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Luigi Bonaffini, Joseph Perricone (a cura di), La letteratura italiana nel mondo. Nuove prospettive

Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2015, € 20,00.

La letteratura italiana nel mondo. Nuove prospettive raccoglie gli atti del convegno di Orvieto del 28 e del 29 giugno 2015 e fa il punto sulla situazione attuale degli scrittori di origine italiana residenti all’estero. Segue, in ordine cronologico, un’opera curata dagli stessi editori e pioneristica nel suo genere: la corposa antologia bilingue Poets of the Italian Diaspora, dedicata ai poeti italiani, emigrati in Europa, in Australia e nelle Americhe intorno alla seconda metà del Novecento. Tra resistenze, remore e rifiuti, si fa strada la proposta dei massimi esperti del settore di mettere in relazione vari approcci disciplinari e di riconfigurare e di aggiornare i canonici paradigmi di riferimento. 

È plausibile chiedersi quanto la sensibilità diasporica generi semirette che partono dalla stessa origine, o piuttosto rette parallele destinate a non incontrarsi mai, se non soltanto in una convergenza, che resta una pura illusione. Certo è che il risultato finale di questo tendere al futuro con uno sguardo al passato degli scrittori di origine italiana ovunque nel mondo consiste nella produzione di eccellenti letterature e di vivificanti riconciliazioni. L’esperienza migratoria è talmente complessa che non può essere affrontata senza un discorso interdisciplinare e interculturale. Sono coinvolti attraversamenti reali e simbolici, nazionali e transnazionali, linguistici e concettuali. Si incontrano di continuo soglie da varcare, da affrontare o da comprendere, alla ricerca di punti di contatto e inevitabili interferenze. 

Gli atti del convegno si presentano pertanto come un efficace invito a far incrociare livelli di analisi in passato tenuti distinti e separati, e palesano la necessità di imparare a vivere nello «spazio-tra», o perché no sul confine stesso. D’altronde, il varcare montagne, il solcare mari e l’attraversare cieli ha affinato la sensibilità dell’emigrante che si ritrova ad avere una propensione particolare per l’attraversamento. E dal momento che la migrazione implica necessariamente il confronto, si avverte l’esigenza di oltrepassare qualsiasi tipo di «confine» per una lettura a tutto campo tra letteratura italiana e letteratura del paese accogliente. 

Si tratta di una proposta tanto ambiziosa quanto preziosa e inevitabile. Gli interventi: lasciano intravedere complessità stratificate; interpretano la vasta gamma delle ripercussioni di un vissuto migratorio nella psiche del singolo e del suo rapporto con la collettività; ripensano la memoria storica; forgiano e formalizzano esteticamente un’identità personale e collettiva. Si incontrano identità inevitabilmente ibride perché plurime, volte di continuo alla ricerca e alla conquista di una più complessa e più completa identità, bilanciata tra vecchio e nuovo, passato e presente, origine e destinazione. Nell’annunciare la sua molteplicità, l’artista emigrante mette a rischio la semplificazione operata da una lettura unidimensionale della società dominante. Si protende, inoltre, verso un’analisi che metta in luce il percorso di emancipazione degli italiani nel mondo che hanno dovuto abbattere barriere insormontabili legate anche a un alone di «negritudine»; hanno definito la propria identità italiana proprio a confronto con «l’altro»; hanno colmato l’«assenza» della madrepatria costruendone altrove l’«essenza» ed elaborando un’italianità che si è imposta come riferimento di attrazione storico-culturale. La mancanza di una riflessione storiografica italiana su un esodo massiccio e sul conseguente processo di desertificazione del nostro Paese ha generato inevitabilmente un trauma post-emigratorio, per cui l’intellettuale di origine italiana fuori dal canone si è trovato a essere due volte esule. 

