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Patrizia Guarnieri, Italian Psychology and Jewish Emigration under Fascism. From Florence to Jerusalem and New York

New York, Palgrave Macmillan, 2016, pp. xv-275, $100.

 

Data la persistente scarsità di ricerche riguardanti l’emigrazione dall’Italia provocata dalla persecuzione antiebraica fascista, ogni nuovo contributo su questo tema merita attenzione, tanto più se basato su documentazione archivistica inedita come questo libro di Patrizia Guarnieri, che utilizza fonti provenienti da istituzioni italiane, inglesi, americane e israeliane. Peraltro, l’emigrazione degli ebrei italiani perseguitati dal fascismo occupa solo una parte della trattazione e riguarda in particolare due casi, quelli degli psicologi Enzo Bonaventura e Renata Calabresi. Al centro del libro sono piuttosto le vicende riguardanti la Psicologia italiana dall’età liberale al fascismo e nell’immediato dopoguerra, e in particolare quelle della scuola psicologica fiorentina. 

Guarnieri aveva trattato l’argomento in un precedente volume (Senza cattedra, 2012) e torna ora sul tema con varie revisioni e integrazioni documentarie. Tra i protagonisti del libro e trait d’union fra le sue due parti è Francesco De Sarlo, primo direttore del Laboratorio di Psicologia sperimentale a Firenze. Di De Sarlo furono allievi sia Enzo Bonaventura (che ne divenne assistente e lo sostituì alla direzione del Laboratorio fiorentino a partire dal 1923), sia Renata Calabresi, che negli anni trenta, prima di emigrare definitivamente negli Stati Uniti, divenne libera docente e assistente volontaria all’Università di Roma.

L’autrice intreccia diverse prospettive: la prima è quella ideologica, caratterizzata da contrasti sia interni, fra cultori della disciplina appartenenti a indirizzi diversi, sia esterni alla disciplina, con gli oppositori della nuova scienza psicologica, in particolare con Croce e Gentile. La seconda prospettiva è quella accademica, compresi i duri scontri concorsuali per l’accaparramento dei pochi posti disponibili; la terza è quella politica, riguardante la progressiva fascistizzazione del mondo universitario e culturale. 

Per quanto riguarda soprattutto questo terzo punto – che come sappiamo è davvero complicato e trattato spesso, ancora oggi, con omissioni e reticenze – le vicende di De Sarlo, che ne determinarono l’emarginazione dal panorama scientifico e accademico dell’epoca, offrono molti spunti di riflessione. Estromesso dall’insegnamento della Psicologia sperimentale e dal Laboratorio che aveva fondato nel 1923, nel 1926 fu temporaneamente «congedato» dal servizio a causa del suo intervento al Congresso di Filosofia di Milano, durante il quale criticò il governo fascista. Tuttavia, il provvedimento censorio nei suoi confronti, alla fine, risultò notevolmente limitato soprattutto se si considera un «dettaglio» che andrebbe rilevato: e cioè che il Duce in persona il 3 aprile 1926 aveva intimato al ministro della Pubblica Istruzione Fedele di esonerare dall’insegnamento sia De Sarlo, sia Piero Martinetti, che aveva presieduto il Congresso (si veda Benito Mussolini, Opera Omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, vol. 40, Appendice iv, Carteggio iii, 1926-1927, Alba, Field Educational Italia, p. 45). 

In seguito, De Sarlo prestò il giuramento universitario imposto dal regime: una prima volta nel dicembre del 1926 (pochi mesi dopo l’affaire del Convegno di Milano), con una formula politica che ancora non includeva esplicitamente la clausola di fedeltà al fascismo; la seconda volta, nel 1931, sottoscrisse il famoso giuramento al regime fascista a cui non aderirono che pochissimi professori. In questo caso, fece il contrario di Martinetti, che non giurò e perse la cattedra. Non giurò, invece, come accademico dei Lincei nel 1934: ma a quel punto De Sarlo era in pensione e il rischio che correva era la decadenza da una carica onorifica, non la dispensa dal servizio. 

