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Michele Colucci e Stefano Gallo (a cura di), Tempo di cambiare. Rapporto 2015 sulle migrazioni interne in Italia

Roma, Donzelli, 2015, pp. xx-172, € 28.

L’ambizioso progetto dei curatori di pubblicare ogni anno un rapporto sulle migrazioni interne in Italia – accompagnato dal sito migrazioninterne.it, osservatorio permanente sulle mobilità nel nostro paese – giunge con questo volume alla sua seconda tappa. La raccolta si avvale di un approccio fortemente interdisciplinare e si caratterizza per il tentativo di considerare le mobilità e le migrazioni congiuntamente, abbattendo le separazioni concettuali ancora molto presenti nella storiografia italiana. 

L’analisi dei dati censuari e delle statistiche sui trasferimenti di residenza, nel saggio di Corrado Bonifazi, Frank Heins ed Enrico Tucci che apre il volume, offre un quadro che conferma i limiti di tali separazioni: la presenza di un crescente numero di stranieri all’interno dei flussi e la sedentarizzazione degli italiani sono, infatti, accompagnate dalla riduzione delle mobilità a lungo raggio in favore di movimenti più circoscritti. La possibilità di analizzare spostamenti più brevi e persino di prevedere le forme di mobilità contemporanee è al centro dello studio di Luca Pappalardo e Fosca Giannotti che presentano alcune ricerche basate sull’utilizzo dei cosiddetti big data, l’immensa mole di dati raccolta da telefoni, social network e gps, che tracciano oggi l’esistenza degli individui. Nel suo saggio sulle badanti di un piccolo centro del ferrarese, anche Caterina Satta si sofferma sulle migrazioni a corto raggio delle lavoratrici domestiche e sull’atteggiamento dei poteri pubblici locali, specialmente nell’ambito dei servizi in uno dei settori a più alto tasso di sfruttamento. Il lavoro agricolo, anch’esso attraversato da illegalità diffusa, è l’oggetto del saggio di Francesco Saverio Caruso e Alessandra Corrado, che confronta i movimenti di popolazione nel Meridione italiano e in Andalusia, contraddistinti da spostamenti dalla città verso le periferie rurali e i piccoli villaggi e dal progressivo aumento della loro caratterizzazione etnica. Con un approccio del tutto differente, Margherita Di Salvo analizza, invece, i mutamenti sociolinguistici di due gruppi, lucani e siciliani, a Napoli, mostrando le difformità nell’utilizzo del proprio dialetto d’origine, simbolo di una differente percezione di sé all’interno della società d’arrivo. Lucano è anche il protagonista del saggio di Michele Colucci, che ripercorre, attraverso una storia di vita, le vicende spesso conflittuali tra il pci e gli immigrati meridionali nelle città operaie, evidenziando il ruolo della militanza nella trasformazione dell’orizzonte culturale dei migranti e nella mediazione con la società d’arrivo. Riflettendo su alcuni studi sulle migrazioni interne in Europa e sull’approccio metodologico utilizzato dai ricercatori, Michele Nani segnala l’esigenza di superare i paradigmi «modernizzanti» (p. 115), ponendo l’attenzione sul «continuum delle forme di mobilità» (p. 125) e sulla necessità di una comparazione più stringente tra coloro che partecipano, con maggiore o minore intensità, agli spostamenti e gli stanziali. Il volume si chiude con un’intervista, realizzata dai curatori, allo scrittore Marco Balzano, autore del romanzo L’ultimo arrivato (2014). In questo dialogo temi come il cambiamento urbanistico, l’intreccio spesso problematico tra migranti di ieri e di oggi, le trasformazioni familiari indotte dai fenomeni migratori sembrano emergere con particolare rilevanza, segno della capacità della letteratura di cogliere alcuni nodi problematici della contemporaneità.

Il rischio che il rapporto potesse sembrare, come temuto dai curatori, un’«orchestra poco coordinata» (p. x) pare, nell’insieme, evitato. Certamente la pluralità dei contenuti e degli approcci tematici può apparire disorientante, ma a una lettura più attenta alcuni elementi che uniscono i diversi saggi, tutti di ottima qualità, emergono con maggiore evidenza. La scelta di analizzare movimenti più ridotti e perfino banali, anche in chiave comparata, sembra così caratterizzare molti studi del rapporto, che si tratti delle badanti di un piccolo centro o di gruppi di corregionali in una grande città del Sud o ancora delle mobilità quotidiane studiate da ricercatori europei ed evocate nel saggio di Nani. La riduzione di scala è d’altronde favorita, nelle ricerche contemporanee, anche da nuovi strumenti che, affiancandosi ai sempre fondamentali dati raccolti da statistiche e censimenti, possono offrire un quadro più preciso degli spostamenti umani. 

Ad accomunare diversi saggi contenuti nel volume è anche la presenza di alcuni temi ricorrenti. L’idea che i processi migratori interni debbano essere inseriti in una dimensione europea, specialmente per quel che riguarda il tema del lavoro, ritorna spesso nel rapporto, insieme alla necessità di considerare, nello studio delle mobilità, il ruolo dei poteri pubblici locali e regionali, che spesso condizionano gli spostamenti degli individui in misura determinante. Le trasformazioni dello spazio urbano, il ruolo della casa come spazio dell’abitare e aspirazione, specialmente per i migranti stranieri, uniscono le migrazioni di ieri e di oggi e sembrano rappresentare un altro terreno di analisi comune presente nella raccolta. La riflessione sull’idea del continuum delle forme di mobilità e la provocazione, che pure appare molto sensata, sulla necessità di studiare anche i progetti sedentari rappresentano forse gli elementi di maggiore forza dell’intero volume, i cui saggi sembrano tasselli di un mosaico che si auspica verrà completato nei prossimi rapporti.

 

Pietro Pinna

 
 

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