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Sebastiano Marco Cicciò, Il porto di imbarco di Messina. L’ispettorato e i servizi di emigrazione (1904-1929)

Milano, Franco Angeli, 2016, pp. 156, € 21.

Due veloci accenni nel primo tomo della Storia dell’emigrazione italiana (a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi, Emilio Franzina, Roma, Donzelli, 2001), contenuti nel saggio di Augusta Molinari dedicato ai porti, un volume di Enrico Zappulli, Guido Lelli (Il porto di Messina: 50 anni di storia, Messina, Grafiche La Sicilia, 1953) e la trascrizione di un discorso sull’emigrazione e sul porto di Messina, pronunciato e pubblicato nel 1954 da Leopoldo Zagami, senatore del Partito nazionale monarchico. Questo è quasi tutto quello che era a disposizione di chi avesse voluto studiare ruolo, dinamiche e infrastrutture del porto di Messina come imbarco per le migrazioni. Non c’è dubbio alcuno, dunque, che questo volume di Sebastiano Marco Cicciò, pur eminentemente descrittivo, colmi una lacuna anche in virtù di un appendice statistica e una sistematizzazione dei riferimenti legislativi relativi alla vicenda.

È la legge n. 23 del 31 gennaio 1901, il primo provvedimento legislativo italiano organico in materia di emigrazione, che istituisce anche il Commissariato Generale dell’emigrazione, a stabilire che quelli di Genova, Napoli e Palermo siano gli unici porti italiani autorizzati tanto all’imbarco di passeggeri quanto a ospitare la sede di un ispettorato di emigrazione. Escluso dai provvedimenti del 1901, il porto di Messina viene riconosciuto porto di emigrazione e dotato di un relativo ispettorato soltanto con il Regio Decreto n. 43 del 24 gennaio 1904. Intensi scambi commerciali lo rendono il quinto tra i porti italiani per numero e tonnellaggio di navi arrivate e partite per operazioni commerciali. Tuttavia le strutture sono inadeguate, incapaci di ospitare un traffico di tali dimensioni, tanto che il governo, proprio all’inizio del 1904, decide di stanziare 2 milioni di lire per opere di restauro e ammodernamento (p. 29).

Agli emigranti viene consigliato di giungere al porto almeno con un giorno di anticipo rispetto alla partenza per poter adempiere a tutte le formalità necessarie. Si predispone così un microcosmo funzionante e un indotto rilevante destinati agli emigranti in partenza. Sono istituite locande e alberghi autorizzati, spesso controllati dall’ispettorato che si assicura che il piano alimentare predisposto per gli emigranti sia rispettato dagli albergatori. Alla fine del 1905 sono autorizzate 18 locande per un totale di 341 posti letto. Vengono effettuate visite mediche. Il dottor Carlo Palermo, un medico igienista scelto dal prefetto, visita ogni settimana gli alberghi, vigila sulle condizioni igieniche, assiste i malati e provvede all’eventuale trasferimento negli ospedali cittadini, informando con urgenza l’ispettorato nel caso che si riscontrino patologie in grado di causare il respingimento all’imbarco o al porto d’arrivo (p. 33).

Vengono persino istituiti dei fattorini, incaricati di prelevare gli emigranti dalla stazione e di accompagnarli gratuitamente agli alberghi autorizzati, e dei facchini, con il compito di trasportare i bagagli a bordo. Entrambe le figure sono dotate di tessere di riconoscimento per evitare le temutissime truffe sulle quali esiste una vivace aneddotica, che passa di bocca in bocca, relativa ai grandi porti di Palermo, Napoli e Genova.

La situazione di Messina risulta diversa da quella dei porti più grandi, che è spesso incontrollata e incontrollabile. Ma quando il traffico di emigranti si intensifica, gli alberghi divengono insufficienti e il Commissariato Generale dell’emigrazione trova la soluzione nella costruzioni di ricoveri, che però non vengono mai realizzati. Comunque, si tratta di un flusso non enorme, dignitosamente gestito, che conferisce alla città una possibilità di crescita economica. Nondimeno la stampa cittadina, in questa prima fase, lamenta la mancanza di piroscafi con destinazione transoceanica diretta, «affermando anzi che ogni scalo marittimo della Sicilia e della Calabria» è «illegalmente diventato un porto di imbarco» (p. 35) e che alcune compagnie di navigazione – come la Società Amburghese, la Transatlantica, l’Italia e la White Star – indugiano perfino a nominare dei propri procuratori.