Per esprimere la complessità della migrazione, i poeti utilizzano parole asciutte ed essenziali, accuratamente selezionate perché moltiplicano il senso all’infinito. Si incontrano il poeta-viandante, il poeta-traduttore, ma anche lo storico-prosatore e il letterato-analista di sceneggiature mai realizzate. Le metodologie delle rispettive discipline inseguono una prospettiva interdisciplinare in quanto il confronto su diversi piani e livelli consente di ricavare elementi per definire e rivedere nuove strutture conoscitive, diverse categorie interpretative e nuovi strumenti di costruzione di senso e di significato. Versi, prosa, riflessioni meta-letterarie ci conducono in un universo sfrangiato in infiniti sentieri. Da qui la poliedricità della letteratura di emigrazione che offre delle linee guida nella contemporaneità delle incertezze e delle imprevedibilità. Si anela a tornare a casa e ci si accorge sempre più di frequente che il luogo cui si tende è dentro di noi. 

Gli scrittori compiono un atto di coscienza per giungere a un’origine con cui convivono in modo sempre inedito, ed è proprio questa varietà di possibilità che rende la letteratura di emigrazione così appassionata, entusiasmante, inebriante e necessaria. Emerge una realtà diversificata, in cui si evince uno spettro di indicatori letterari, culturali, sociali, storici, antropologici che ci rendono un quadro estremamente interessante. Spesso le opere proposte, oltre a presentare un prezioso valore squisitamente letterario, includono il sociale, fornendo suggestive e illuminanti verità. Il mondo dell’emigrazione rivela, infatti, un interscambio molto produttivo tra madrepatria e paese adottivo. 

Nella proposta di un approccio post-emigratorio si avverte il rovesciamento dello stereotipo usualmente attribuito all’emigrante italiano, perché spesso si è creata un’altra Italia stereotipata da abitare, forzatamente. Si incontrano vite spezzate e travolte dal sogno americano ma che al contempo si sono inserite in quelle dinamiche, a volte perverse, di esclusione, estraniamento, arricchimento, divenendone parte integrante. Emerge ovunque un every man che non soccombe ma trova un’ancora di salvezza nei colori, negli odori, nelle suggestioni, nelle parole di quel mondo originario che ne ha plasmato l’essenza e al contempo lo ha rigettato. L’anonimato delle realtà urbane tedesche, invece, si rivela un felice traguardo per le donne italiane sfuggite alle costrizioni del mondo rurale. Si innescano percorsi di accettazione e rifiuto, costruzione e demolizione, attaccamento e rottura. 

Il filo conduttore della maggior parte degli interventi è il concetto transnazionale grazie al quale gli innumerevoli punti di «trans»-creazione rivelano una rilettura in chiave contemporanea di storie insieme particolari e generali, personali e collettive. In questo incrocio di prospettive, si rende inevitabile un doppio lettorato anche perché efficaci e affascinanti si rivelano i giochi linguistici a opera di chi conosce due o più lingue. 

Il più delle volte si tratta di esperienze dei luoghi in cui l’artista-intellettuale-viandante prende consapevolezza che solo l’esodo, l’erranza, il viaggio definiscono veramente l’umano. La sensibilità artistica scaturisce dal contrasto e dalla dualità, in cui il confine non è mai netto e definito, ma liquido, scivoloso, irraggiungibile. Si percepisce la tenacia di chi non teme di scavare nel buio e polveroso passato e al contempo nella solitudine, nell’incomunicabilità e nell’indifferenza del mondo contemporaneo.

L’apertura verso le letterature prodotte dagli artisti emigrati e dai loro discendenti costituisce un atto imprescindibile. In fondo, come ricorda Norberto Lombardi, il multiculturalismo è stato lo sfondo della cultura umanistica occidentale e di contro l’immaginario letterario, culturale e collettivo dei paesi meta dell’emigrazione è stato inevitabilmente contaminato, influenzato e rimodellato a vari livelli dalla sensibilità italiana. 

Gli atti del convegno orvietano inaugurano una proficua stagione di collaborazione per una locupletazione irrinunciabile dal forte sapore di scambio tra artisti che sono intrisi di cultura italiana pur abitando zone geograficamente e culturalmente molto distanti. La letteratura proposta ha il valore delle Mazere (muretti a secco che demarcavano il territorio d’Istria, celebrati nei versi della poetessa istriana Loredana Bogliun) delimitazioni di un prezioso mondo antico che protende al futuro e si apre alla globalità del mondo e all’universalità dei sentimenti umani. 

Lucia Cristina Tirri

 

 

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