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Luigi Scoppola Iacopini, I «dimenticati». Da colonizzatori a profughi, gli italiani in Libia 1943-1974

Perugia, Editoriale Umbra, 2015, pp. 207, € 12.

l volume di Luigi Scoppola Iacopini è un valido tentativo di ricostruire la situazione della comunità italiana in Libia dalla sconfitta delle truppe italo-tedesche in Nordafrica ai primi anni successivi alla sua espulsione da quella, che nel 1969, era divenuta la Repubblica Araba Libica, guidata dal regime autoritario del colonnello Mu’ammar Gheddafi.

L’autore intende far luce su una «vicenda ancora sfocata per l’opinione pubblica come per gli addetti ai lavori» (p. 8) e soprattutto comprendere le ragioni della quasi totale rimozione, per un lungo periodo, dal dibattito politico, accademico e dei mass-media, di un importante capitolo della storia dell’Italia repubblicana, quello della presenza di decine di migliaia d’italiani nei territori delle ex colonie. Tale oblio, a detta di Scoppola Iacopini, che cita diversi autori a conforto, fu dovuto alla necessità per l’Italia postbellica di liquidare al più presto e in modo radicale un «passato divenuto rapidamente scomodo e ingombrante» (p. 8). Nello sforzo di tagliare ogni legame con il precedente regime, si preferì dimenticare anche gli italiani residenti in Libia colpevoli, con la loro semplice esistenza, di riportare alla memoria le stagioni, ormai aborrite, del colonialismo e dell’imperialismo prima nazionalista e poi fascista. Questi ultimi, dopo aver vissuto esperienze tormentate sotto l’amministrazione militare britannica (1943-51) e nell’era monarchica (1951-69), furono colpiti dai decreti di espulsione di Gheddafi del luglio del 1970 e costretti a un rimpatrio forzato in un’Italia lontana dai loro interessi e progetti, e alla rinuncia a tutte le proprietà e ai beni acquisiti lavorando in una terra che ormai sentivano come propria dimora.

Il primo capitolo illustra le vicende tra la definitiva ritirata italo-tedesca dalla Libia, con l’instaurazione di un’amministrazione militare britannica, e la proclamazione dell’indipendenza sotto re Idris Senussi. Sono messi in luce il cattivo trattamento degli italiani da parte delle autorità britanniche, le continue umiliazioni inflitte dagli inglesi e dagli arabi e la penalizzazione nelle attività economiche che indussero numerosi italiani a lasciare definitivamente la Libia.

Il secondo capitolo ripercorre, con efficacia e dovizia di particolari, gli anni dall’insediamento di Idris come sovrano nel 1951 alla firma dell’accordo italo-libico del 2 ottobre 1956, di cui sono evidenziate le lunghe e laboriose trattative. Con l’articolo 9, l’accordo tranquillizzava soprattutto la comunità italiana, mettendone al sicuro i diritti e le proprietà, oltre a soddisfare gli interessi di Roma che, in base all’articolo 16, ottenne che il risarcimento dovuto alla Libia fosse utilizzato per «l’acquisto in Italia [...] di prodotti dell’industria italiana». Restavano, però, tre «insidiosi coni d’ombra» (p. 61), premessa per le future accuse e rivendicazioni di Gheddafi contro l’Italia. L’accordo non ammetteva i costi umani ed economici sopportati dalla Libia per il colonialismo italiano; non contemplava scuse ufficiali; evitava accuratamente di menzionare la somma elargita alla Libia come risarcimento, al fine di scongiurare all’Italia qualsiasi imputazione per i crimini commessi nel suo passato coloniale.

Gli anni dal 1956 al 1969, oggetto del terzo capitolo, sono definiti un periodo di relativa «tranquillità» (p. 65), durante il quale le richieste di rimpatrio dei cittadini italiani, ancora numerose prima della firma dell’accordo del 2 ottobre, si ridussero notevolmente, mentre si intensificarono le relazioni tra i due Paesi e le attività economiche tra i residenti italiani e i principali attori libici. Nel 1967, però, la violenta reazione dei libici contro le comunità straniere a margine della guerra dei Sei giorni indusse numerosi italiani, soprattutto ebrei, a chiedere l’immediato rimpatrio e la presenza italiana si ridusse a quei circa ventimila presi di mira dai decreti di Gheddafi. Il quarto e quinto capitolo si occupano proprio del loro drammatico destino sotto il nuovo regime del Colonnello, esponendo in dettaglio, in base a un’ormai ampia letteratura, i tragici avvenimenti del luglio del 1970 che segnarono la fine della comunità italiana in Libia. 

L’ultimo capitolo, dedicato al periodo 1970-74, fornisce i contributi più originali, grazie anche alla consultazione di carte inedite dell’archivio di Giulio Andreotti. Questa parte mostra le contraddizioni tra la nuova politica di cooperazione tecnico-scientifica ed economica tra Gheddafi e l’Italia – suggellata dal protocollo Jallud-Rumor del 1974 – e le richieste inevase di risarcimento dei beni sequestrati agli italiani espulsi nel 1970. Secondo Scoppola Iacopini, che pure qui cita altri autori a sostegno delle proprie tesi, la realpolitik dei primi anni settanta fece preferire a Roma di riallacciare stretti rapporti di collaborazione, soprattutto nel settore petrolifero, con un Paese che era strategico per l’approvvigionamento energetico del sistema industriale dell’Italia.

Gli italiani di Libia scoprirono così di essere stati sacrificati sull’altare della realpolitk e degli interessi economico-finanziari, come dei residui dell’Italia coloniale e nazionalista che si è voluto dimenticare rapidamente e a tutti i costi, senza lasciare il tempo necessario a un confronto ragionato tra le parti e alla riflessione sugli errori del passato. Quest’ultimo approccio avrebbe potuto portare a una gestione più avveduta dei destini della comunità, la cui principale battaglia, dopo l’espulsione, fu combattuta «non contro il governo libico, bensì nei confronti della madrepatria, particolarmente disattenta» alla sua sorte (p. 15).

La monografia rappresenta un contributo molto interessante per la storiografia italiana sulla Libia contemporanea poiché ricostruisce puntualmente e con efficacia le vicende, a tratti oscure, della comunità italiana. Apprezzabile il ricorso a documenti inediti degli archivi italiani e prezioso il lavoro di consultazione ragionata delle opere esistenti che esaminano, in tutto o in parte, alcuni aspetti dell’argomento trattato. Unico appunto è la mancanza di una bibliografia, che obbliga il lettore a ricercare le fonti nelle sole note a piè di pagina. In definitiva, un buon libro in grado di offrire allo studioso come al lettore informato una valida sintesi della storia dei «dimenticati» che, grazie a opere come questa, rimarranno invece nella memoria storica del nostro Paese.

 

Massimiliano Cricco

 

 

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