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Giovanni Terragni, Pietro Colbacchini con gli emigrati negli stati di S. Paolo, Paraná e Rio Grande do Sul 1884-1901. Corrispondenza e scritti

Napoli, Grafica Elettronica, 2016, pp. 719, s.i.p.

Il libro in oggetto, curato da Giovanni Terragni, è costituito nella sua maggior parte da una raccolta di lettere inedite che il sacerdote veneto Pietro Colbacchini inviò a diverse autorità ecclesiastiche e ad altri religiosi, in particolar modo a partire dagli anni ottanta dell’Ottocento durante la sua esperienza tra gli immigrati italiani negli Stati brasiliani di São Paulo, Paraná e Rio Grande do Sul. Inoltre, per cercare di dare un respiro più ampio al pensiero di Colbacchini, il volume ripubblica anche altri suoi scritti, già editi, sempre del periodo in cui aveva deciso di occuparsi delle anime degli immigrati italiani in Brasile, che affrontano due obiettivi specifici del loro autore: progettare un’immigrazione agricola-cattolica verso il Paese sudamericano e istruire gli emigrati perché non perdessero la nobiltà delle fede cattolica.

La prefazione di Terragni dà risalto alla vita di Colbacchini, dai primi passi in seminario al periodo in Brasile, illustrando la costruzione del suo progetto missionario. Alcune sfaccettature del suo carattere e della sua formazione sono importanti per capire poi la successiva esperienza brasiliana e le critiche rivolte ai prelati brasiliani e ai suoi colleghi sacerdoti.

Nato in una famiglia veneta, benestante e possidente, nel 1845, a Bassano (vi), Colbacchini è parte di quel cattolicesimo intransigente che caratterizza la regione nella seconda metà dell’Ottocento e diventa un personaggio emblematico di quel clero regionale che deve fare i conti con una comunità segnata dalle partenze verso l’America, fra gli anni ottanta e novanta, fortemente indirizzate in Brasile. Dopo il noviziato fra i gesuiti e gli anni in parrocchia, dove si rafforza il suo spirito ultramontano, la decisione di partire verso il Brasile diventa una missione divina, segnata dalla lettura di alcune lettere di suoi paesani là emigrati, in occasione della sua visita a Feltre (bl) per predicare nella Cattedrale: «Mi straziarono il cuore i lamenti che in quelle lettere si facevano dell’abbandono in cui si trovavano tanti disgraziati Italiani, e del pericolo in cui si versavano di perdere la loro fede» (p. 143).

L’idea che la sua vita assolva a un progetto divino attraversa tutti gli scritti di Colbacchini e giustifica tutta la conflittualità che nasce dall’altrui incomprensione per il suo ministero. Secondo Terragni, è nell’esperienza vissuta fra gli immigrati italiani nello stato di Paraná, a cavallo fra gli anni ottanta e novanta dell’Ottocento, che Colbacchini getta le basi del suo progetto di colonizzazione agricola. Il sacerdote credeva che l’immigrazione per eccellenza dovesse portare alla costruzione di nuclei agricoli, che avrebbero dato vita nuova alle comunità del mondo tradizionale cattolico, mentre la fazenda e la città erano spazi (ognuno a causa delle sue caratteristiche specifiche) di perdita dei legami fondamentali con la fede e con la pratica della vera religione.

Anche la postfazione di Matteo Sanfilippo, malgrado l’inserimento in un contesto più ampio del mondo ecclesiastico di fine Ottocento (in particolar modo quello italiano e vaticano), sottolinea il vissuto personale di Colbacchini, nei suoi modi scontrosi con la gerarchia stessa della Chiesa, con il vescovo Giovanni Battista Scalabrini di Piacenza, fondatore dell’istituto di assistenza agli immigrati del quale è diventato parte, con il clero brasiliano e con quello «napoletano» (sinonimo della sua raffigurazione spregiativa dei sacerdoti meridionali italiani residenti in Brasile).

Come afferma Sanfilippo, la partecipazione all’opera di Scalabrini era considerata dal sacerdote veneto strategica ai fini della sua azione missionaria in Brasile, ma purtroppo non produsse quei benefici a cui aspirava. Dopo alcuni anni della sua esperienza in terra brasiliana, Colbacchini decide di creare una congregazione votata alla missione in mezzo agli immigrati e a proposito della quale aveva scritto ad altri sacerdoti veneti. Nel frattempo viene a conoscenza dell’istituto fondato da Scalabrini e decide di diventare parte, chiedendo al vescovo di dirigere la missione in Brasile non per merito ma perché possa avvalersi della sua esperienza. Era un modo di portare avanti il suo progetto sotto un’egida speciale, quella degli scalabriniani, che godevano di privilegi ecclesiastici ottenuti dalla Santa Sede.

Se invece ci soffermiamo sugli scritti di Colbacchini abbiamo un’abbondante fonte di ricerca per mettere in discussione differenti tipologie di analisi nell’ambito della storia dell’immigrazione italiana in Brasile, in quello della storia della Chiesa in Brasile, ma anche in Italia, senza tralasciare lo sguardo di straniamento del viaggiatore, che porta con sé una lettura diversa delle terre che attraversa. Il sacerdote veneto parla della questione religiosa in Brasile, una realtà che viveva un forte conflitto fra potere spirituale e temporale, offre indizi sul problema del clero secolare italiano in Brasile, presenta le difficoltà quotidiane vissute dagli immigrati italiani (nelle fazendas di caffè di São Paulo o nelle zone di colonizzazione del Brasile meridionale) e i conflitti con altre confessioni cristiane. Allo stesso tempo, nelle sue critiche, è molto presente l’intransigentismo veneto riguardo alle pratiche religiose e in relazione alla «questione romana»: è con questa lente che racconta i mali della massoneria nella vita urbana, anche in quella della chiesa, in Brasile. Oltre che del vissuto privato di Don Pietro, il suo epistolario, i suoi scritti e le relazioni che ha intessuto parlano di ambienti sociali, pratiche religiose, relazioni politiche, valori morali e sensibilità, offrendo il «profumo» di un momento storico per la cui conoscenza Colbacchini diventa una risorsa importante.

 

Luis Fernando Beneduzi

 

 

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