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Sarah Rolfe Prodan, Friulians in Canada

Udine, Forum, 2014, pp. 376, € 30.

L’obiettivo della ricerca dell’italianista canadese Sarah Rolfe Prodan è quello di «cogliere il retaggio dell’emigrazione friulana e il suo apporto allo sviluppo del Canada». I quattro capitoli del libro illustrano le storie di vite di «persone sulle quali molto è stato scritto e altre su cui non si è spesa neppure una parola». Lo studio, tuttavia, «non ha alcuna pretesa di esaustività ed è legato alle restrizioni imposte dalla finalità del progetto stesso, che ha l’intento di rappresentare azioni individuali e collettive, mettere in luce vittorie personali e professionali in tutti i settori e gli ambiti dell’attività umana, nonché includere soggetti provenienti da aree diverse del Friuli, i quali operarono o si insediarono in svariati contesti del Canada (rurale/urbano, est/ovest, prebellico/postbellico)» (pp. 28-29). 

In realtà, il volume si sofferma, tranne poche eccezioni, sulla presenza friulana nella città di Toronto e in minor misura nel resto dell’Ontario, senza approfondire il ruolo, tutt’altro che marginale, che singoli e famiglie originari del Friuli ebbero, per esempio, in Alberta, British Columbia e Quebec. Nei primi anni del Novecento, il friulano Giuseppe Solimbergo, console generale d’Italia a Montreal, stimava in circa 2000 gli italiani presenti nella città, mentre dall’altra parte del Paese, a Vancouver e nel resto del British Columbia operava qualche migliaio d’italiani: in entrambi i casi si trattava, secondo Solimbergo, di un numero molto più consistente rispetto ai circa 600 connazionali che si trovavano a Toronto. La dislocazione territoriale dei friulani era molto simile. Nel 1931, il sacerdote friulano Luigi Ridolfi precisava la consistenza e collocazione dei compaesani residenti in Canada: si trattava di non meno di 3.200, dei quali circa un migliaio in British Columbia, 1500 nell’Ontario, il resto nell’Alberta, Manitoba e Saskatchewan. L’area francofona del Paese (ri)diventò approdo migratorio solo nel secondo dopoguerra, quando specialmente Montreal accoglie numerosi lavoratori friulani. 

Il volume di Rolfe Prodan si occupa prevalentemente di questo periodo. Soprattutto attraverso la lente delle biografie, intese non «soltanto [come] storie di successo, ma [che] rappresentano anche imprese ragguardevoli: le conquiste di individui che hanno rivoluzionato un campo di attività o un settore specifico» (p. 59), il libro cerca di ricostruire le principali caratteristiche e vicende della comunità friulana del Canada. Dopo un’introduzione storica, le biografie affrontano gli impresari, tracciandone l’ascesa da artigiani a magnati delle costruzioni (cap. 1), gli imprenditori e i dirigenti (cap. 2), gli esponenti del mondo politico e della società civile (cap. 3), mentre le figure più rappresentative della comunità sono tratteggiate nell’ultimo capitolo. Molte delle persone di cui si racconta il percorso lavorativo e professionale sono viventi, ma il rischio di cadere in un approccio agiografico è stato quasi completamente evitato. La maggioranza è nata in Canada da genitori friulani o è giunta in tenera età nel nuovo Paese, come gli imprenditori edili Matthew Melchior e i fratelli Angelo, Elvio e Leo Del Zotto, l’impresario vitivinicolo Donald Ziraldo, le docenti universitarie Olga Zorzi, Gabriella Colussi e Anna Pia De Luca, il pioniere dell’industria documentaristica Rudy Buttignol o i leader Sandra Pizzolitto Pupatello e Sergio Marchi. L’autrice descrive, inoltre, il percorso canadese di alcuni friulani emigrati essi stessi. Il caso di Umberto Badanai, nato ad Azzano Decimo (nell’attuale provincia di Pordenone) nel 1895 e giunto nel 1913, è emblematico delle occasioni di riscatto offerte dalla nuova patria e racchiude, al contempo, un tratto esemplare di una famiglia otto-novecentesca friulana: «Prima di arrivare in Canada da solo all’età di 18 anni [Umberto] aveva infatti vissuto con la famiglia in Sud America e in Germania. All’età di un anno viveva in Brasile, dove il padre era proprietario di una piantagione di caffè […]. Dai 12 ai 14 anni frequentò la scuola in Germania, dove il padre lavorava» (p. 245). Dopo che si fu stabilito nella zona di Lakehead, che comprendeva le città gemelle di Fort William e Port Arthur, sulla sponda settentrionale del Lago Superiore, il suo primo impiego fu presso il mattonificio Rosslyn Brickyard, ma successivamente Badanai diede avvio ad un’attività in proprio. Combattente in Francia nei corpi d’artiglieria durante la grande guerra, ottenne la cittadinanza canadese e divenne un esponente politico a livello comunale e nazionale: nel 1958 fu il primo deputato di origine italiana eletto alla Camera dei Comuni. 

Le biografie presentate riferiscono percorsi di vita di emigranti e figli di emigranti, ma mettono soprattutto in luce come il nuovo contesto sociale abbia soddisfatto le aspettative di crescita economica e sociale, ancora più evidenti nella prima generazione canadese. I racconti biografici costituiscono, infatti, il contributo più interessante del volume.

Il capitolo dedicato al percorso storico dei friulani in Canada, invece, contiene alcune imprecisioni e contraddizioni. Secondo l’autrice, per esempio, «Si calcola che nel 1915 il Canada contava 13.200 friulani, sebbene i dimoranti temporanei costituissero senza dubbio una percentuale elevata» (p. 49). Il dato, che Rolfe Prodan estrapola da un saggio di Franc Sturino, è ben diverso da quanto scrive lo studioso canadese, secondo cui tra il 1904 e il 1915 emigrarono in Canada 13.200 friulani. L’emigrazione prima della grande guerra fu prevalentemente temporanea (pluriennale) e la somma degli ingressi nel decennio non rappresenta lo stock di emigranti alla fine del periodo. L’autrice osserva inoltre che, durante gli anni del secondo conflitto mondiale, «i friulani se la passavano meglio di tanti altri connazionali, infatti tra quelli internati nel 1940 soltanto il 2% circa era friulano». La conclusione, secondo cui «Questo si spiega con la posizione apolitica adottata già nel 1932 nei suoi statuti dalla Famee Furlane di Toronto» (p. 50), appare scarsamente motivata e poco convincente.

 

Javier P. Grossutti

 

 

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