Il terribile terremoto e il seguente maremoto del 1908, che causano la morte di oltre due terzi degli abitanti di Messina e il crollo del 90 per cento degli edifici, arrecano danni gravissimi alle strutture portuali. Dal 1910 alla Prima guerra mondiale il movimento migratorio nel porto di Messina continua a essere, in prevalenza, di trasbordo e, nonostante siano entrati in funzione i collegamenti anche col Sud America, soprattutto con la regione del Plata, le partenze per le mete transoceaniche restano scarse. Dopo la fine del primo conflitto mondiale la ripresa è stentata. Nessuna partenza si verifica nel 1919, un solo approdo nel 1920, nel 1921 e nel 1922, nessuna nel 1923. Nel 1924 avviene una lenta ripartenza e l’inaugurazione di una nuova importante rotta transoceanica, quella australiana. La contrazione degli anni venti è anche legata alle politiche del regime fascista e alla chiusura delle frontiere statunitensi. Arriva così, nel 1929, la soppressione – ampiamente temuta dai messinesi – dell’ispettorato di emigrazione, dovuta al fatto che vengono ormai «a mancare le ragioni per le quali il porto di Messina» (p. 121) era stato dichiarato d’emigrazione. È l’esito finale di una operazione di sottrazione di uffici e istituti – la Corte d’appello, la facoltà di Lettere, il Collegio militare, l’Ispettorato di navigazione – a cui Messina era stata sottoposta proprio dal 1908, l’anno del terremoto (p. 122).

Alessandra Gissi

Lorenzo Luatti

Adulti si nasceva. Immagini e metafore letterarie sull’emigrazione minorile girovaga e di lavoro dall’Ottocento ai giorni nostri

Isernia, Cosmo Iannone, 2016, pp. 284, € 20.

 

Lorenzo Luatti propone un’appassionante indagine fra storia e letteratura capace di offrire un’ampia panoramica della rappresentazione letteraria in Italia sul fenomeno dei minori migranti. Il volume esplora l’universo vastissimo di un genere narrativo longevo e di successo, che ha per protagonisti bambini italiani vittime della tratta, o espatriati «autonomamente» per svolgere i mestieri più umili: dai venditori girovaghi della metà dell’Ottocento, agli ambulanti che si riversarono nelle grandi città europee e americane negli anni dell’emigrazione di massa, fino ai piccoli lavoratori e mendicanti del nostro tempo. Soffermandosi soprattutto sul periodo tra la seconda metà del xix secolo e la Prima guerra mondiale, affrontato nei primi tre capitoli, l’autore individua le caratteristiche, gli stili, i leitmotiv di innumerevoli romanzi, racconti e testi destinati alle antologie scolastiche e si propone di determinarne simbologie e modelli di riferimento, alla ricerca di un fil rouge che consenta di cogliere la percezione coeva di una piaga sociale tanto a lungo presente nel nostro Paese. Giovanissimi vetrai, figurinai, spazzacamini, lustrascarpe sono al centro di una produzione letteraria abbondante e variegata – talvolta estremamente ripetitiva – che include testi di larga diffusione e grande fortuna (come il popolarissimo Racconto di un piccolo vetraio di Olimpia de Gaspari, uscito nel 1903 e letto nelle case e nelle scuole per i successivi cinquant’anni) e altri di ben minore impatto, tutti accomunati però da una vena precettistica, dal preciso intento di «educare contristando» (p. 177), nonché dall’obiettivo di enfatizzare, in un’ottica antiprogressista, la centralità della famiglia.

