana di Otto e Novecento

Foligno, Editoriale Umbra, 2011, pp. 299, € 11.

Come titolo più recente della collana «I Quaderni del Museo dell’Emigrazione», il Centro Studi «Pietro Conti» propone la ricerca che Gianni Paoletti, già autore della bella monografia John Fante. Storie di un italoamericano (Foligno, Editoriale Umbra, 2005), ha dedicato alle pagine con cui gli scrittori italiani hanno fatto incursione nella storia del nostro esodo.

Si tratta di una guida completa alla letteratura d’emigrazione che, pur non tralasciando il puntiglio documentario, si struttura attraverso uno stile scorrevole e di piacevole lettura. Ad aprire e chiudere il saggio sono due sezioni di impianto cronologico: «Il passaggio fra due secoli», che traccia un primo bilancio sull’esito del Risorgimento attraverso le opere di De Amicis, Pascoli, Ungaretti e Campana, e «Gli ultimi vent’anni», in cui l’autore fa il punto sulla letteratura recente, separando l’approccio femminile (Melania Mazzucco, Laura Pariani, Marcella Olschki, Giovanna Giordano, Silvana Grasso, Mariolina Venezia, Elena Gianini Belotti, Stefania Aphel Barzini) da quello maschile (Livio Garzanti, Rodolfo Di Biasio, Sergio Campailla, Alessandro Baricco, Manlio Cancogni, Gaetano Cappelli, Giuseppe Lupo, Enrico Franceschini, Mimmo Gangemi).

Nella sua parte più coinvolgente, il volume offre al lettore una carrellata letteraria davvero esauriente di migranti ed espatriati, ritratti talvolta attraverso schizzi realistici, talora mediante suggestioni liriche e personaggi inventati. Quelle prese in esame da Paoletti, dunque, non sono soltanto storie di scrittori che hanno vissuto l’esodo in prima persona come reporter o migranti essi stessi, ma anche e perlopiù racconti di fiction e impressioni poetiche. Come si legge nella dichiarazione d’intenti, l’obiettivo dell’autore è infatti quello di analizzare come il tema migratorio sia stato affrontato dai letterati italiani censiti nel canone classico, riservando particolare attenzione a quelli che col fenomeno non hanno avuto alcun rapporto personale. È proprio questa chiave di lettura a dare originalità al volume, che non viene strutturato seguendo un percorso cronologico, ma geografico, suddiviso fra località di partenza e punti d’arrivo.

Nel capitolo «Gli zii di Sicilia», regione da cui proviene un contributo assai significativo all’esodo, Paoletti affronta il tema lasciando emergere sullo sfondo la terra «amata, odiata, contraddittoria e paradossale» (p. 41) degli isolani, sia attraverso la prospettiva amara di Giovanni Verga e Maria Messina – che tratteggiano l’emigrazione come equivalente della pazzia, un «tarlo che rode, una malattia che s’attacca», come afferma la seconda (p. 48) – sia mediante lo sguardo più equilibrato e oggettivo di Luigi Capuana e Giuseppe Antonio Borgese; ma anche attraverso la chiave interpretativa di Pirandello e Sciascia, che utilizzano il tema per rappresentare il paradossale e il bizzarro, la dissimulazione e la doppiezza dei sentimenti umani. Oltre a ciò, l’autore del saggio si concentra anche sulle modalità con cui la narrativa meridionale ha messo in scena il mondo dei «cafoni» «fatto di stupori magici e di fame» (p. 195), come l’ha ritratto Carlo Levi, e quelle con cui Alvaro ha raffigurato la vita «dura, sensuale, a tratti nostalgica» (p. 205) dei contadini dell’Aspromonte che resistono alla tentazione dell’espatrio.

