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Re-mapping Italian America. Places, Identities

Università degli Studi di Roma Tre, Roma, 12-13 maggio 2016

Davide Battente

 

Organizzato e coordinato da Sabrina Vellucci (Università di Roma Tre) e da Carla Francellini (Università di Siena), con il patrocinio del John D. Calandra Italian American Institute e dell’Associazione Italiana per gli Studi Nordamericani, il convegno ha dato prova della consistenza della fioritura degli studi di italoamericanistica. Il congresso ha voluto pure essere un luogo e soprattutto un momento per fare il punto sulle prospettive di inserimento degli Italian American studies nei curricula delle università italiane, anche con l’ausilio di studiosi statunitensi. Tale sviluppo è stato sostenuto con forza dai partecipanti all’assise, sulla falsariga del modello dell’Università della Calabria che ha recentemente aperto un corso di laurea magistrale in «cultura e letteratura italiana americana». 

La relazione introduttiva di Mary Jo Bona (Stony Brook University) si è incentrata sull’inconciliabilità tra il ruolo tradizionale delle donne nella comunità italoamericana e la loro aspirazione a diventare scrittrici. Il taglio della prolusione è stato un riflesso della centralità che le tematiche letterarie e linguistiche hanno rivestito all’interno del convegno, che ha visto la partecipazione non solo di critici, ma anche di autori come il romanziere Tony Ardizzone e la poetessa Maria Mazziotti Gillan. Il primo ha concesso una breve intervista a Carla Francellini, la quale ha poi presentato lo straordinario lavoro fatto dallo scrittore di Chicago con il suo romanzo più recente The Whale Chaser (2010). La seconda ha letto alcune poesie più note d’età giovanile e, in seguito, è stata intervistata da Elisabetta Marino (Università di Roma Tor Vergata), la quale ha proposto un’interessante lettura delle opere della Gillan in chiave dantesca, una prospettiva adottata anche da Martino Marazzi (Università di Milano) per tracciare una visione d’insieme dell’esperienza letteraria italoamericana. Sempre restando in ambito letterario, due interventi che hanno offerto spunti interessanti sono stati quelli di Leonardo Buonomo (Università di Trieste) e di Maria Anita Stefanelli (Università di Roma Tre). Il primo ha focalizzato la propria attenzione sul romanzo Phil the Fiddler (1872) di Horatio Alger Jr, analizzando le condizioni di vita dei figli degli immigrati italiani nei primi del Novecento e segnalando analogie con il celeberrimo romanzo Oliver Twist di Charles Dickens. La seconda ha, invece, evidenziato la contrapposizione tra il ruolo imposto alle donne nella famiglia italoamericana e la loro volontà di poter esprimere liberamente le loro idee e passioni. Uno squarcio squisitamente letterario sulla contemporaneità è venuto da Maria Giuseppina Cesari (Università di Macerata). Attraverso il romanzo Underworld (1997) di Don DeLillo, Cesari ha presentato la realtà del Bronx della fine degli anni cinquanta, popolato da molti immigrai italiani, così come viene proposta dal protagonista Nick Shay. Gli stereotipi e i luoghi comuni sulla figura degli italoamericani sono stati, invece, l’argomento trattato da Fred L. Gardaphè (City University of New York) per mezzo di una campionatura che ha preso le mosse da alcuni celebri scene del serial The Sopranos.

Nell’unica sessione di taglio storiografico, Stefano Luconi (Università di Napoli L’Orientale) ha affrontato come la prima guerra mondiale abbia contribuito a trasformare l’identità etnica degli immigrati italiani. Daniela Rossini (Università di Roma Tre) ha ricostruito la caratterizzazione dell’«italianità» negli scritti di Amy Allemand Barnardy. Matteo Pretelli ha analizzato le connotazioni dei soldati statunitensi di ascendenza italiana nella cinematografia americana sulla Seconda guerra mondiale.

Un momento di grande pathos è stata la videoconferenza di Marylou e Jerome Bongiorno, produttori del documentario The Rule (2014). Entrambi hanno evidenziato le vie attraverso le quali l’istruzione scolastica e la formazione di comunità di riferimento possono essere di aiuto per i ragazzi meno abbienti e più svantaggiati come, ad esempio, alcuni appartenenti alle minoranze etniche. 

Le conclusioni, affidate a Anthony J. Tamburri (City University of New York), hanno richiamato la scarsa considerazione di cui la «diaspora» italiana negli Stati Uniti ha goduto sia negli studi di italianistica, a livello di critica letteraria, sia nella storiografia. Per paradosso, proprio la terra di accoglienza dei migranti, gli Stati Uniti, sembra dare più importanza agli Italian American studies rispetto al Paese dove ha avuto origine l’esodo, ovvero l’Italia. Tamburri ha pure sottolineato l’importanza dalla lingua scelta dagli scrittori italoamericani quale parametro del senso della loro consapevolezza etnica. 

In definitiva, con la sua vivacità e l’alto profilo internazionale dei relatori, il convegno ha dimostrato le potenzialità di sviluppo e di consolidamento degli Italian American studies, sia in Italia sia negli Stati Uniti.

 

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