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Angelo Trento, La costruzione di un’identità collettiva. Storia del giornalismo in lingua italiana in Brasile

Viterbo, Sette Città, 2011, pp. 185, € 18

A distanza di oltre un quarto di secolo dalla pubblicazione di un primo censimento dei giornali italiani in Brasile, incluso nella sua monografia Là dov’è la raccolta del caffè. L’emigrazione italiana in Brasile 1875-1940 (Padova, Antenore, 1984), Angelo Trento corona un percorso più che trentennale di ricerche sugli italiani e la loro stampa nella nazione sudamericana con un saggio che, assai opportunamente, è completato in appendice dalla versione ampliata e aggiornata di quel pionieristico regesto.

Dopo essere stata utilizzata soprattutto come fonte per studiare le collettività italiane nel mondo, negli ultimi anni la stampa italiana all’estero è diventata anche un oggetto di studio in sé e sono apparsi numerosi lavori dedicati a singole testate o periodi, nonché numeri monografici di riviste specializzate. Nondimeno, questo volume rappresenta il più compiuto tentativo condotto sin qui di studiare questa pubblicistica in uno dei grandi paesi di emigrazione americani che ne furono i principali centri di produzione, in modo sistematico e per l’intero suo ciclo di vita, coincidente pour cause con quello dei flussi immigratori dall’Italia (nella fattispecie brasiliana, dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni cinquanta del Novecento).

Il saggio si articola in quattro capitoli, seguiti dalla citata appendice. Il primo si concentra sui decenni compresi tra il 1870 e la Grande guerra e analizza caratteristiche, diffusione e funzioni dei giornali e periodici dell’emigrazione in Brasile. Per quanto testate in italiano, opera soprattutto di esuli politici, compaiano già nei primi decenni dell’Ottocento, è con l’inizio dell’immigrazione di massa che il fenomeno assunse proporzioni rilevanti, in particolare a San Paolo, capitale dello stato in cui si concentrò il 70 per cento degli italiani (circa 1,5 milioni) giunti nel paese tra il 1875 e il 1960, a Rio de Janeiro, e nel Rio Grande do Sul. Il dato delle oltre 800 testate di cui Trento ha raccolto notizia è indice di una straordinaria proliferazione, che tuttavia, come egli stesso sottolinea, si spiega in buona misura con la natura effimera e precaria di tante iniziative, che scontavano in molti casi un’estrema scarsità di risorse, economiche ma anche professionali: spesso, infatti, a fondare giornali e periodici erano immigrati poco più acculturati della media dei connazionali, che si improvvisavano giornalisti per guadagnarsi da vivere.

Il fatto che il 60 per cento delle testate sia uscito nella città di San Paolo, dove nel 1907 si pubblicavano ben cinque quotidiani, e un altro 12 per cento a Rio de Janeiro, ci parla di un fenomeno quasi esclusivamente urbano: il mondo delle fazendas rimase pressoché impenetrabile per la stampa d’emigrazione. Non così l’altra area di insediamento rurale degli italiani in Brasile, lo stato meridionale del Rio Grande do Sul, dove ebbero diffusione in particolare i fogli di ispirazione cattolica.

Se questi ultimi puntavano essenzialmente a preservare la fede e i valori religiosi tra gli immigrati, e facevano perciò ricorso anche al dialetto per raggiungerli più facilmente, le maggiori testate, a cominciare dal quotidiano «Fanfulla», fondato nel 1893 a San Paolo, si prefiggevano tutt’altro scopo, ovvero la difesa dell’italianità o piuttosto, secondo l’efficace formula dell’autore che dà anche il titolo al volume, «la costruzione di un’identità collettiva» italiana, di cui al momento dell’espatrio gli emigranti erano di fatto privi. Trento appare in definitiva convinto che la grande stampa, prodotto delle élites delle collettività, abbia svolto una funzione pedagogica essenziale in tal senso, diffondendo la lingua italiana tra connazionali in maggioranza dialettofoni e affermando l’unità del gruppo etnico contro i localismi, ma è molto netto nel segnalare che si trattò di un processo lungo e contrastato.

