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Mattia Pelli, Monteforno. Storia di acciaio, di uomini e di lotte

Lugano, Fontana, 2014, pp. 175.

«Il primo giorno uno shock, non avevo mai lavorato, fresco di scuola, in un’acciaieria, i capannoni erano lunghi circa un chilometro, rumori assordanti, fuoco dappertutto. Le prime volte mi sono trovato perso» (p. 118) – così G.O., immigrato dalla Sardegna, ricorda il senso di straniamento che lo accompagna il primo giorno di lavoro alla Monteforno, in un ambiente ostile e disumano simile a un girone infernale.

Nel volume Monteforno. Storia di acciaio, di uomini e di lotte s’intrecciano i due temi attorno ai quali ruota la ricerca storica di Mattia Pelli: da un lato, l’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra e, dall’altro, lo sviluppo del movimento operaio e sindacale in Svizzera. La monografia, dedicata all’acciaieria di Giornico nel Canton Ticino, si articola in due sezioni: l’una ricostruisce, con precisione e cura dei particolari, la parabola quasi cinquantennale della Monteforno, dalla nascita alla prosperità in pieno «boom» economico fino al declino e alla chiusura definitiva; l’altra raccoglie le testimonianze degli ex dipendenti, ricordi di una realtà rude ma, al tempo stesso, ricca di umanità e fratellanza.

La vicenda industriale della Monteforno ha inizio nel 1946 grazie all’iniziativa dell’avvocato Aldo Alliata, già proprietario della società metallurgica Cobianchi di Omegna, in Piemonte, e degli ingegneri del luogo Luigi Giussani e Cesare Giudici. La fabbrica può beneficiare di una serie d’incentivi all’industrializzazione della Leventina, oltre alla disponibilità di energia elettrica e alla vicinanza alla linea ferroviaria del San Gottardo.

La fortuna dell’azienda, produttrice di tondini per l’edilizia e di acciai speciali per l’industria automobilistica, è dovuta agli investimenti tecnologici,  ma soprattutto alla sua manodopera, composta in larghissima parte da immigrati italiani di varia provenienza regionale, con una stratificazione regionale che rispecchia le ondate migratorie verso la Svizzera succedutesi negli anni (dapprima piemontesi e lombardi, poi campani e un cospicuo numero di sardi). Largamente diffuso è un «mito fondativo» che collega la spiegazione della rilevanza numerica della comunità sarda a una preferenza sentimentale del direttore, comandante di una brigata di sardi nel secondo conflitto mondiale e, quindi, conoscitore della loro operosità.

Con uno stile di gestione paternalistico, i proprietari sostengono finanziariamente la costruzione di alloggi per i lavoratori, la formazione dei giovani, un fondo di previdenza sociale, un coro e un gruppo sportivo. L’offerta di servizi assistenziali, insieme a numerose iniziative ricreativo-culturali, serve a cementare il sentimento di appartenenza a una medesima comunità solidale, lo «spirito Monteforno», nonché a stabilizzare la manodopera, molto mobile a causa della pesantezza e pericolosità del lavoro. La Monteforno non è solo una fabbrica che dà lavoro, è una specie di «piccola patria all’estero» (p. 170), dove i lavoratori di origine italiana si sentono meno stranieri e sviluppano una nuova identità migrante.

Tuttavia, al mutare delle politiche migratorie del Paese ospitante, si registrano episodi d’intolleranza nei confronti della manodopera estera: se, inizialmente, per sopperire alla carenza di braccia, vengono organizzate vere e proprie campagne di reclutamento nella vicina Italia, poi, sulla spinta di un crescente movimento xenofobo, il governo pone dei freni ai flussi in entrata e i lavoratori immigrati vengono espulsi.

Negli stessi anni emerge un intenso protagonismo operaio, reazione non solo al contenimento dei salari e alla drastica riduzione del personale, ma anche alla xenofobia. Non è un caso che, in concomitanza con l’offensiva contro gli immigrati, le maestranze della Monteforno organizzino il primo sciopero selvaggio, mettendo in discussione il principio della «pace del lavoro», caro alla tradizione sindacale svizzera. È l’ocst, il sindacato d’ispirazione cattolica, a sostenere le rivendicazioni della manodopera straniera, mentre la fomo, poi flmo, di matrice socialista, mantiene un atteggiamento di diffidenza. 

La chiusura dell’acciaieria nel 1994 deriva dal concorso di una pluralità di fattori, alcuni contingenti come la recessione economica mondiale o la crisi dell’industria siderurgica, altri evitabili e imputabili alla politica come il disinteresse delle autorità federali e cantonali o la vendita alla concorrente Von Roll. 

A vent’anni di distanza dal fallimento della Monteforno, il libro di Pelli ha il merito di rilanciare la discussione sul mancato sviluppo industriale del Ticino e, al contempo, di riscoprire una memoria collettiva legata all’emigrazione. Il volume aiuta a non dimenticare il contributo dato da un pezzo d’Italia alla ricchezza non solo della regione leventinese, caratterizzata da notevoli carenze strutturali, ma di tutta la Svizzera.

Di grande interesse è l’uso delle fonti di storia orale da parte dell’autore che, pur attingendo al prezioso archivio della Fondazione Pellegrini-Canevascini di Bellinzona, si avvale principalmente di narrazioni soggettive e interpretazioni personali dell’esperienza migratoria e lavorativa, che permettono di capire meglio, dall’interno, non solo il complesso funzionamento della produzione ma anche le reti sociali instauratesi tra i lavoratori. È un ulteriore esempio di come le storie di vita e le interviste dirette ai protagonisti possano essere utili nello studio delle migrazioni.

Mariavittoria Albini

 

 

 

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