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Stefano Gallo, Il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna (1930-1940). Per una storia della politica migratoria del fascismo

Foligno, Editoriale Umbra, 2015, pp. 222, € 12.

Sebbene negli anni la storiografia abbia prodotto vari studi sulle migrazioni interne in Italia nel periodo fra le due guerre mondiali, mancava uno studio che prendesse in esame in maniera organica le mobilità organizzate dal regime fascista. È questo l’obiettivo del volume di Stefano Gallo (ricercatore al cnr di Napoli e già autore nel 2012 per Laterza di Senza attraversare le frontiere. Le migrazioni interne dall’Unità a oggi), il quale offre al lettore una dettagliata ricostruzione del Comitato permanente per le migrazioni interne, nato nel 1926 e divenuto nel 1931 Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna. Anche se il Ministero dell’Agricoltura tentò di ottenerne il controllo, l’organismo rimase alle dipendenze del Ministero dei Lavori pubblici per poi essere collocato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, quindi sotto la diretta supervisione del Duce. Deus ex machina del Commissariato fu Luigi Razza, un ex sindacalista rivoluzionario che ebbe una fattiva funzione di coordinamento fra il mondo sindacale fascista e lo Stato e che nel 1934 venne promosso Ministro dei Lavori pubblici, incarico che ricoprì per breve tempo a causa della morte improvvisa sopraggiunta nel 1935.

Gallo sottolinea come il Commissariato ebbe un ruolo strutturale all’interno del progetto fascista di promozione della ruralizzazione e della colonizzazione. Già negli anni 1929-1933, centrali nell’ottica della costruzione del consenso interno, il regime si indirizzò verso programmi di gestione della crescente disoccupazione attraverso l’ampio utilizzo dello strumento dei lavori pubblici. Il regime pose quindi una particolare enfasi sull’importanza delle campagne (un tema del resto già presente in età liberale) e si impegnò in progetti di bonifica dell’Agro Pontino. A tale scopo il Commissariato fu incaricato di reclutare nel Paese la manodopera necessaria, giungendo nel 1934 a una piena gestione del servizio di collocamento dei lavoratori nell’area. In generale, il Commissariato fu un organismo strategico per la gestione delle grandi operazioni agricole del regime, per l’assunzione di lavoratori in progetti pubblici e gli spostamenti di famiglie in zone di bonifica e colonizzazione. Fu infatti attivo non solo sul territorio italiano (si pensi al progetto autarchico di Carbonia, in Sardegna, o alla realizzazione del quartiere romano dell’eur), ma si adoperò anche per favorire la mobilità di lavoratori italiani in Libia, mentre ebbe proprie sedi a Tripoli, Mogadiscio e Berlino. La natura politicamente improntata di tali progetti è evidente anche nella colonizzazione dell’Isola di Lagosta (poco distante dalla città di Dubrovnick) portata avanti nell’ottica dell’italianizzazione della locale popolazione croata. In generale, il Commissariato si impegnò per vedersi riconosciuto il ruolo-guida nella gestione delle mobilità interne e tentò, pur non riuscendoci, di realizzare «il sogno corporativo di un controllo complessivo sulla disponibilità di lavoro nella penisola» (p. 82). Inoltre, cercò di ottenere il controllo anche dei migranti in partenza per l’estero, al punto che Razza avrebbe voluto siglare degli accordi con la Francia per favorire il movimento oltralpe di lavoratori italiani.

Gallo suggerisce che il Commissariato lavorò costantemente per estendere i propri spazi di azione, sebbene in seguito la guerra d’Etiopia gli avesse imposto il compito di gestione della manodopera che avrebbe colonizzato i nuovi territori procurati dall’espansionismo fascista. Del resto, proprio il Commissariato aveva offerto il proprio contributo di rilievo alla guerra attraverso la selezione e l’invio di lavoratori in Africa Orientale a sostegno delle truppe. 

Il volume ha il pregio di mostrare alcune dinamiche interne al regime, mettendo in rilievo – al di là della retorica di regime – le tensioni fra suoi organi in competizione per la definizione di sfere di influenze e potere. In particolare, per la realizzazione dei suoi progetti in Italia il Commissariato dovette lottare contro le pressioni di gruppi locali, spesso identificabili con il pnf e i sindacati fascisti, mentre anche i podestà espressero spesso il desiderio di selezionare loro stessi i lavoratori per liberarsi di soggetti «indesiderati». Tensioni si ebbero anche per la scelta dei ventimila coloni che furono inviati in Libia alla fine degli anni trenta, sebbene in Nord Africa il Commissariato avesse maggiore autonomia in termini di capitali e azione economica. In Africa Orientale, invece, il Commissariato trovò il modo di collaborare con il pnf (che assunse grande potere nella colonia) per la gestione delle mobilità.

Nella sua analisi organica del fenomeno il volume di Gallo sembra confermare l’assunto relativo alla scarsa efficacia dei programmi di mobilità promossi dal regime, progetti del resto talvolta osteggiati dagli stessi lavoratori coinvolti in quanto scontenti per i salari e le condizioni lavorative offerte loro. È parere di chi scrive che Gallo offra un importante contributo alla storiografia di settore. Sarebbe stato forse opportuno investigare maggiormente la posizione di Mussolini rispetto al Commissariato – aspetto forse rimasto un po’ marginale nella narrazione – anche in ragione del fatto che questo organismo era alla dipendenze della Presidenza del Consiglio. In tal senso, sarebbe stato interessante anche sapere di più rispetto al rapporto fra il Duce e razza. Tuttavia, ciò ovviamente nulla toglie a un bel lavoro che costituisce un importante tassello per gli studi sulle mobilità italiane.

 

Matteo Pretelli

 
 

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