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Francesca Fauri, Storia economica delle migrazioni italiane

Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 240, € 22.

Gli studi sulla storia dell’emigrazione italiana hanno registrato, negli ultimi anni, itinerari di specializzazione e parcellizzazione che, sebbene a volte contestati, sono stati utili per una più compiuta comprensione dei processi di lungo periodo. Le indagini di profondità, in particolare, oltre a dar conto di sollecitazioni provenienti dalla progressiva acquisizione di nuove fonti disponibili, si sono caratterizzate per il taglio multidisciplinare con cui sono state elaborate e per le nuove piste di lettura che hanno consentito il superamento di stereotipi datati.

In questo solco si inserisce il denso volume di Francesca Fauri, nel quale la studiosa ripercorre, in un’ampia sintesi, il profilo delle dinamiche migratorie dalla metà dell’Ottocento a oggi. L’impianto teorico, fondato sui modelli dello sviluppo globale, fornisce un efficace codice interpretativo della contemporaneità che non trascura mai i piani di dettaglio. 

La ricerca, che ambisce a indagare le migrazioni in chiave economica, radica in una puntuale e rigorosa ricostruzione di carattere storico, arricchita da un apprezzabile apparato di schemi e tabelle che, pur elaborando statistiche a volte note, offrono nuovi e interessanti tagli prospettici. Sul piano dell’organizzazione, pertanto, il volume ricapitola la ricca storiografia sedimentata negli anni, per approdare a un convincente progetto tematico il cui punto di forza si ravvisa proprio nel riuscito tentativo di abbattere i diaframmi concettuali, a vantaggio di un intenzionale sconfinamento nello spettro della multidisciplinarità. Pur risultando attentamente bilanciato sulle specificità tematiche, infatti, il volume consente alla letteratura storico-sociologica e a quella di matrice economica di dialogare in maniera carsica, con un frequente ricorso a fonti ancora poco esplorate, come nel caso dei dossier della Immigration commission statunitense o della Direzione generale dell’emigrazione italiana.

Il riuscito tentativo di superare l’attardato codice semantico del push-pull agevola l’indagine delle matrici genetiche del mercato internazionale del lavoro: elemento costitutivo della mobilità moderna, il migrare si fa evento di carattere multifattoriale, originato, pertanto, non solo dallo squilibrio popolazione/risorse (tòpos ermeneutico ormai superato), ma anche dal differenziale salariale tra le diverse aree del pianeta, dall’edonistica e novecentesca aspirazione al miglioramento delle condizioni personali, dalle inferenze intercorrenti tra le varie stagioni migratorie, dall’individuazione di chiare strategie di mobilità di lungo periodo e da elementi originali di matrice locale. Tutto ciò tratteggia un quadro interpretativo sistematico del complesso fenomeno migratorio, consentendo all’indagine di sconfinare nell’analisi degli effetti culturali, sociali e politici generati anche dallo sviluppo progressivo dei sistemi di comunicazione e dei mezzi di trasporto.

In un orizzonte costituito da flussi che si succedono quasi senza soluzione di continuità (se si fa eccezione per il contenimento imposto dalla politica fascista, dalla naturale interruzione imposta dalle due guerre mondiali e dagli anni del miracolo economico), lo studio prosegue con la disamina degli interventi normativi dello Stato e con l’attività delle organizzazioni di supporto al migrante. L’approccio multisistemico a contesti geo-economici e flussi migratori, pertanto, permette di avvalorare il superamento del clichè secondo cui si emigra solo dalle aree depresse: come ben documentato, infatti, altri fattori, tra i quali quelli storico-sociali, concorrono alla strutturazione di una «cultura della mobilità» che, teoricamente, favorisce una comprensione decisamente più puntuale della genesi dei flussi che, com’è stato da più parti dimostrato, hanno avuto origine anche da aree non tradizionalmente depresse.

Importante, inoltre, appare l’analisi approfondita della movimentazione dei capitali che, tanto attraverso i canali ufficiali, quanto attraverso quelli più anonimi e sommersi (le rimesse invisibili), ebbero ripercussioni significative sul piano sociale (con il miglioramento degli standard di vita, l’innalzamento del tasso di scolarizzazione, l’«alfabetizzazione finanziaria» delle masse) e su quello macroeconomico (dal pareggio della bilancia dei pagamenti all’uso produttivo delle rimesse per lo sviluppo di diverse aree del Paese). 

Tenuto conto anche della dimensione temporanea e circolare dei flussi, le analisi quantitative e qualitative di partenze e rientri, condotte con metodo comparativo, hanno confermato la prevalenza delle ben note direttrici europea, statunitense e sudamericana (soprattutto in Argentina e Brasile), rispetto alle quali sono stati esaminati i sottesi fattori endogeni ed esogeni.

Alle nuove migrazioni, invece, è dedicata l’ultima parte del volume, nella quale l’autrice si sofferma sui fattori economici e normativi incentivanti la mobilità dei cittadini europei, oltre che sulle emergenze riconducibili all’inadeguatezza dei programmi di accoglienza dei nuovi flussi; ancora una volta, le condizioni economiche rappresentano il perno intorno a cui ruotano le odierne direttrici migratorie, prese in esame fino sul limine dell’attualità, laddove un ulteriore cambio di passo sta segnando una tappa nuova della lunga storia delle migrazioni italiane.

Donato Verrastro

 

 

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