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Luisa Passerini su Bodies Across Borders: Oral and Visual Memory in Europe and Beyond (babe)

Maddalena Tirabassi

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In occasione della quinta edizione di Biennale Democrazia alla Fondazione Merz di Torino è stata allestita la mostra «Corpi attraverso i confini, babe (Bodies Across Borders: Oral and Visual Memory in Europe and Beyond)», all’interno di un progetto promosso dal Consiglio Europeo della Ricerca presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, e diretto da Luisa Passerini. Chiediamo all’organizzatrice di illustrarci il progetto.

Il progetto, che è iniziato nel giugno 2013 e terminerà nel maggio 2018, è condotto in Italia e nei Paesi Bassi. La scelta di questi paesi europei intende presentare due diverse traiettorie storiche che tuttavia negli ultimi anni hanno visto comparire delle similarità nella sfera pubblica e soprattutto nelle modalità dell’accoglienza (dei migranti ndr.). L’Olanda ha una lunga storia di colonialismo in varie parti del mondo e nello stesso tempo una tradizione di libertà di stampa e di religione; l’Italia è stata un paese coloniale per un periodo molto più breve, su un’estensione geografica assai più limitata, e il riconoscimento dei diritti civili è stato sporadico, sia nel tempo, sia nelle varie regioni. Ma entrambi i paesi hanno assistito recentemente alla crescita di movimenti populisti di destra e a fenomeni di xenofobia e razzismo. Si tratta dunque non tanto di operare una comparazione quanto di mostrare due situazioni dell’Europa di oggi e di analizzarne divergenze e convergenze per comprendere le tensioni interne al continente, e in particolare all’Unione Europea.

Il progetto segue varie direzioni di ricerca: la raccolta di memorie orali e visive di «migranti», termine talvolta usato negativamente, o meglio persone che viaggiano verso e attraverso l’Europa per trovare lavoro, sfuggire alle guerre, alle persecuzioni politiche e sessuali e per molte altre ragioni che non permettono di raggrupparli in un’unica categoria separata; la costituzione di un archivio di queste memorie agli Archivi Storici dell’Unione Europea presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze; lo studio della nozione di archivio culturale europeo; l’esame di opere d’arte sulle migrazioni; il significato di «postcoloniale» nell’Europa di oggi, e altre ancora. In altri termini, le migrazioni sono un fulcro importante della ricerca, ma non costituiscono l’unico modo per affrontare il tema della memoria e delle identità nell’Europa di oggi. 

 

Nel discorso contemporaneo sulla «musealizzazione» delle migrazioni, in particolare nei paesi dell’Europa del Nord, per affrontare in senso globale la questione delle mobilità vecchie e nuove, spesso con lo scopo di educare all’accoglienza e favorire l’inserimento dei migranti, si punta molto al loro coinvolgimento nelle attività museali. In quale misura «Corpi attraverso i confini» è frutto di un lavoro congiunto con i soggetti migranti? Come è possibile rendere le storie orali in una mostra?

La ricerca è incentrata sulla memoria visiva. Alle persone intervistate viene chiesto di disegnare o rappresentare con fotografie o video il proprio itinerario di viaggio. Nei casi in cui l’intervista avviene in classi di scuole per l’apprendimento dell’italiano o l’olandese, gli intervistati presentano le loro memorie alla classe, dopo aver visto e discusso insieme le opere di alcuni artisti europei sul tema delle migrazioni. Sia le interviste collettive, sia quelle individuali sono registrate non solo in audio, ma anche in video.

La mostra ha esposto una parte dei materiali così raccolti e un documentario costituito dal montaggio di parte dei filmati, oltre ad altre interviste ai ricercatori e alle ricercatrici del progetto (il gruppo di ricerca comprende oltre a me, altre otto persone). L’allestimento è stato opera del gruppo di ricerca con consulenze esterne; le persone intervistate sono state tutte invitate e hanno partecipato con i loro commenti, consigli e critiche. Oltre a loro, siamo molto grati alle insegnanti che ci hanno permesso i contatti con i loro allievi, collaborando alla costruzione delle memorie orali e visive.

 

Anche se in Italia la public history ha stentato a decollare, nel campo delle migrazioni si sente da tempo l’esigenza di parlare di migrazioni a pubblici più diversi. Con quali mezzi secondo te si può procedere?

La public history ci interessa molto e non a caso la storia orale è sempre stata considerata una forma di storia «pubblica», intesa a raccogliere e interpretare le memorie di gruppi e individui diversissimi tra loro. Il nostro progetto non si pone soltanto a livello accademico, ma si impegna anche ad altri livelli di disseminazione. Tra l’altro utilizza come mezzi di comunicazione canali multimediali; abbiamo dedicato molto tempo ed energia alla costituzione di un sito web e di un blog, e continueremo a produrre materiali audio e video anche per un pubblico non specialistico. Un mezzo privilegiato è il rapporto con gli studenti delle scuole secondarie italiane, dove è in corso un lavoro di informazione e raccolta di proposte di giovani donne e uomini sui temi dei confini, dell’europeità, del movimento dei corpi nella diaspora globale. 

 

Ci puoi parlare dell’allestimento: i disegni, le mappe personali vs quelle ufficiali e così via?

L’allestimento è volutamente «povero», nel senso che non si tratta di una mostra d’arte, bensì di documentazione sociale e culturale. Ai materiali raccolti nella ricerca sul campo in molte città tra cui Torino, Bologna, Venezia, Firenze e Palermo in Italia, e Utrecht, Amsterdam e Rotterdam in Olanda, si sono aggiunti altri prodotti significativi. Tra questi, la bandiera della Nazione dei Rifugiati, creata dall’artista Yara Said per permettere ad atleti e atlete di gareggiare collettivamente alle Olimpiadi; è arancione e nera, i colori dei giubbotti di salvataggio nel Mediterraneo. E anche: la mappa del mondo che mostra i luoghi parenza e di arrivo delle persone intervistate, da Africa, Asia e America del Sud.

 

Figura. La bandiera arancio e nera, creata dall'artista Yara Said per riprendere i colori dei giubbotti da salvataggio.

Fonte: archivio privato.

 

Il linguaggio universale dell’arte sembra la soluzione per uscire da retorica e stereotipi, avete intenzione di sviluppare il discorso in questo senso?

Il progetto resta all’interno della storia culturale, traendo ispirazioni, metodi e concetti dal campo dell’arte visuale, in particolare la fotografia, il video essay e i documentari, ma anche dalla geografia, dall’antropologia e dagli studi culturali. In questo senso la ricerca rappresenta anche un altro modo di attraversare i confini, quelli trans-disciplinari.

 

Quali sono le tappe successive del progetto?

Le prossime tappe saranno una serie di convegni e seminari in Italia e in Olanda, e l’allestimento di mostre simili a quella di Torino a Firenze e in qualche città olandese. Sono previste pubblicazioni di vario genere e livello, sia individuali sia collettive, oltre a una scuola estiva all’iue e a numerose presentazioni in centri di ricerca, di accoglienza e di scambio interculturale in vari paesi europei

 

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