Tra parentesi, bisogna qui notare che invece non è giustificata l’osservazione (p. 96) che, in fondo, per Benedetto Croce la polizia non aprì un fascicolo al Casellario Politico Centrale. A parte il fatto che non è giunta fino a noi la consistenza completa del Casellario (e infatti ogni tanto riappaiono in archivio nuove parti), Croce fu ferreamente controllato dalla polizia, tanto che la serie della Polizia Politica su di lui contiene circa 20 intere buste (si veda Fabio Fernando Rizi, Benedetto Croce and Italian Fascism, Toronto, University of Toronto Press, 2003, pp. 176, 296). 

Passiamo alla parte per così dire, «ebraica», che contiene molta documentazione nuova e utile rispetto al volume del 2012 e si concentra sulle figure di Enzo Bonaventura e Renata Calabresi. Entrambi costretti a lasciare l’Italia nel 1939, si stabilirono rispettivamente a Gerusalemme e negli Stati Uniti; nei capitoli 4 e 5 l’autrice ne ripercorre l’itinerario biografico e professionale e le vicissitudini dell’esilio. Qui ci si sofferma in particolare su alcune questioni sollevate da Guarnieri nel cap. 4. Probabilmente si può fornire anche qualche spunto utile a integrare le sue ricerche. 

Il libro menziona (p. 116) i tentativi fatti nel novembre 1938 da Enzo Bonaventura e dal preside della Facoltà di Lettere presso il Rettore dell’Università di Firenze per cercare di trovare una soluzione alla difficile situazione in cui si era venuto a trovare l’ormai ex direttore del Laboratorio di Psicologia sperimentale in conseguenza dei provvedimenti antiebraici. Tuttavia, «what sort of solution is not clear», commenta l’autrice.

Da tempo si sa (Michele Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, 1994; Angelo Ventura, La persecuzione fascista contro gli ebrei nell’università italiana, 1997),  che nell’ottobre 1938 fino alla vigilia dell’emanazione dei provvedimenti legislativi di novembre, il regime – con in prima fila il Ministro dell’Educazione Nazionale – fece balenare la possibilità di destinare gli ebrei esclusi dall’insegnamento in possesso di «benemerenze» politiche o militari ad altri incarichi nell’ambito dell’amministrazione (biblioteche, uffici, «speciali incarichi»). I successivi decreti (rdl 17 novembre 1938, n. 1728 e rdl 15 novembre 1938, n. 1779) esclusero questa possibilità. 

La richiesta di Bonaventura al Rettore di Firenze è da inquadrare in questo contesto. In attesa di leggere nella sua integralità la lettera del 3 novembre 1938 alcuni documenti dell’Archivio Centrale dello Stato forniscono elementi utili a riguardo (acs, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale Istruzione Superiore, Miscellanea di divisioni diverse i-ii-iii, 1929-1945, Congressi, concorsi, incarichi, fascicoli personali di professori ordinari e liberi docenti, busta 109, fascicolo «Professori di razza ebraica Firenze»). Il 5 novembre 1938 il Rettore Serpieri trasmise alla Direzione Generale Istruzione Superiore la documentazione presentata da Bonaventura, con la quale il professore ebreo sperava di ottenere il riconoscimento delle «benemerenze» a cui aveva fatto riferimento il Gran Consiglio del Fascismo nella dichiarazione del 6 ottobre. Nella sua lettera Serpieri perorava la causa di Bonaventura affinché gli venisse assegnato «un impiego in altro ruolo», ma non ci fu niente da fare ed egli fu comunque dispensato dal servizio. Un altro documento ci aiuta a capire a quale soluzione avesse pensato invece Bonaventura. Si tratta della lettera che egli indirizzò il 14 ottobre 1938 direttamente al Ministro Bottai, spiegando di preferire, in sostituzione dell’insegnamento universitario, piuttosto che un incarico amministrativo, la presidenza e l’insegnamento nelle scuole medie per alunni ebrei.