A renderlo in Brasile forse ancor più complicato che altrove (si pensi al caso dell’Argentina), concorse, oltre alle circostanze già citate, la non comune vitalità della stampa operaia nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento, specie, di nuovo, a San Paolo, allora come oggi principale centro industriale del paese. L’intero secondo capitolo è dedicato alle decine di fogli e numeri unici appartenenti alle diverse correnti del socialismo e dell’anarchismo, che erano concepiti anch’essi per dotare gli immigrati di un comune senso di appartenenza, in questo caso non certo etnico bensì di classe. L’autore fa sfoggio qui della sua profonda conoscenza di queste testate, offrendo un’esemplificazione ricchissima a sostegno della sua analisi. Se in generale questa stampa si caratterizzava per la sua fragilità, dovuta in parte alla mancanza di mezzi e in parte ai conflitti ideologici che ne minavano l’azione, non mancarono esempi di fogli longevi e capaci di raggiungere tirature di migliaia di copie, come il settimanale anarchico La Battaglia. Tuttavia, già dai primi anni venti del Novecento per la stampa operaia iniziò il declino. A provocarlo furono, da un lato, la repressione che colpì il movimento socialista e anarchico dopo l’ondata di mobilitazioni e scioperi del triennio 1917-1919; dall’altro, l’esaurirsi dei flussi migratori dall’Italia e la conseguente progressiva integrazione degli immigrati, che ridussero il pubblico potenziale della stampa etnica nel suo complesso, indebolendola.

Nei decenni tra le due guerre, di cui si occupa il terzo capitolo, questo processo si accentuò, mentre la spaccatura tra fascisti e antifascisti, e le divisioni e polemiche tra questi ultimi, non fecero che aggravare le difficoltà di giornali che, comunque, si schierarono in gran parte a favore del regime, riflettendo e nello stesso alimentando il consenso di cui Mussolini godeva nella collettività. L’unico quotidiano sopravvissuto, il «Fanfulla», mantenne questa linea per l’intero ventennio, potendo giovarsi, almeno per gran parte degli anni trenta, anche del clima politico tutt’altro che ostile al fascismo che si respirava nel paese. Il 1942 rappresentò il de profundis per le testate in lingua italiana, obbligate alla chiusura dai provvedimenti che fecero seguito all’entrata in guerra del Brasile contro l’Italia.

Nel dopoguerra ricominciò anche l’immigrazione dall’Italia, ma si trattò di un flusso di breve durata, che si concluse già a metà degli anni cinquanta e, per la sua scarsa consistenza, non fu sufficiente per far ritrovare alla stampa italiana la vitalità del passato. Il «Fanfulla» riprese le pubblicazioni nel 1947 e, avendo più di un peccato da farsi perdonare, lanciò ripetuti appelli all’unità e al superamento delle divisioni, politiche e non, nella collettività. La pubblicistica di destra, rafforzatisi con l’arrivo in Brasile di ex gerarchi fascisti e repubblichini dall’Italia, rispose con attacchi violenti nei confronti degli antifascisti e delle autorità diplomatiche. Il panorama era ormai anche qualitativamente desolante, e tale rimase fino a quando, a metà degli anni sessanta, con la scomparsa del «Fanfulla» virtualmente finì, secondo Trento, la storia del giornalismo italiano nel paese.

Se raramente la saggistica di taglio accademico è in grado di trovare lettori fuori dalla piccola cerchia degli «addetti ai lavori», e quasi mai se lo prefigge come obiettivo, in questo caso sembrano andare in tale direzione tanto la scelta di non sovraccaricare il volume di troppi riferimenti bibliografici quanto lo stile asciutto e privo di fronzoli dell’autore. È un ulteriore merito di questo libro, che è auspicabile sia preso a modello per future ricerche sulla stampa dell’emigrazione italiana.

Federica Bertagna

 

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