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Nelly Valsangiacomo, Dietro al microfono. Intellettuali italiani alla radio svizzera (1930-1980)

Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2015, pp. 180, chf 38 / € 34.

 

Questa lunga e ricca ricerca su fonti scritte e sonore, in gran parte inedite,  prende l’avvio dall’analisi di una celebre conversazione di Benedetto Croce per la Radio svizzera di servizio pubblico (rsi) nel 1936. L’intervento, centrato su romanzo storico e storia romanzata, è diventato poi un punto di riferimento importante non solo perché fu la prima volta che il filosofo utilizzò il canale radiofonico, ma perché la sua partecipazione segnò la memoria antifascista dell’emittente in lingua italiana. 

L’indagine, volta a ricostruire il ruolo degli intellettuali italiani nell’organizzazione e nella programmazione di questa radio, comprende l’arco temporale che dalla sua nascita, nel 1933, arriva agli anni di piombo, al ripensamento del ruolo della cultura nella società, alla ridefinizione dello stesso settore radiofonico e al passaggio dalla classica conversazione dell’intellettuale alla più attuale intervista-discussione delle opinioni.

Il volume si compone di tre parti. Nella prima l’autrice ricostruisce l’iter che portò alla nascita e alla programmazione della rsi (ai suoi esordi chiamata Radio Monteceneri per la sede dell’emittente) giungendo fino agli anni di guerra. In queste pagine sono affrontate sia le questioni relative all’impostazione da dare agli interventi degli intellettuali nelle trasmissioni, sia i rapporti con l’Italia (con le inevitabili diffidenze del regime) sia la partecipazione attiva degli italiani, che trovarono in questa sede una libertà di espressione impensabile oltralpe. L’autrice mette inoltre in rilievo le difficoltà attraversate durante il conflitto, quando la rsi dovette adeguarsi all’eccezionalità del momento bellico assumendo un ruolo diverso, diventando promotrice di messaggi contro la guerra, usando la cultura come mezzo di «elevazione» ed «evasione» e distinguendo tra politica e cultura per fronteggiare sia le opposizioni svizzere al fascismo sia le più accese ostilità del regime nei suoi confronti. Anche in questi anni difficili furono conservati così i rapporti con gli intellettuali italiani, meno presenti, tuttavia, nella programmazione culturale.

La seconda parte del volume si incentra su quelli considerati gli anni «d’oro» dell’emittente. Il dopoguerra non solo è uno dei momenti di più acceso fermento culturale, ma è anche il periodo in cui il rapporto con gli intellettuali italiani, rafforzato durante l’esilio di tanti antifascisti, si consolida grazie alla riapertura delle frontiere e agli scambi con l’Italia, soprattutto con le limitrofe aree settentrionali, mediante un crescente numero di eventi e premi culturali. La radiofonia svizzera vive allora un momento di forte vitalità, sostenuta dal nuovo ascolto radiofonico di massa e favorita dal suo ruolo di voce dissonante, durante la guerra, rispetto all’azione di aperta propaganda svolta da altre emittenti nazionali. Sempre in questi anni, dopo la ripresa del dibattito sulla funzione della radiofonia, si affermano le prime trasformazioni nella programmazione. Le conferenze della rsi, che hanno un carattere più formativo che informativo, si avvalgono dei più prestigiosi nomi della cultura italiana. Si tratta di artisti, letterati, docenti universitari, che alla radio tengono dei veri corsi, riproducendo le formule del passaggio scritto-orale utilizzato nelle lezioni o negli interventi pubblici, dando spesso una traduzione cartacea ai loro discorsi. Con gli anni cinquanta e l’avvento della televisione si realizzano le trasformazioni che porteranno in seguito a interventi più dialogici e all’affermazione dell’intervista-informazione. Inaugurata a metà anni sessanta da Cesare Zavattini, questa formula assume una sempre maggiore interdipendenza tra approfondimento di attualità e impegno soprattutto tra il 1970 e il 1977. Gli interventi delle donne di cultura, nelle ormai dominanti riflessioni radiofoniche sul ruolo dell’intellettuale nella società e nei media, si caratterizzano per l’insistenza sugli aspetti di genere. 

Nell’ultima parte l’autrice entra nel vivo del radicale mutamento che dagli anni sessanta in poi trasforma il panorama culturale, mediatico e lo stesso concetto di cultura radiotelevisiva. Come dirà nel 1979 il direttore generale Stelio Moro, la radio e la televisione avrebbero dovuto farsi portatrici di una cultura «interrogativa». Di fatto si assiste alla marginalizzazione delle trasmissioni educative, al trionfo dell’approfondimento informativo e della subalternità del parlato rispetto alla musica. Nasce la figura del moderatore nelle conversazioni e, grazie alla presenza sempre più consistente di sociologi, saggisti e giornalisti, le trasmissioni hanno contenuti politici o di attualità. Nel clima di sospetto della guerra fredda esse sollevano quindi gli inevitabili controlli sulle posizioni dissonanti di molti intellettuali. La partecipazione di celebri uomini di cultura italiani, facilitata anche dalla realizzazione di trasmissioni a distanza, alimenta interventi sulla tragica attualità del terrorismo e soprattutto frequenti confronti tra Italia e Svizzera. In queste comparazioni la mitizzazione della vicina Confederazione (ospitale pays d’accueil di alcuni protagonisti dei dibattiti, esuli qui durante il fascismo) si contrappone all’immagine negativa di un’Italia descritta nella sua inequivocabile subalternità civile rispetto alla tradizione elvetica.

«Nel groviglio di immagini e stereotipi» trasmessi allora dalla rsi, resta abbastanza fuori proprio un tema come l’emigrazione, che è uno degli eventi più dibattuti, nel periodo postbellico, sia in Italia che in Svizzera. Certo, note trasmissioni e documentari della Radio elvetica avevano dato spazio all’argomento già negli anni sessanta. Solo pochi specialisti, tuttavia, come Delia Castelnuovo Frigessi, o intellettuali, come Danilo Dolci, si espressero sull’argomento. Quest’ultimo, in particolare, condannò anche alla Radio svizzera le logiche del mercato del lavoro capitalistico e l’operato di governi che avevano fatto scempio di un patrimonio, la popolazione del Paese, che era invece da tutelare e preservare.

In conclusione, nel suo articolato percorso il volume offre molti spunti per leggere non solo i rapporti tra l’importante emittente elvetica in lingua italiana e gli uomini di cultura dell’Italia stessa, ma anche i più importanti mutamenti del sistema della comunicazione radiotelevisiva nel suo complesso e il ruolo svolto dagli intellettuali in questo processo.

Paola Corti

 

 

 

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