Guarnieri fa poi riferimento (pp. 124-25) all’inserimento del nome di Bonaventura in una lista trasmessa all’Emergency Committee di New York dal paleografo Elias Avery Lowe nel marzo del 1939 e osserva: «Who knows how he got there». Qui si propone un’ipotesi. Dal carteggio di Bonaventura con il rettore dell’Università Cattolica (Archivio generale per la storia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Fondo Corrispondenza, b. 93, f. 152, sf. 1350) sappiamo che Bonaventura il 15 dicembre 1938 informò Gemelli di averlo indicato come suo referee per la spsl di Londra e che gli inviò il suo curriculum; Gemelli il 28 dicembre gli rispose assicurandolo che avrebbe fornito le referenze richieste e che intanto, avendo saputo di un’iniziativa analoga, aveva trasmesso il curriculum al cardinale Giovanni Mercati affinché lo facesse pervenire in Inghilterra. Ora, Mercati era in contatto proprio con Lowe, al quale il 15 dicembre aveva inviato il testo di un suo appello da far circolare in forma riservata presso gli ambienti accademici americani e un (primo) elenco con i nomi di alcuni studiosi che necessitavano di un aiuto urgente per emigrare (Paolo Vian, L’opera del card. Giovanni Mercati per gli studiosi perseguitati per motivi razziali. L’appello alle università americane [15 dicembre 1938], «Miscellanea Bibliothecae Apostolicae Vaticanae» 9 [2002], pp. 427-500). È del tutto possibile che il nome di Bonaventura sia confluito nella lista di Lowe attraverso questo canale.

Gemelli può non piacere, ma a proposito va detto che fu lo stesso Enzo Bonaventura, e non solo suo padre Arnaldo (p. 149), a ringraziarlo per l’aiuto che gli aveva dato, fornendo referenze scientifiche positive all’Università Ebraica. Il 1 giugno 1939 Enzo Bonaventura scrisse a Gemelli da Gerusalemme: «Debbo moltissimo a Lei, e voglio che sappia che Le sarò immensamente grato per l’aiuto che mi ha porto in questo difficile momento. Da questa Terra Santa Le giunga gradita l’espressione della mia riconoscenza e il mio affettuoso e memore saluto». In attesa che salti fuori il carteggio di Gemelli con il rettore dell’Università ebraica, Abraham Fraenkel, mi sembra che si possa ritenerla una testimonianza attendibile. 

Nella seconda parte del capitolo 4, Guarnieri dedica diverse pagine al mancato reinserimento di Bonaventura nel contesto accademico italiano nell’immediato dopoguerra. La tesi è che l’ambiente accademico italiano fece di tutto per depistarlo e scoraggiarlo a tornare, tanto da indurlo presumibilmente a non presentare neppure la sua candidatura al concorso che ebbe luogo nel 1947. Pur non essendoci riscontri documentali certi, è una ricostruzione interessante e plausibile. 

Ma, a proposito del 1947, va pur ricordato che in quell’anno il Senato accademico dell’Università di Gerusalemme propose di rendere stabile la cattedra di Bonaventura, in precedenza conferita ad personam (Simonetta Gori-Savellini, «Enzo Bonaventura dalla psicologia sperimentale alla psicologia pedagogica», Bollettino di Psicologia Applicata, 182-83, 1987, p. 45). Il necrologio pubblicato sul «Palestine Post» (19 aprile 1948, p. 4) all’indomani del massacro del convoglio medico dell’Hadassah Hospital dell’aprile 1948, nel quale anche Bonaventura trovò la morte, ricordò che dopo l’approvazione da parte dell’onu del piano di partizione della Palestina (29 novembre 1947) Bonaventura aveva deciso di tornare dall’Europa a Gerusalemme e impiegare lì la parte rimanente del proprio anno sabbatico. Comunque fossero andate le cose in Italia (e ciò non esclude, ovviamente, sordide manovre accademiche per evitare una candidatura forte e «scomoda» come la sua), Bonaventura la sua scelta l’aveva ormai compiuta.

 

Annalisa Capristo
(Centro Studi Americani, Roma)

 

 

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