Da una scrittura di emigrazione intesa come esigenza di riscatto sociale, nella sezione «Giù al Nord», l’autore passa poi ad analizzare come i letterati settentrionali abbiano metaforizzato il tema nei termini di una necessità di «lontananza, di straniamento e di metamorfosi» (p. 98). Da Pavese a Fenoglio e Quarantotti Gambini, da Soldati e Piovene fino a Gadda, Calvino e Magris, l’autore dimostra che gli scrittori provenienti da un Nord industriale, sinonimo di benessere e prosperità, hanno utilizzato la scrittura d’emigrazione come «un’esplorazione più di se stessi che del contesto» che induce ad andarsene (p. 98).

Quanto alle numerose destinazioni dell’Italia migrante, a farla da padrone è, come ci si aspetta, il Nuovo Continente, meta che ispira sentimenti contraddittori, ponendo i partenti di fronte a un «dilemma a due corni: […] un’America straniante, canagliesca e “malafemmina”» e un’America come «Eden moderno, Atlantide di perfezioni, di civiltà o di abbondanza» (p. 9).

Ci sono poi le cosiddette «altre Americhe», come l’Australia di Rigoni Stern, «prodiga di un benessere follemente esorbitante» (p. 160), o il Nord Italia degli anni cinquanta e sessanta di Mastronardi. Ma ci sono anche la Russia, la Slesia e la Baviera di Sgorlon nonché la Mitteleuropa di Magris, dove «la differenza di tono» contrappone la rappresentazione delle mete migratorie europee alle «immagini di spazi immensi e di libertà che si ritrovano in quasi tutte le rievocazioni dell’America» (p. 150). Le destinazioni del Vecchio Continente, in cui al massimo si va a lavorare in miniera, rappresentano una sorta di refugium peccatorum (p. 150) per i poveri che vanno a cercare una vita meno disperata, e provano a dimostrazione del fatto che, come un sogno europeo analogo a quello «a stelle e strisce», di fatto non sia mai esistito.

Negli ultimi vent’anni, come riporta giustamente Paoletti, trasformatasi l’Italia da «luogo di partenza» ad «approdo di migranti», i letterati hanno dato il via a un proficuo esame di coscienza che ha condotto a «una vera e propria ufficializzazione della “memoria” o del “ricordo”» (p. 16). Se, come avevano lamentato Gramsci e Borgese, gli scrittori italiani hanno a lungo marginalizzato il tema migratorio, nella nostra narrativa più recente, la letteratura e la storia sembrano essersi felicemente rincontrate. La memoria dell’emigrazione non viene più ripensata nei termini di un «esodo vergognoso», ma come un evento che ha saputo essere, per quegli anni, anche una grande leva di cambiamento sociale, in grado di stimolare, per contrasto, lo sviluppo di un’identità nazionale e di una società multietnica e multiculturale. Questa urgenza si avverte più che mai nel mondo della scuola, dove una rivalutazione di tale genere letterario come strumento didattico potrebbe sensibilizzare e avvicinare studenti stranieri e italiani, mediante la condivisione di una esperienza comune.

Gli scrittori, consci della necessità di fornire strumenti di riflessione efficaci a un pubblico «sostanzialmente indifferente, assuefatto» dai palinsesti televisivi a recepire le notizie sull’immigrazione clandestina senza la «capacità di discernere il grave dal frivolo» (p. 94), hanno iniziato a rivolgere al passato uno sguardo più consapevole. Soltanto suscitando ripensamenti e considerazioni, la letteratura trova il modo di agire concretamente sulla società. E nel suo piccolo, questo volume riesce a mettere in pratica tale intento, poiché, attraverso un excursus puntiglioso e ben documentato, ci consente di servirci delle figure della letteratura per comprendere meglio non solo il nostro passato di migranti, ma anche il presente di coloro che oggigiorno proiettano sull’Italia le stesse speranze con cui i nostri antenati partivano per l’America; il presente spesso doloroso di quei molti, moltissimi Moammed Sceab approdati nel Mezzogiorno dalle coste del Nord Africa, che nessuno, troppo spesso, per dirla con Ungaretti, «sa più neppure che vissero».

Ambra Meda

 

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