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Toni Ricciardi, Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone

Roma, Donzelli, 2016, pp.164, € 24.

 

In occasione del sessantesimo anniversario della sciagura di Marcinelle, Toni Ricciardi – già autore di una ricerca sulla catastrofe svizzera di Mattmark (Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana, Donzelli, Roma 2015) – dedica una monografia che ripercorre, «fra cronaca, documenti e immagini», come promette la copertina, una delle pagine più drammatiche dell’emigrazione italiana. Basato sullo studio di fonti d’archivio, giornalistiche e orali e impreziosito da fotografie inedite, il volume cerca di ricostruire, con la maggior completezza possibile, ciò che accadde anche prima e dopo quel terribile 8 agosto del 1956, quando, nel centro minerario belga, a quasi mille metri di profondità, morirono 262 minatori a causa di un incendio divampato improvvisamente in uno dei cunicoli. Furono italiani oltre la metà delle vittime, 136, in maggioranza di origine abruzzese. 

A causa dell’entità del disastro, i fatti di Marcinelle suscitarono fin da subito una vasta eco e molto negli anni è stato scritto in proposito. Tuttavia, numerosi resoconti pubblicati finora, per quanto accurati, sono contraddistinti da un taglio di tipo giornalistico e si soffermano principalmente sulla dinamica dell’incidente e sulle singole storie dei protagonisti e dei testimoni. Ricciardi, invece, pur senza trascurare l’aspetto umano e l’impatto emotivo del dramma, da storico delle migrazioni affronta il tema con un approccio che abbraccia un lasso di tempo più ampio ed esplora le sue molte implicazioni. Si propone di spiegare il contesto in cui la tragedia si verificò e di evidenziare le importanti ripercussioni che essa ebbe nel medio-lungo periodo sui sistemi di sicurezza, sui processi produttivi, e, cosa forse ancor più importante, sulla percezione stessa del fenomeno migratorio da parte dell’opinione pubblica. 

Nei primi due capitoli, inserendosi in un percorso di ricerca già tracciato soprattutto da Michele Colucci (Lavoro in movimento, Roma, Donzelli, 2007), l’autore tratteggia l’esperienza migratoria italiana nello scenario dell’Europa occidentale, sottolineando in particolare l’inadeguatezza e l’incostanza dell’azione dello Stato italiano, che a lungo si dimostrò incapace di progettare una politica efficace e coerente a sostegno degli emigrati. Certamente però, nell’Italia del secondo dopoguerra, che tentava una lenta e difficile ripresa economica, l’emigrazione «rappresentava sia una valvola di sfogo sotto il profilo sociale, sia un decisivo strumento di reperimento di risorse» (p. 31). Di primaria importanza risultavano soprattutto i rapporti con i Paesi produttori di materie prime di cui l’Italia era priva, come il Belgio, ricco di carbone e bisognoso al contempo della manodopera necessaria a estrarlo. Di qui, gli accordi tra Roma e Bruxelles del 1946, approvati all’unanimità dal Parlamento nel dicembre del 1947, con la conversione di un decreto legge che prevedeva un vero e proprio «scambio alla pari» tra forza lavoro e carbone e configurava una sorta di deportazione di Stato. Ricciardi si sofferma sull’iter legislativo, con il lodevole intento di far comprendere il clima politico italiano coevo e il contesto internazionale che «aprirono ufficialmente la stagione dell’emigrazione assistita» (p. 71). 

Delineato un quadro generale, lo studio procede raccontando, talvolta con amara ironia, il viaggio dei futuri minatori verso la loro destinazione nordeuropea: una tragitto lungo ed estenuante, affrontato da uomini spesso inconsapevoli e poco informati e costellato di privazioni, umiliazioni e difficoltà. Una volta arrivati in Belgio, i migranti si stabilivano con la famiglia in baracche predisposte nei pressi del giacimento carbonifero, alloggi senza elettricità né acqua corrente, e presto subivano lo shock della «prima discesa». Spesso l’esperienza era talmente traumatica che il lavoratore si rifiutava di ripeterla e chiedeva di essere ricollocato o addirittura di lasciare il Paese. Deboli e poco concreti furono i tentativi del governo italiano di pretendere migliori condizioni di vita e lavoro per i migranti.

La strage di Marcinelle è imputabile principalmente alle condizioni di sicurezza precarie e all’addestramento approssimativo fornito ai minatori – l’incendio fu provocato da una manovra di carico errata – ma Ricciardi preferisce non indugiare sui dettagli più tecnici e lasciare spazio alle commoventi testimonianze raccolte in un capitolo curato da Annacarla Valeriano. Due voci diverse e complementari, quella di un soccorritore che tenne un laconico diario di quei terribili giorni (in cui si tentò senza successo di salvare alcuni dei minatori rimasti intrappolati, in un’alternanza di speranza e disperazione) e quella della giovanissima moglie di una delle vittime, accompagnano il lettore nell’inferno del Bois du Cazier e fanno comprendere il segno indelebile che la tragedia ha lasciato nella memoria di quanti vi furono coinvolti. 

La monografia conferisce un particolare rilievo al ruolo dei media nel trattare l’accaduto, mettendo in luce come lo stile del giornalismo italiano mutò con Marcinelle. Tale cambiamento viene approfonditamente illustrato tramite lo spoglio di numerose testate e la descrizione minuziosa di immagini e disegni dell’epoca – che dispiace non poter trovare riprodotti nel volume – che avevano lo scopo di suscitare un forte coinvolgimento emotivo nel pubblico. L’autore sottolinea come la copertura mediatica della vicenda fu senza precedenti. La sua ricerca rivela, però, anche un progresso in termini di qualità dell’informazione, nella misura in cui ai meri resoconti cronachistici sul disastro si accompagnarono spesso tentativi di analisi più approfondite sul fenomeno dei «migranti inconsapevoli» e, dopo anni di oblio, fu finalmente riconosciuto e diffuso il «pesante tributo di fatica e di stenti […] pagato alle tante Marcinelle del mondo» (p. 114).

 

Francesca Puliga

 

 

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