Le pubblicazioni in questione riprendono in larga parte i contenuti delle inchieste sullo sfruttamento minorile. Dall’analisi di Luatti emerge però come sia le letture pensate per gli adulti – capostipite delle quali è il celebre racconto sociale La tratta dei fanciulli di Giuseppe Guerzoni (1878) – sia quelle rivolte ai ragazzi si proponessero perlopiù di suscitare commozione tramite un sentimentalismo di maniera verso «l’infanzia abbandonata», mentre la funzione di «pubblica denuncia», che tale narrativa avrebbe in teoria potuto svolgere, «risultava debole e superficiale, semplicemente predicata» (p. 50). Quasi sempre, inoltre, queste opere promuovono un messaggio chiaramente anti-emigrazionista: le vicende, raccontate con dovizia di particolari tragici, si concludono con la morte del protagonista, o, dopo l’intervento di un adulto in soccorso del ragazzo, con il suo ritorno a casa e il ricongiungimento alla famiglia. Luatti nota il prevalere di cliché che mettono in cattiva luce la scelta dell’allontanamento dal paese d’origine e rimarca l’importanza dell’ordine sociale, del quale non sono rilevate né condannate le iniquità, in perfetta consonanza con la visione paternalistica e conservatrice propria della classe dirigente italiana in epoca postunitaria e liberale. In seguito alle varie vicissitudini e tribolazioni «il sistema rimane immutato, è il protagonista a cambiare. Questa narrativa ribadiva e accentuava il ruolo di guida assunto dalla classe dominante sui figli del popolo» (p. 116). In generale, l’autore riconosce solo a pochissimi scrittori, fra cui il napoletano Giuseppe Errico con il suo Piccoli esuli d’Italia (1903), il merito di aver collocato il problema della migrazione minorile all’interno della più ampia questione sociale. 

Oltre alle considerazioni storico-politiche, diffusamente approfondite e argomentate, lo studio tratta anche aspetti più specificamente letterari e stilistici. Uno fra i più rilevanti è lo stretto legame con la tradizione fiabesca, a cui molte storie si avvicinano per lo schema narrativo e per la sostanziale assenza di coordinate geografico-temporali definite. Un’eccezione in tal senso è costituita dai libri di autori italoamericani, che tratteggiano con assai minor vaghezza l’ambiente di vita e di lavoro nel quale si muovono i personaggi e, data l’esperienza migratoria vissuta in prima persona da chi scrive, sovente propongono di essa un’immagine positiva, senza nasconderne le difficoltà ma sottolineando il successo cui, dopo molto lavoro e fatica, giunge il protagonista.

Negli anni del fascismo, sui quali si apre il quarto capitolo, le pubblicazioni sull’infanzia migrante «derelitta» registrano una netta contrazione, riflesso dell’ostilità del regime rispetto all’esodo verso l’estero e del suo rifiuto dei generi letterario-educativi ottocenteschi. Il periodo repubblicano vede tali tematiche tornare in auge e molti testi sono riproposti, quasi senza modifiche rispetto al passato. La temperie culturale è però cambiata e gli autori contemporanei abbandonano progressivamente i «toni lacrimevoli» per inserire elementi di attualità e critica sociale.

Infine, divenuta l’Italia un Paese d’immigrazione, e considerato il forte sviluppo della storiografia sull’emigrazione negli ultimi decenni, anche la letteratura rivolta ai giovani sembra assorbire le istanze odierne e rielabora le storie di ieri con una sensibilità nuova e con il lodevole scopo «della rielaborazione di una memoria storica» (p. 253).

Nel complesso, il lavoro di Luatti è di grande interesse, specie per la sua capacità di costruire un’analisi ben contestualizzata storicamente delle scelte autoriali ed editoriali e dei gusti del pubblico, evitando troppo facili semplificazioni, come si legge anche nell’esaustiva prefazione di Emilio Franzina. Data l’importanza delle immagini in testi rivolti principalmente a bambini e ragazzi, risulta davvero apprezzabile l’inserimento di alcune di esse all’interno della trattazione, oltre alle trentadue tavole illustrative con le riproduzioni di altrettanti frontespizi.

Francesca Puliga

 

 

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